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PARTITO DEMOCRATICO. TARTAGLIONE A DE LUCA: PATTO FINE LEGISLATURA, C’E’ BISOGNO DELLO SFORZO DI TUTTI

Tartaglione Pd. Questo è il momento giusto per dire una volta per tutte chi siamo, a chi ci rivolgiamo e dove vogliamo andare. In un mondo in cui la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e i frutti della crescita vengono redistribuiti in maniera totalmente sbilanciata, non si può stare con i primi e con gli ultimi.

 

“Grazie a tutti voi per essere qui. Saluto il presidente della Regione per la sua presenza in un momento delicato. Considero questa direzione il primo passo di un percorso di confronto che il Partito democratico dovrà fare nei prossimi mesi, partendo dall’analisi del voto e ritrovando le ragioni dello stare insieme per affrontare le sfide che ci attendono in questa fase complessa a livello nazionale e locale. Non basterà un incontro come quello di oggi per assolvere a questo compito, occorrerà tempo, perseveranza e fatica. Abbiamo scelto di convocare l’organismo di indirizzo politico a porte chiuse non con la volontà di escludere qualcuno o di organizzare una riunione segreta, ma perché c’è l’esigenza di pianificare le iniziative da mettere in campo nelle prossime settimane, per le quali prevediamo la massima partecipazione degli iscritti e di quegli esponenti autorevoli del partito che vorranno offrire un loro contributo.

Prima di entrare nel merito delle questioni voglio fare gli auguri ai neoeletti e ringraziare tutti i candidati per aver accettato la sfida e averci messo la faccia in un momento non facile. Ringrazio i dirigenti e i funzionari per il lavoro svolto durante la campagna elettorale, gli iscritti, i militanti e i cittadini che hanno scelto il Partito democratico, al quale dedicano quotidianamente tempo e passione.

Come dicevo, abbiamo davanti una strada lunga e impervia. Vorrei cominciarla usando parole chiare: il risultato delle urne segna per il Partito democratico una sconfitta senza precedenti, che al Sud si configura come una disfatta. L’immagine più emblematica del 4 marzo è quella mappa dell’Italia in cui domina al Nord il blu del centrodestra a trazione leghista e al Sud il giallo del M5s. Il centrosinistra perde anche alcune roccaforti, anche regioni come Umbria e Marche vengono assorbite da queste due forze politiche. Un altro dato significativo è quello dei collegi uninominali. In molte città importanti, tra cui anche Napoli, il Partito democratico tiene tra le elite, perde anche una parte del ceto medio, sprofonda nei quartieri popolari. Se siamo intorno al 10% a Scampia, a Secondigliano, a Barra, a San Giovanni, vuol dire che la povertà, il malessere, il disagio della gente sono da una parte, il Pd è dall’altra. Difendiamo con i denti il voto dei pensionati e, in generale, delle fasce d’età medio-alta, mentre i giovani ci ignorano o ci considerano qualcosa di dannoso. Siamo, dunque, un club esclusivo: abbiamo la nostra tessera, la nostra cerchia di amici, i nostri interessi da rappresentare. Se qualcuno bussa alla nostra porta gli chiediamo da dove viene e non perché è qui. Se questa è la realtà dei fatti, prima delle analisi che sono partite immediatamente dopo il voto, forse è opportuno chiedere scusa ai tanti che hanno creduto in noi e che abbiamo deluso, a tutti quelli che hanno trovato altrove una speranza che noi non abbiamo saputo offrire. Ed è opportuno rispettare chi ha fatto questa scelta: smettiamola, dunque, di autoassolverci raccontandoci che i Cinque stelle vincono al Sud perché c’è una massa di fannulloni che vorrebbe il Reddito di cittadinanza. Queste persone, soprattutto i giovani, chiedono ascolto, opportunità e dignità. E dicendo questo, oltre a deluderli li offendiamo. 

Anche addossare tutte le responsabilità sui singoli non ci aiuterebbe a ritrovare la strada giusta. Sarebbe ingeneroso oltre che inesatto dire che senza Matteo Renzi oggi saremmo qui a celebrare una vittoria. D’altronde c’è una forza politica che ha costruito il proprio programma sul contrasto delle misure approvate dal governo Renzi ed è stata anch’essa bocciata dagli elettori.  

Cominciamo col dire che questa situazione è frutto di molteplici cause e di una realtà complessa, che non riguarda solo i governi di centrosinistra o il Partito democratico. C’è un vento di destra che soffia impetuoso sull’Europa e sul mondo. C’è una società che cambia e di fronte a queste mutazioni drastiche e repentine cresce l’incertezza, la mancanza di prospettive, la richiesta di sicurezza e di futuro. Cresce anche la paura, un sentimento umano, che meriterebbe accoglienza, e che invece abbiamo provato a silenziare accendendo i riflettori su chi ce l’ha fatta e proponendo soluzioni immediate a problemi complessi. Di qui è partito un senso di impotenza: continuavamo a ripeterci che la gente non percepiva le tante cose buone fatte dai governi del Partito democratico. Questo non dobbiamo nascondercelo se non vogliamo che l’analisi diventi un’autoflagellazione. Siamo il partito che ha preso un Paese a un passo dalla bancarotta, lo ha portato fuori dalla crisi e lo consegna a chi verrà con il segno più davanti ai principali indicatori economici. Sui diritti abbiamo fatto passi avanti che non erano neanche immaginabili cinque anni fa. Abbiamo avuto la tenacia e pazienza necessarie per risolvere lunghe e delicate crisi industriali. Pensando al Mezzogiorno, perché dovremmo rimangiarci i 9 miliardi investiti al Sud, il Patto per la Campania e per Napoli, il Masterplan, gli sgravi contributivi per le assunzioni, l’impegno su Bagnoli dopo anni di nulla totale, Pompei, i 600 milioni per risanare l’Eav? Parlando con la gente in campagna elettorale, in molti riconoscevano la bontà di una serie di provvedimenti. Ma il 4 marzo i cittadini ci hanno detto tre cose:

innanzitutto che davanti a una crisi drammatica non abbiamo dato risposte concrete e immediate alle priorità di quei tanti che, dovendo cercare un lavoro dignitoso e avendo perso totalmente la fiducia nella politica e nella società, non potevano aspettare gli effetti a lungo termine di misure strutturali.

Ci hanno detto anche che in questi anni abbiamo fatto degli errori, penso alla riforma della scuola o al modo in cui abbiamo gestito il problema delle banche e dei risparmiatori truffati. Forse anche il Reddito di inclusione è arrivato troppo tardi per porre un argine a una richiesta pressante di sostegno da parte di chi si sente escluso e dimenticato. Sbagliare è legittimo, soprattutto per chi ha fatto tanto, ma in una fase così difficile per il Paese avremmo dovuto ascoltare di più e mostrare una maggiore disponibilità a rivedere alcune misure. In questo modo, invece, ci siamo ritagliati uno spazio di serenità e chi è rimasto fuori da questa oasi felice ci ha puniti. Perché se parliamo solo con chi la pensa come noi e abbiamo paura delle critiche, perdiamo il contatto con la realtà. Se finiamo per rappresentare la parte del Paese che ce l’ha fatta, chi è rimasto indietro troverà ascolto e accoglienza da un’altra parte, ma soprattutto non siamo più il Partito democratico. Questo è il momento giusto per dire una volta per tutte chi siamo, a chi ci rivolgiamo e dove vogliamo andare. In un mondo in cui la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e i frutti della crescita vengono redistribuiti in maniera totalmente sbilanciata, non si può stare con i primi e con gli ultimi.

Il terzo messaggio che ci arriva dalle urne, ma che parte da molto lontano, riguarda noi, la nostra incapacità di stare insieme. Ognuno di noi ha commesso degli errori, a cominciare da me, ma ciò che è più insopportabile agli occhi della gente è questa continua autoreferenzialità, questa pratica malsana di amplificare all’esterno le divisioni interne, di demolire un pezzo alla volta questo partito a colpi di dichiarazioni sui giornali o di post sui social. È successo anche in questi giorni, con le stesse modalità già viste in passato, come se il 4 marzo nulla fosse accaduto. C’è chi si autocandida a guidare il carro dei perdenti, chi è pronto ad azzannare tutto e tutti per portare via un boccone, senza accorgersi che qui sono rimaste solo ossa, e chi, pur occupando un ruolo importante all’interno del partito, rivendica con orgoglio di non averci messo la faccia in questa campagna elettorale. Qualche giorno fa abbiamo offerto uno spettacolo deprimente, e non per i toni accesi e le urla, che in altri tempi sarebbero stati generati dalla passione e dall’attaccamento al partito, ma perché si stava litigando sui posizionamenti interni, invece di confrontarsi e anche scontrarsi sul modo in cui pensiamo di risolvere i problemi della gente. Quanto accaduto a Ercolano, a prescindere dai comportamenti e dalle responsabilità dei singoli, è ingiustificabile ed è il frutto avvelenato di una guerra che si protrae da mesi nel partito cittadino e metropolitano. Un partito che a Napoli più litiga e più scompare dalla vita quotidiana della gente. Lo abbiamo visto con il congresso provinciale e con gli strascichi che continuiamo a portarci dietro, come ha dimostrato l’assemblea pubblica metropolitana. Ora siamo al punto in cui bisogna scegliere se continuare a giocare una partita mentre il pubblico è andato via da tempo o lasciare ognuno le proprie carte e cambiare gioco. Diciamocelo con chiarezza: se si continua a cercare una resa dei conti, il Partito democratico a Napoli è destinato a sparire.

Abbiamo bisogno di dialogo, di serietà, di pacificazione. Abbiamo davanti una sola strada: deporre le armi e sederci tutti intorno a un tavolo e ricominciare a parlare del Partito democratico e delle questioni che interessano ai napoletani. Mi auguro che si provi davvero a fare tutto ciò. Possiamo esercitarci nelle migliori analisi, ma se non impariamo a rispettarci e a sentirci una comunità, verremo sempre percepiti dalla gente come un corpo estraneo alla società, come un’inutile orpello, come una dannosa aggregazione di interessi personali.

Siamo così lontani dalla gente che a Napoli stiamo assistendo da anni a una situazione surreale, che ci portiamo avanti dalla pessima gestione delle primarie del 2011, che ebbero come conseguenza il commissariamento del partito e che aprirono la strada all’elezione di de Magistris e a una crisi profonda del Pd. Quel partito che, invece di avviare una ricostruzione, iniziò a lacerarsi così tanto da non consentire la costruzione di una vera alternativa allo stesso de Magistris, che ha avuto gioco facile nella conquista del suo secondo mandato. Errori reiterati e amplificati nel tempo, che ci hanno portati alle ultime Amministrative completamente spaccati e privi di una proposta politica adeguata. Questo è stato il vero lanciafiamme che in tanti continuano a invocare e che abbiamo già ampiamente utilizzato, puntandolo dritto sul nostro partito. Quando un governo fa un lavoro enorme per sbloccare una bonifica e un rilancio di Bagnoli fermi da anni anche per colpa del sindaco; quando lo stesso governo, con un atto di responsabilità anche del Pd nei confronti dei napoletani, per due volte salva la città dal dissesto, è assurdo che de Magistris possa prendersi meriti che non gli appartengono. Noi possiamo ripeterlo tutti i giorni sui giornali, ma finché a Napoli non recuperiamo un minimo di credibilità tra la gente, il sindaco potrà continuare a coprire la sua totale incapacità con la demagogia, scaricando sempre su altri i propri errori, fomentando la rabbia e la violenza, fingendo di sostenere gruppi e gruppetti che scarica puntualmente appena non gli servono più.

La vicenda di Napoli non rappresenta un’eccezione. In questi anni come partito regionale abbiamo ottenuto dei successi, penso alla Regionali e alla conquista di molti comuni, più o meno grandi, ma anche sonore sconfitte. È emblematica quella delle Provinciali a Caserta, frutto dell’incapacità di superare odi e divisioni interne anche quando a decidere sono i dirigenti politici. In questi anni come segreteria regionale abbiamo dovuto a procedere al commissariamento di diverse realtà locali, abbiamo dovuto trovare mediazioni difficili per tenere in piedi amministrazioni di centrosinistra, trovare la quadra per risolvere conflitti interni a livello provinciale, come accaduto ad Avellino. Non basta rivendicare con orgoglio di essere l’unica forza politica capace di avere una dialettica interna, l’unica a coinvolgere i cittadini nelle proprie scelte. Quando si offrono questi spettacoli desolanti non si fa altro che allontanare i cittadini.   

E allora, mentre molti hanno fretta di dirci come ripartire, non si sa per dove, io credo invece che dovremmo fermarci, mettere da parte l’orgoglio, le frustrazioni, i rancori e le aspirazioni personali. Fare un’intervista in meno e qualche confronto in più, tra di noi, con gli iscritti e con i militanti. Se saremo in grado di fare questo, se avremo allo stesso tempo l’umiltà e il coraggio di sporcarci le mani e anche i piedi nel fango dei problemi reali dei nostri territori, potremo tornare a essere credibili agli occhi della gente, a essere accolti negli ambienti in cui oggi risultiamo respingenti.

In questo senso condivido l’idea di Maurizio Martina, che ha chiesto a tutti i circoli di promuovere assemblee il più possibile aperte ai cittadini e lo ringrazio per aver scelto Napoli come una delle sue tappe. A questo percorso propongo di affiancare un ciclo di incontri tematici da svolgere su tutto il territorio regionale e aperti ai cittadini, per discutere con loro di questione prioritarie, a cominciare dal lavoro, dal Mezzogiorno e dalla giustizia sociale. Già in passato abbiamo promosso e organizzato iniziative di questo tipo, momenti di confronto e di formazione, che spesso però sono stati boicottati per beghe interne o per inutili personalismi. Avvieremo per l’ennesima volta questo processo, con l’auspicio che si faccia un lavoro di squadra e si remi tutti nella stessa direzione. La credibilità del partito e la volontà di essere una comunità passa anche da questi momenti. Non illudiamoci, però, che questo sia sufficiente. I partiti tradizionali sono in crisi, i circoli fanno fatica a restare aperti per motivi economici e perché non sono più il centro della discussione e dell’intermediazione, che passa principalmente attraverso internet e i social. Davanti a questa rivoluzione copernicana, non possiamo restare ancorati a vecchie logiche. I circoli e la Rete possono coesistere se i primi utilizzano la seconda per comunicare e confrontarsi tra di loro e con le strutture del partito. Vorrei che il partito nazionale e locale riflettesse anche su questi aspetti perché il rischio è quello di avere anche una buona proposta politica, ma di venire surclassati da chi, su questo terreno, è partito prima di noi.

E poi c’è il tema del rapporto con l’amministrazione regionale. Il presidente De Luca e la sua squadra, tra tante difficoltà, stanno portando avanti un lavoro importante, che assume un valore maggiore se pensiamo alla situazione che abbiamo trovato dopo cinque anni di governo del centrodestra, che su alcune questioni è stato semplicemente assente, mentre in altre ha fatto un’operazione di pura ragioneria, dimenticandosi dei bisogni della gente. Questo lavoro va portato avanti e intensificato, anche con l’aiuto del gruppo regionale e del partito. Approfitto della presenza del presidente per assumere qui un impegno reciproco: serriamo le file, confrontiamoci e facciamo un ‘patto di fine legislatura’, individuando alcuni obiettivi per la Campania che nei prossimi due anni devono essere raggiunti. Se c’è qualcosa da correggere facciamolo insieme e con lo sforzo massimo da parte di tutti lavoriamo pancia a terra.

Abbiamo davanti tanto lavoro da fare dentro e fuori dal partito. Il momento che siamo chiamati a vivere richiede serenità, responsabilità e pazienza. Non possiamo pensare di risolvere tutto in qualche settimana. Dobbiamo affrontare questioni complesse, che richiedono un ripensamento della natura, della struttura e dell’identità del partito a livello nazionale e regionale. Partecipando al Lingotto, ho condiviso l’idea di un Partito democratico come casa di tutti i riformatori e progressisti, con una vocazione maggioritaria e federale. Non penso che questo percorso vada rinnegato, ma è necessario individuare nuove modalità, ripensando alla forma partito e, prima ancora, cambiando approccio al modo in cui facciamo politica in Campania e a livello nazionale. I cittadini vogliono una comunità democratica che partecipa, che decide e che non si odia. Con la pazienza, l’umiltà e il contributo di tutti possiamo tornare a giocare un ruolo importante. Ai parlamentari eletti, ai segretari, ai dirigenti e agli iscritti chiedo di lavorare affinché non si ripetano gli errori del passato.

Come sapete, nell’ultima segreteria ho deciso di compiere un gesto di responsabilità, che ho ritenuto giusto dopo aver rappresentato in questi anni il partito a livello regionale. Chi ha avuto l’onore di guidare una comunità come questa e di condividere con voi le vittorie e le soddisfazioni che in questi anni non sono mancate, si assume anche l’onere di metterci la faccia nei momenti più difficili. Sapete anche che il reggente nazionale ha momentaneamente sospeso ogni percorso congressuale, determinato dalle dimissioni rassegnate in questi giorni o da scadenze naturali, per garantire un presidio che consenta al meglio lo svolgimento del processo avviato dalle assemblee territoriali. In questa fase, dunque, accompagnerò questo percorso fino al congresso, che spero possa celebrarsi al più presto per dare una nuova guida al Partito democratico della Campania. Lo farò con il supporto della segreteria che, tenuto conto del momento delicato che viviamo, vorrei fosse ancora più inclusivo di quanto lo sia stata finora. Come ho detto è un momento delicato: dobbiamo ricostruire insieme, creare percorsi unitari. Nessuno può né deve sentirsi escluso.

Mi confronterò nelle prossime ore e proporrò, nella prossima riunione di segreteria, un adeguamento dell’organismo nel rispetto del pluralismo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per affrontare e risolvere i problemi, per sentirci una comunità forte e unita e per rilanciare l’azione del partito sul territorio”

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