SE IL SUD MUORE – DIARIO POLITICO 5 AGOSTO 2019

SE IL SUD MUORE – DIARIO POLITICO 5 AGOSTO 2019

5 Agosto 2019 0 Di La redazione

E’ come se nel Sud fosse sparita una città grande come Napoli: 2 milioni di persone, in piena età lavorativa e prevalentemente giovani, hanno lasciato i luoghi di origine nel Mezzogiorno per andare nelle regioni del Nord e all’estero, a lavorare, studiare, trovare un lavoro adeguato alle competenze maturate nei nostri atenei.

Non si contano le storie di quanti, andati via dal Sud, sono diventati imprenditori, medici, ricercatori, scienziati, accademici, professionisti di assoluto valore nel panorama nazionale ed anche altrove. Anche in Irpinia, se ci facciamo caso, non c’è paese anche il più piccolo, che non possa contare su alcuni concittadini diventati noti, apprezzati e famosi dopo essere andati via. Senza contare quanti, pur non celebrati come assolute eccellenze, svolgono responsabilità e funzioni di rilievo nelle libere professioni e nell’amministrazione dello Stato e quanti ancora semplicemente per fare il lavoro che sanno fare sono costretti ad andarsene perché stanchi, demotivati fino ad essere soffocati dall’arrangiarsi per far quadrare i conti a fine mese.

Perché dovrebbero tornare, almeno una parte? Ma soprattutto, perché non dovrebbero continuare a partire?

Conosco un medico delle nostre parti che dopo essersi laureato giovanissimo alla Federico II di Napoli, stiamo parlando di 30 anni fa, è emigrato a Udine, dove insegna all’Università. E’ un nome di punta della ricerca europea e mondiale per i suoi studi sul sistema immunitario attraverso tecniche innovative di biologia molecolare. Fosse rimasto, mi diceva suo padre, sarebbe stato assunto prima o poi in un nostro ospedale dopo mesi di anticamera sulla porta del politico di turno e del manager di turno.

Queste storie, queste persone sono la risposta ad uno dei principali interrogativi sui quali ci arrovelliamo e puntualmente sembra non trovare risposta: perché nel Mezzogiorno stenta ad emergere una classe dirigente all’altezza, degna di questo nome, che con le sue competenze inneschi un corto circuito innovativo nei processi sociali ed economici dei nostri territori.

E’ questo il primo e maggior furto cui è sottoposto da decenni il Mezzogiorno: derubato cioè di classe dirigente. Poi viene tutto il resto appresso: le sacche ancora consistenti della politica clientelare, le politiche economiche nazionali, le malavite organizzate. Se per ipotesi non avessimo lo sportello della politica che bandisce il merito e la competenza; se avessimo governi che riconoscessero al Sud le risorse e gli investimenti che servono al 34% della popolazione italiana, a cui viene riservato soltanto il 28% della spesa pubblica rispetto al 78% del Nord; se per incanto debellassimo e sparissero per sempre mafia, camorra e n’drangheta ma non avessimo la classe dirigente di cui sopra, la nostra situazione e il destino comune non cambierebbero gran che.

Una situazione destinata ad aggravarsi se le previsioni di Svimez, che ci ha sempre puntualmente preso, ci dicono che nel 2019 il Pil nel Mezzogiorno scende sotto lo zero, meno 0,3. Significa altra e più alta emigrazione intellettuale (la meta dei 132 mila andati via nel 2017 era composta da giovani di cui il 33% laureati) e dunque ulteriore potenziale perdita di classe dirigente. I dati drammatici di Svimez sono appena meno drammatici per la Campania dove la crescita si ferma allo zero e non va sotto, dopo che nel periodo 2015-2018 il prodotto interno lordo della regione era cresciuto del 4,5%, diventando una delle regioni più dinamiche del Paese.

E’ dentro questo contesto, quello che Svimez chiama il doppio divario: dell’Italia rispetto all’Europa e del Sud rispetto al Centro-Nord, che finisce per collocarsi la bomba del regionalismo differenziato.

Alcuni anni fa, nel corso di periodiche interviste che facevamo per Qui Regione ad Adriano Giannola, il presidente della Svimez puntualmente, con zelo accademico ma anche con la frustrazione di chi parlava nel deserto, avvertiva la sottovalutazione che le classi dirigenti o pseudo tali riservavano a quella che un politologo come Mauro Calise ha definito non a torto la secessione dei ricchi. In quelle conversazioni, Giannola altrettanto puntualmente disvelava le politiche distrattive di Salvini (a cominciare da quella sull’immigrazione) e annunciava che un bel giorno, come sta avvenendo, a giochi fatti avrebbe calato il suo asso. C’è stata una tardiva e timida resistenza dell’alleato di governo pentastellato, che è almeno riuscita a riportare il voto finale in Parlamento rispetto a quello previsto come conclusivo all’interno della Commissione presieduta dalla leghista Erika Stefani; dall’opposizione, il Pd ha mantenuto una posizione attendista se non dialogante, tra i primi firmatari dell’intesa, con Veneto e Lombardia, c’è il governo regionale amico dell’Emilia-Romagna, e soltanto da qualche settimana ha preso una posizione appena più significativa. Chi in qualche modo ha accettato la sfida, mettendo però i puntini sulle I, è stato Vincenzo De Luca in Campania: anche noi vogliamo gestire le materie delegate ma dobbiamo partire tutti dalla stessa linea: dai costi standard al meccanismo di attribuzione delle risorse basato sulla spesa storica e dobbiamo metterci d’accordo sul federalismo fiscale: il fondo di coesione nazionale non va toccato, anzi va rimpinguato. Se le regioni del Nord trattengono buona parte o tutto il gettito fiscale per gestire direttamente istruzione, sanità, trasporti, il Sud facendo lo stesso ma con un gettito fiscale che è almeno del 30-40 e con punte territoriali anche di oltre il 50% minore rispetto a quello del Nord, finirebbe praticamente in ginocchio.

La questione non è e non può essere di bere o affogare.

Siamo intanto di fronte ad un progetto politico di antico conio che viene oggi declinato in modo diverso. Bossi voleva l’indipendenza della fantomatica Padania; Salvini dice perfino molto più sottilmente: non c’è bisogno che andiamo via noi dal momento che possiamo mandar via voi.

Non è esattamente come dice il presidente di Confindustria Bruno. Non si tratta di opporsi per mantenere lo status quo e neanche che il regionalismo differenziato non si può più fermare, tanto vale andare a vedere. Va condiviso il suo richiamo alla necessità di una classe dirigente, di amministratori locali competitivi rispetto agli omologhi di altre realtà territoriali a cominciare da quelle del Nord ma andare a vedere, se resta questo l’impianto, significa andare a farsi massacrare. Naturalmente questo non nasconde le tante occasioni sprecate, tanto da far ritenere che il Mezzogiorno sia morto anche di aiuti, sotto il peso dei fallimenti delle politiche per il Sud, inaugurate all’indomani della chiusura della Cassa per il Mezzogiorno: che doveva diventare un’altra cosa da quella che ha funzionato a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, ma ha smesso di essere sia quella che era senza che diventasse qualcos’altro.

Bene hanno fatto i sindacati ad allertare i sindaci perché propongano un ordine del giorno unitario e uguale in tutti i consigli comunali dell’Irpinia e del Mezzogiorno. 1.800 comuni che chiedono un Piano Straordinario per il Sud; di riportare dal 28% almeno al 34% la spesa pubblica; di riprendere e avviare un grande piano di infrastrutture materiali e immateriali; di utilizzare i fondi europei anche per ammodernare il sistema gestionale e burocratico: questo serve al Mezzogiorno, non questa specie di ognuno per sé e Dio per pochi così come congegnato nel regionalismo differenziato che conosciamo.

C’è qualche speranza che questo disegno alla fine non vada in porto. Viene dal fatto che siamo di fronte ad un governo che si sganghera ogni giorno di più, vivono da separati in casa dopo aver approvato le rispettive politiche-bandiera con la formula del salvo intese, (approviamo una cosa salvo poi a trovare l’accordo: una roba che dovrebbe far vergognare un governo appena appena serio. Altrove, in tutto il mondo conosciuto, non hanno mai pensato di ricorrere a certe clausole pur di non andare a casa). Siamo al finale di partita, manca solo una data certa allo splash down anche se portando a casa il taglio dei parlamentari si illudono di durare perché moltissimi di quelli eletti nel 2018 non tornerebbero più alla Camera e al Senato: voterebbero anche contro le rispettive nonne pur di non far finire la legislatura anzitempo, figurarsi il regionalismo differenziato. Per fortuna c’è un garante al Quirinale che sorveglierà su questi passaggi: a cominciare dalle norme, alcune palesemente incostituzionali, contenute nella legge.

In provincia di Avellino non va meglio, a partire dai dati sull’occupazione né il RdC, che pure ha dato una qualche risposta ad una platea più vasta da quella che faceva riferimento al Reddito di Inclusione, non ha inciso anche da noi sull’avviamento al lavoro. Complessivamente, i nostri dati sono peggiori di quelli che a livello nazionale si mantengono in qualche modo stabili. In Campania abbiamo una disoccupazione al 35% mentre quella giovanile in Irpinia ha raggiunto il 55% e non si schiodano tante vertenze antiche, vecchie e nuove che fanno prevedere, come ci ha fatto sapere oggi il Rapporto della Cisl, dopo una calda estate, un autunno bollente.