SE FOSSI UN PRETE NON DISPREZZEREI MAHMOOD

SE FOSSI UN PRETE NON DISPREZZEREI MAHMOOD

12 Febbraio 2019 0 Di Sandro Feola

Se fossi un sacerdote della Chiesa Cattolica non mancherei di esprimere le mie opinioni sui fatti della vita quotidiana, ma lo farei senza mai scadere nel disprezzo nei confronti di chicchessia. Men che meno nei confronti di un giovane di 25 anni, la cui produzione artistica può piacere o meno, ma non può essere definita “vergognosa” o “schifosa” solo perché non rientra nei gusti di chi la valuta. Una canzone può essere bella, o brutta, a seconda dell’età, della sensibilità di chi la ascolta; può essere giudicata di qualità o no, adatta al Festival di Sanremo o meno, degna o non degna del podio e del primo posto, ma perché definirla con disprezzo “vergognosa”?

Di cosa dovrebbe vergognarsi questo Mahmood? Di cantare la storia travagliata del rapporto con suo padre egiziano? Di usare sonorità che sono parte della realtà, non solo dei giovani di questo tempo, e che forse sfuggono a chi – avanti con l’età – è affezionato solo a Nilla Pizzi e Orietta Berti? Dovrebbe vergognarsi di essere figlio della realtà, quella di culture chiamate a convivere, che certo dovranno essere sempre più rispettose le une delle altre – Papa Francesco e l’Imam al Tayyeb lo hanno ribadito ad Abu Dhabi – ma che sono la quotidianità con la quale ineluttabilmente ci si deve confrontare?

Se fossi un sacerdote della Chiesa di quel Cristo che predicava carità, non esprimerei mai giudizi sommari, men che meno se questi scaturiscono dall’apparenza, dall’avere un tatuaggio, dal provenire da una periferia e non da un quartiere della borghesia benestante. Se fossi uno dei tanti sacerdoti italiani non dimenticherei mai che il Dio al quale questi dicono di appartenere è finito sulla croce anche perché scandalizzava i benpensanti dell’epoca. Gli stessi farisei che oggi avrebbero disprezzato Mahmood senza prima “immergersi” nella sua vita, per sforzarsi di comprenderla. E con lui avrebbero definito “vergognosi” anche i tanti giovani che hanno un tatuaggio e che cantano non solo “Musica che resta”, ma spesso anche Habibi.