PD, ANNUNZIATA E I CARTOGRAFI DI SALAMANCA

PD, ANNUNZIATA E I CARTOGRAFI DI SALAMANCA

25 Giugno 2019 0 Di Norberto Vitale

Scorrendo le cronache della direzione regionale del Partito Democratico, più andavo avanti e più mi venivano in mente i cartografi di Salamanca.

La storiella racconta che avevano lavorato per decenni a disegnare l’orbe terracqueo ma furono sfortunati. Quando finalmente avevano concluso e stavano per consegnare il lavoro, Cristoforo Colombo arrivò alle Bahamas pensando peraltro di essere approdato nelle Indie e scoprì un nuovo mondo.

Sulle prime i cartografi pensarono di non darsene per intesi. Come dire: facciamo finta che non è successo niente.

Fu una strenua resistenza, vinta dalle buone ragioni del committente: se non aggiornate le carte, non vi pago. E i cartografi di Salamanca dovettero rimettersi al lavoro.

annunziata pd

Il segretario regionale del Pd, Leo Annunziata, che tra l’altro è un filosofo, certamente insegna filosofia, mi pare si sia collocato per qualche verso sulla scia dei cartografi di Salamanca. Citando di nuovo il sempre inarrivabile Bersani, non vede la mucca che si è piazzata nel suo corridoio. Come i cartografi, un po’ tergiversa: c’è un Pd interno, quello dei dirigenti stanziali in senso di stanze da occupare; c’è un Pd esterno, maggiormente attrattivo che vince. Non so da dove Annunziata ricavi il fatto che il centrosinistra vince ma il Pd perde. Il centrosinistra, per stare anche ai casi dei comuni del napoletano citati dal segretario, vince perché o candida a sindaco ed elegge uno inviso al Pd delle stanze che aveva candidato altri (anche ad Avellino è accaduto) o concorre, spesso senza il proprio simbolo, alla affermazione di progetti civici che hanno nel proprio orizzonte politico il centrosinistra. Se dunque in palmo di mano c’è qualcuno che perde in entrambi i casi, è il Pd delle stanze, degli apparati e dei cacicchi anche in salsa nostrana. L’unica timida presa di distanza, Annunziata la fa senza peraltro mettere il broncio agli interlocutori di riferimento quando dice, ed è il caso di Avellino, che la scelta delle candidature e delle alleanze sono state lasciate alla autonomia delle federazioni.

annunziata pd

Troppo poco. La mucca resta tutta intera nel corridoio del Partito Democratico. Fermo restando l’iter che con la nomina del commissario porterà alla celebrazione del congresso straordinario, ci sono problemi politici che vanno affrontati e sciolti. Se non si comprendono al fondo le ragioni della spaccatura di Avellino, non c’è congresso che tenga per rimettere in marcia questo partito; se non si ragiona sulla piega che questo partito avrebbe preso in caso di elezione di Cipriano e su come il partito delle stanze aveva costruito questo progetto politico, non si capisce cosa davvero è accaduto nella federazione di Avellino che in qualche modo, e soltanto superficialmente, Annunziata intuisce quando dice che c’è un Pd interno e chiuso e uno esterno e attrattivo. Una immagine più realistica e politicamente impegnativa, scusate la citazione, è quella che ha opposto una società per azioni ad un azionariato popolare. Se non si capisce questa distinzione, che ad Avellino è balzata agli occhi, il Pd in Campania in modo particolare consegnerà sempre più spesso il partito a società per azioni allestite per puntare ai dividendi.

Il segretario regionale, per tornare ai cartografi, mostra di somigliargli molto quando dice, a parte la ricandidatura fuori discussione di Vincenzo De Luca, almeno così la presenta, che si debba ripartire dalla riproposizione dei consiglieri regionali uscenti. Dire questo ad un anno dal voto, è far crescere intanto le possibilità di una sconfitta di De Luca e dimostra una qualche propensione al “partito delle stanze”: se nel frattempo all’orizzonte del Partito Democratico dovessero comparire fulmini di guerra, non se ne deve tener conto perché dovremmo ridisegnare tutto.

festa dem

Esattamente quel che dovrebbe fare un partito che in Campania, e con riferimento ad Avellino, “è ridotto ai minimi termini” come ha preso atto nella riunione di ieri Carmine De Blasio. Sull’incrocio degli irpini nella Sala del Popolo di Ponticelli, c’è poco da rimarcare. Se non il fatto che Gianluca Festa è stato considerato ufficialmente tra i componenti di diritto della direzione regionale. In qualche modo, e seppur per via traversa, il sindaco di Avellino ha ottenuto così il riconoscimento a pieno titolo di essere considerato un iscritto del Partito Democratico. Tutti gli altri o quasi tutti erano lì come color che son sospesi. Tecnicamente la loro delega è vigente fino alla nomina del commissario; sostanzialmente quella delega è stata disinnescata dalla sentenza del giudice di Avellino che ha invalidato tutte le nomine uscite dal congresso dell’anno scorso.

DE LUCA

Come anticipato qualche giorno fa, comincia a fare capolino l’ipotesi di congelare anche la federazione di Avellino fino alle prossime elezioni regionali. Un altro elemento questo, considerando che c’è anche Napoli da commissariare, che sarebbe la certa, anticipata sconfitta di De Luca e dell’eventuale centrosinistra che si costruirebbe sulla sua ricandidatura. L’unico modo per rilanciare sui territori l’asfittico “partito delle stanze” è il confronto congressuale. Non è un caso che le situazioni di Napoli e Avellino abbiano un comune denominatore: tutto è saltato quando hanno celebrato primarie truffaldine a Napoli; quando ad Avellino hanno impedito che si facessero per la scelta del candidato sindaco. Congelare nella gestione commissariale Avellino significherebbe scegliere di morire nelle urne: chi stabilisce, e in base a quale criterio anche di merito, che vanno ricandidati gli uscenti che magari pure ne hanno titolo. Il problema è dove lo si stabilisce: davanti al caminetto o sotto gli occhi di un congresso? Sarebbe una stranezza che un partito decida da chi far rappresentare il proprio territorio? Vanno benissimo D’Amelio, Iannace, Todisco ma anche su di loro deve passare la verifica democratica del congresso. Altrimenti di cosa parliamo?