VOGLIONO FARLA FRANCA – IL DIARIO POLITICO 12 AGOSTO 2019

VOGLIONO FARLA FRANCA – IL DIARIO POLITICO 12 AGOSTO 2019

12 Agosto 2019 0 Di La redazione

Quante ne hanno dette e quante se ne dicono sugli italiani. Non sono del tutto immeritati i giudizi anche duri che riguardano un carattere nazionale incline alla scarsa memoria, alla complicità anarcoide che mettiamo a disposizione del gaglioffo di turno, ciclicamente attratti dall’uomo forte salvo poi defenestrarlo riducendolo a barzelletta.

E’ un ritratto anche spietato quello che ebbe a farne Pier Paolo Pasolini: L’Italia -e non solo l’Italia del Palazzo e del Potere- è un paese ridicolo e sinistro, i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: contaminazione tra Molière e il Grand Guignol.

Tracce consistenti di queste maschere ridicole e sinistre le ritroviamo pari pari anche dalle nostre parti dopo l’apertura della crisi di governo. Basta ipocrisie, dice Carlo Sibilia. I ministri leghisti che annunciano la sfiducia al governo di dimettano anzi che tenere incollato il culo sulle poltrone. Tra l’altro non si noterebbe la differenza. Sibilia, andiamo a prendere le dichiarazioni che su Salvini e la Lega hai fatto fino a 24 ore prima su Salvini, di cui sei stato silente sottosegretario al Viminale, e sui ministri leghisti?

E’ un pericolo pubblico, gli fa eco Generoso Maraia, che con riferimento al ministro dell’Interno evoca anche gravi motivi per l’ordine pubblico. A chi poi dice di voler andare subito alle elezioni, il deputato di Ariano del M5s addossa sin d’ora la responsabilità di consegnare la Nazione nelle mani di quattro esaltati traditori leghisti! Dove è stato Maraia in questi 14 mesi, cosa non hanno votato, Maraia e Sibilia, in questi 14 mesi. La democrazia è in pericolo perché la Lega fa cadere il governo, o piuttosto la democrazia non è già stata seriamente messa a repentaglio dal governo che Maraia e Sibilia hanno puntualmente magnificato, votato, sostenuto a spada tratta fino a giovedì scorso. E chi ha messo il Paese nelle mani di quattro esaltati leghisti? Rimettiamo le cose al loro posto.

L’Italia se è in pericolo è in pericolo perché ce l’hanno messa loro, pentastellati e leghisti. In un Paese in bilico, hanno considerato bottino elettorale la finanziaria spartendosi 10 miliardi a testa; mandato in giro uno che diceva che sarebbe stato un anno bellissimo e da presidente del Consiglio non gli è riuscito neanche di fare il vigile urbano nel traffico di veti e contro veti che si tamponavano sul tavolo di Palazzo Chigi. Il capolavoro lo ha realizzato sui provoloni: anche sui prodotti lattiero-caseari, il giorno prima della crisi, il consiglio dei ministri dai lui presieduto ha approvato, altro che barzellette, un decreto con la clausola del salvo intese. Per un gioco di varie convenienze, s’è messa in moto una sorta di macchina della beatificazione di questo svagato signore che avrebbe dovuto dirigere la politica generale del Governo, mantenere l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovere e coordinare l’attività dei ministri e dimentico dell’articolo 95 della Costituzione è diventato da avvocato del popolo l’azzeccagarbugli che mentiva al popolo su quanto accaduto nei 14 mesi tra i più inutili e dannosi della storia repubblicana.

Democrazia in pericolo? Non regge detto da chi ha approvato il decreto sicurezza bis; da chi ha assistito silente, anzi suonando la grancassa, allo svuotamento del Parlamento come mai accaduto prima; alzando i pugni al cielo dal balcone di Chigi per ricevere l’applauso di altri quattro esaltati dopo aver sconfitto la povertà. La chiamata alle armi contro Salvini non farà altro che portargli altri voti!

Chi è più pericoloso per il Sud, chiedono a Zingaretti Maraia e Sibilia: il M5s o la Lega? Un meccanismo come un altro per rimuovere la realtà. Chiedono in qualche modo conto all’opposizione, anzi che dare conto. Fosse possibile, ci sarebbe da costringere il governo a ricomporsi: avete portato sin qui il Paese e adesso che dovete fare i conti con la prossima finanziaria, gravata da una manovra precedente che avete fatto a debito e da un Paese che cresce zero e al Sud va sotto zero, il problema che dobbiamo risolvere è il fascista, il putiniano, il trumpiano Salvini? Che sarà ed è un problema ma detto dal M5s è inaccettabile. Salvini? E’ ok, di lui ci si può fidare, dicevano Grillo e Casaleggio mentre andava in onda la farsa del contratto di governo e con loro ripetevano anche le maschere comiche dei nostri Sibilia, Maraia, Gubitosa, Pallini e Grasso. Non un solo fiato di dissenso è venuto fino all’altro ieri nei confronti delle politiche che il ministro dell’Interno ha imposto. Dunque dovrebbero essere costretti, condannati a continuare a governare insieme. Vogliono farla franca, e potrebbero anche riuscirci perché nel frattempo su questa crisi di governo si giocano altre convenienze che con la prossima sessione di bilancio, la sterilizzazione dell’Iva, i rapporti con l’Unione Europea, c’entrano niente. Zingaretti ha la maggioranza nel partito ma non quella dei gruppi parlamentari e vuole elezioni subito per liberarsi dei parlamentari renziani con cui deve fare i conti qualunque decisione assuma. Renzi, che ai tempi del suo referendum era considerato un golpista dentro il Pd, dai Cinque Stelle e dall’attuale neofascista Salvini, ha invece la chance di ritornare in gioco, sia  che resti nel Pd sia che se ne vada, soltanto allungando il brodo della democrazia in pericolo, perché le elezioni ravvicinate le vincerebbe a man bassa Salvini: decantiamo la situazione, ci sono centinaia di peones in tutti i partiti che non se la sentono di lasciare lo scranno dopo appena un anno e dunque saranno pronti a sostenere un governo quale che sia e lo si voglia etichettare, nel frattempo vediamo rublopoli come va a finire e salviamo la democrazia. Come? Ripartendo dalle riforme istituzionali, dalla legge elettorale, dalla messa in sicurezza dei conti: le cose insomma che sentiamo da anni dagli stessi che le affossano. Sia Renzi che Zingaretti non si fanno un altro conto: si voti a ottobre o a febbraio o la prossima primavera, e comunque finiscano le vicende leghiste, il Pd arriverà al 25%, grazie ai voti nel proporzionale perché nei collegi uninominali finirà devastato come nel 2018 (lo accreditano di meno di cinque seggi) mentre il centrodestra, trascinato dalla Lega, è dato sopra il 50%. Se il Pd arriverà con i propri parlamentari divisi e con due spezzoni di partito, gli uni e gli altri sono verosimilmente condannati all’irrilevanza. Sull’altare di cosa, poi? Per un governo di scopo il cui primo atto, per essere appena credibile, sarebbe quello di cancellare buona parte dei 14 mesi targati Salvini-Di Maio?

Mentre ci sarebbe da salvare la democrazia, quegli stessi che chiamano all’opera vogliono cancellare 345 parlamentari tra deputati e senatori. Sono gli stessi che definivano eversiva l’abolizione del Senato e la sua trasformazione in Senato delle Regione senza indennità.

Questi difensori della democrazia vogliono cancellarli perché sono un costo insopportabile della casta. Se così fosse, per ottenere gli stessi risultati, basterebbe diminuire di un terzo le indennità di senatori e deputati. Ma questi spacciatori di democrazia avvelenata hanno altro in mente: un simulacro di Parlamento, che abbiamo già visto all’opera in questi 14 mesi, che non faccia più riferimento ai territori e agli elettori ma ai capipartito, come e più di quanto non sia già oggi. Sono troppi 900 e passa parlamentari, sono diventati troppi mentre nel frattempo sono cambiate le modalità, i tempi che fanno funzionare una democrazia moderna ed efficiente. Ma il tema della rappresentanza è cruciale nei regimi democratici. Alla diminuzione del numero dei parlamentari ci si arriva attraverso riforme bilanciate, sistemi elettorali conformi non introducendo ulteriori veleni che corrompono e cambiano volto e funzioni alle articolazioni su cui la democrazia regge, per tornare su qualche altro balcone a ricevere l’applauso dei soliti quattro esaltati per aver sconfitto la casta e averla mandata a lavorare. Un incubo questo che riguarda molti compresa una consistente quota di pentastellati che ai nipoti racconteranno di quella volta che furono eletti deputati e senatori del Parlamento italiano.

Rispetto a questa giostra delle convenienze varie che incrociano la crisi di governo e i suoi esiti, e mentre il Paese torna pericolosamente in bilico con conseguenze che per il Mezzogiorno potrebbero diventare catastrofiche, non resta che affidarsi a Mattarella. Il presidente non è che possa far molto. Il Parlamento è sovrano qualunque cosa voti nel rispetto della Costituzione e qualunque indirizzo politico realizza con il proprio voto a maggioranza. Abbiamo ricordato che il suo profilo è ben diverso da quello del suo predecessore. Per esempio, molto probabilmente Napolitano avrebbe fatto pesare le sue prerogative sulla nascita del governo giallo-verde fondata su un contratto. Un negozio giuridico che serve per acquistare un appartamento, un’auto, una fornitura di lecca-lecca ma che non può essere posto a base e a garanzia del governo del sesto-settimo Paese industrializzato del mondo. Memore consapevole, l’attuale inquilino del Quirinale in questo nuovo passaggio non farà mancare la sua vigilanza. Il libero discernimento del Parlamento, qualunque decisione e voto scaturiranno, dovranno fare il paio con la convenienza e l’interesse del Paese.

Quante ne hanno dette e ancora ne diranno sul conto di noi italiani, e talvolta ce le meritiamo. Non spaventa lo spauracchio dell’uomo forte di cui ciclicamente ci innamoriamo: finiamo puntualmente per seppellirlo sotto una risata. Più di lui, fa danni il coraggio sacrificato alla convenienza del giorno dopo di chi, come nella Weimar richiamata ieri da Veltroni, in nome della democrazia liberale riapre le strade ad altre peggiori avventure.