SERIE C, UN CAMPIONATO TRA LOTTE DI POTERE E RIFORME MANCATE. NE VALE LA PENA?

SERIE C, UN CAMPIONATO TRA LOTTE DI POTERE E RIFORME MANCATE. NE VALE LA PENA?

17 Novembre 2020 0 Di Michelangelo Freda

Quest’anno il campionato di Serie C sembra un campo di battaglia. Ogni giornata ci presenta un bollettino di guerra con gare rinviate, contagi interni ai gruppi squadra  e un disperato bisogno di vettovaglie (che intendiamo come risorse economiche).

Le Lega Pro era, già prima dell’avvento del coronavirus, un campionato in crisi, con crepe evidenti che mettevano a nudo i problemi strutturali di questo format, oramai insostenibile e inefficace. L’epidemia ha accelerato tutto, costringendo i club a fare i conti con la realtà. Il terzo campionato professionistico italiano è ad oggi il più esteso del continente europeo (59 squadre partecipanti escluso il Trapani), ma rappresenta un format obsoleto, con troppe squadre partecipanti, colpevole di disperdere le risorse economiche messe a disposizione dalla Lega Calcio. Se da un lato la pandemia ha imposto il tema di una riforma dei campionati, dall’altra nessuno ha cercato di equiparare l’Italia agli altri standard europei.

Nessuna proposta concreta e conti in rosso

In Italia al momento, tra le tante proposte, sembra prender quota quella di allargare la Serie B suddividendola in due gironi, accorpando quindi la Lega Pro alla Lega Nazionale Dilettanti con l’introduzione del semiprofessionismo: un pastrocchio, un mappazzone per dirla alla Barbieri. Insostenibile perché, invece di snellire, darebbe luogo ad un’elefantiaca Serie B a 40 squadre che replicherebbe i problemi strutturali della Serie C, al secondo livello del calcio italiano anziché al terzo.

La ragione del tracollo ormai decennale della Serie C in realtà è molto semplice: le entrate per le società non compensano le uscite. Ogni anno, banalmente, svariate società salutano il calcio professionistico a causa di costi troppo alti. Lo attesta anche il report pubblicato dalla FIGC che ha analizzato il quinquennio 2014/19. Da questo studio è emersa una vera e propria crisi strutturale del terzo campionato italiano, accentuato peraltro da una pandemia che ha tagliato di netto la entrate delle società già prima in affanno.

I numeri della crisi

Nella stagione 2020/21, infatti, si è dovuto rinunciare ai 23 milioni di euro di biglietti e abbonamenti. In queste condizioni i club hanno potuto contare solo sui 26 milioni derivanti dalla Legge Melandri, la quale garantisce introiti ripartiti così: il 58% dei fondi è distribuito a pioggia ed equamente mentre il 42% viene spartito tra i club che utilizzano i cosiddetti “under”. Poi ci sono i 90 milioni di euro di diritti televisivi per gli accordi con la RAI (e la tanto discussa piattaforma Eleven Sports), e per gli accordi di sponsorizzazione e marketing delle singole società, dimezzati anch’essi dall’epidemia di coronavirus.

Per non parlare del movimento di denaro generato dalle valorizzazioni e dalle plusvalenze, pari ad un totale di 40milioni di euro. È questo l’unico modo in cui il calciomercato può portare reali guadagni ai club di C, che solo “valorizzando” i giocatori di A o B possono accrescerne il valore e così ottenere risorse. Sono pochissime infatti le società che riescono “a far cassa” con calciatori di proprietà, rare eccezioni che ogni tanto riguardano giovani di valore da piazzare a squadre di A o B.

Se andiamo a vedere le voci costi e ricavi all’interno della lega Pro, ci balzerà subito all’occhio che il totale di produzione di tutti i club della Lego Pro sia pari a 180 milioni, a fronte di 276 milioni di uscite: il deficit è di 96 milioni, che diviso per 60 club comporta una perdita media per società di 1.6 milioni. Insomma se le entrate per ogni club sono di 3 milioni, le uscite sono invece di 4.6: una situazione, capirete bene, insostenibile.

Insomma gli stipendi dei calciatori, tra contributi e tasse, diventano strutturalmente insostenibili per i club di Serie C. In questa situazione paradossale – e condizionata dal covid –, le società hanno dovuto aggiungere la spesa per i test sierologici e per i tamponi a ripetizione: il costo medio è pari a 2.800 euro a ciclo per un gruppo di quasi 40 persone (tra giocatori, dirigenti e staff) ai quali vanno aggiunte le sanificazioni degli ambienti che oscillano tra i 1000 e i 2000 euro a settimana. Senza calcolare gli spostamenti, gli alberghi e altre spese logistiche che possono far schizzare i costi fino ad un massimo di 50mila euro al mese per club. Cifre fastidiose per un campionato privo di introiti e costantemente in perdita.

E le riforme della Lega Pro?

Ed inutile soffermarci sul fondo acclamato a gran voce dal presidente Gravina, che annunciava in estate, con entusiasmo lo stanziamento di 21,7 milioni di euro. Una cifra che lascia il tempo che trova, da suddividere tra club di Serie B, Lega Pro, Serie D e calcio femminile. Paradossale.

l’unico modo per assicurare un futuro al calcio “minore” italiano è una modifica coraggiosa dei campionati, evitando mappazzoni. Alla terza serie del calcio italiano mancano regole chiare e prospettive.  L’ostacolo principale è rappresentato dai soliti e italianissimi “giochi di potere”: una vera e propria battaglia tra singole federazioni in cui ogni lega coltiva interessi di parte, a maggior ragione in vista delle elezioni della FIGC nel 2021.