PROVINCIALI, UN’OCCASIONE SPRECATA!

PROVINCIALI, UN’OCCASIONE SPRECATA!

31 Ottobre 2018 0 Di Norberto Vitale

Domani sapremo chi l’avrà spuntata tra Michele Vignola e Domenico Biancardi per la presidenza della Provincia di Avellino nelle elezioni di secondo livello i cui elettori sono sindaci e consiglieri comunali dei 118 comuni irpini.

Le uniche conseguenze politiche di questo voto, verrebbero dalla sconfitta del candidato del Pd. Sulla carta, il sindaco di Solofra ha qualche sufficiente margine per spuntarla, ma sul campo potrebbe andare diversamente. Anche stavolta, come 4 anni fa per Foti, il fuoco amico potrebbe diventare determinante. La sconfitta di Vignola balcanizzerebbe ancora di più la situazione interna al Pd della provincia di Avellino e soprattutto rimescolerebbe le carte nel gruppo consiliare eletto ad Avellino. In una condizione di normalità, il trasversalismo di questo voto non farebbe scandalo e non comporterebbe conseguenze. La situazione però è tutt’altro che normale: soprattutto nel Pd è l’occasione per continuare, anche su questo terreno la guerra interna. Stupisce che non si rendano conto che se perde Vignola vince Biancardi e nel Pd perdono tutti, nessuno escluso. Per stare ai due candidati. Lo schema delle rispettive campagne elettorali, chiamiamole impropriamente così, è stato giocato sullo stesso tema. Vignola che nel voto reclama la coerenza del voto contro il trasformismo che rappresenterebbe Biancardi; Biancardi reclama un voto libero dai condizionamenti dei partiti (ben che il sindaco di Avella sia iscritto a Forza Italia) e dei padrini che hanno scelto Vignola come loro terminale.

Mi pare che abbiano torto entrambi. Un sindaco vicino al Pd o del Pd che vota Biancardi non è necessariamente un trasformista: magari è un sindaco o un consigliere comunale di cui il Pd si è ricordato dell’esistenza alla vigilia di queste elezioni; un sindaco o un consigliere comunale che vota Vignola non è necessariamente un ostaggio o uno yes man di padrini che puntualmente vengono puntualmente evocati ormai alla stregua di una cantilena che semmai può funzionare se rivolta ai cittadini che vanno a votare ma meno, molto meno se rivolta ad amministratori avvertiti e vaccinati nella loro funzione di elettori.

Un programma utile e di buon senso poteva venir fuori se fosse stata presa in considerazione la proposta del presidente uscente, Mimmo Gambacorta: lavorare per una candidatura unica. Avrebbe rilanciato la solidarietà tra sindaci e territori; li avrebbe resi più coesi e forti; avrebbe lanciato un segnale molto positivo ai cittadini abituati tanto da non farci più caso, e dunque disinteressati, alle divisioni e alla frammentazione della politica.

Non c’è stato il coraggio di farlo. Ma il coraggio, uno, se non ce l’ha mica se lo può dare! In questa rinuncia donnabbondiana c’è la ulteriore conferma della crisi che permane della politica e dei suoi protagonisti.