QUELL’ACCOZZAGLIA DI UNITA’ RACCOLTA INTORNO A VIGNOLA

QUELL’ACCOZZAGLIA DI UNITA’ RACCOLTA INTORNO A VIGNOLA

13 Ott 2018 0 Di Sandro Feola

Prima le premesse del caso: Vignola è un ottimo candidato per Palazzo Caracciolo: persona rispettabile, bravo amministratore e relativamente giovane. Ma sono molteplici le ragioni per cui i sindaci e i consiglieri comunali della provincia di Avellino non dovrebbero votarlo. Domenico Biancardi è anch’egli un ottimo candidato. Non solo perché anche lui amministratore di provate capacità, ma perché pacato, affabile e ben disposto ad ascoltare i suoi interlocutori. E nelle competizioni di secondo livello, i rapporti umani possono fare la differenza. Le ragioni per cui andrebbe votato, tuttavia, sono altre.

Michele Vignola

Partiamo da un presupposto se volete un po’ scontato: l’unità di un partito o di una coalizione è un valore solo se questa scaturisce da un compromesso tra le parti in causa che sia dignitoso e se serve a dare una prospettiva a contenitori, nel caso specifico il Pd irpino e il centrosinistra, nei confronti dei quali l’elettorato ha già dimostrato di non avere molta fiducia.

L’intesa su Palazzo Caracciolo ha messo in evidenza, invece, che il livello e la natura della divisione interna erano tali per cui un accordo poteva essere raggiunto solo grazie a scelte che hanno, ancora una volta, i connotati dell’inciucio ad ogni costo e della occupazione degli spazi di potere fine a se stessa. In definitiva una mediocrità che non è più tollerata dagli elettori di centrosinistra, e ancor meno dai suoi amministratori, gli stessi che ogni santo giorno guidano le proprie comunità con un livello di sacrificio che è direttamente proporzionale al livello di insofferenza per le trame ordite dai dinosauri di palazzo. D’altronde, le dimissioni dalla segreteria di Pagliaro, motivate con una lettera dai contenuti durissimi, sono probabilmente il segnale più significativo di quanto anche molti dirigenti Dem abbiano maturato la consapevolezza che l’unità di facciata sia un rimedio di gran lunga peggiore del male, e che la base del partito non è più disposta a sorbirsi prese per i fondelli così spudoratamente sfacciate.

Domenico Biancardi

La candidatura di Domenico Biancardi è nata soprattutto da questa insofferenza. Fatte le dovute distinzioni, è la stessa insofferenza che quattro anni fa portò Gambacorta alla vittoria; è la stessa voglia degli amministratori di andare oltre chi non ha più alcuna percezione della realtà ed è ancora convinto che la appartenenza ad una corrente di questo o quel sindaco costituisca una garanzia di fedeltà, la certezza che ne otterrà il voto. Quella del sindaco di Avella è la candidatura che ha assunto “autorevolezza” e una dimensione civica anche in ragione della consapevolezza di alcuni consiglieri regionali come Enzo Alaia, che dovendo conquistare uno a uno il voto per essere eletti, battono il territorio palmo a palmo e hanno fiutato gli umori delle comunità e il malcontento di consiglieri comunali, assessori e sindaci che sono chiamati ad amministrarle.

Enzo Alaia con il Governatore

In definitiva, detta un po’ retoricamente, Biancardi incarna la voglia degli amministratori irpini di chiudere con un passato che gli elettori hanno già archiviato, ma che resiste in quei pochi “nobili” ormai decaduti elettoralmente che ciononostante gestiscono ancora un po’ di apparato a Nusco e a via Tagliamento. “Nobili decaduti”, incapaci di percepire la realtà e che ora rischiano di assistere, ancora una volta, al prossimo tsunami che travolgerà loro e quel poco di apparato che ancora li segue. A Nusco e a via Tagliamento.