PANTOMIME!

PANTOMIME!

20 Agosto 2019 0 Di Norberto Vitale

E’ un genere teatrale antico la pantomima. E’ la messinscena che segue un doppio registro, che vale per il teatro e per la vita di ogni giorno.

Succede nella pantomima di assistere ad una doppia realtà: quella ufficiale è solo apparenza; quella ufficiosa, nella quale si comunicano cose agli altri senza che i presenti se ne accorgano, diventa in effetti la realtà vera. Il non detto che sfugge, che viene nascosto agli altri diventa la trama principale. Sulla scena restano così chi vive una finta realtà che contestualmente viene ribaltata da una realtà che si afferma in parallelo. Quando i primi se ne accorgono è troppo tardi.

Alla messinscena, alla pantomima penso leggendo le cronache anche della nostra politica e del nostro discorso pubblico. Con una piccola ma forse sostanziale differenza: non si capisce bene chi si muove nella realtà vera e chi la ribalta con la messinscena. Verrebbe da dire, ma così passiamo al più moderno vaudeville, che tutti fanno un po’ l’una e un po’ l’altra parte in commedia.

Negli ultimi giorni ha ripreso quota il tema del futuro dell’Alto Calore.

Secondo la narrazione, a cena viene decisa la spallata per mandare a casa l’amministratore unico Michelangelo Ciarcia per sostituirlo con una figura più vicina o contigua ai nuovi equilibri politici determinatisi alla Provincia con l’elezione di Domenico Biancardi e al comune di Avellino con Gianluca Festa. La provincia e il comune capoluogo detengono quote cospicue della spa, arrivando complessivamente ad oltre il 25%.

Un gioco di potere che secondo la narrazione incrocia le prossime elezioni regionali: Ciarcia è un esponente di spicco di quella parte del Partito Democratico che intende prendersi la rivincita dopo aver riperso sia la Provincia che il comune di Avellino. Francamente non so, Ciarcia o un altro, cosa possano determinare in termini di spostamento di voti stando a capo di una società che ha praticamente niente da dare e niente può promettere ai suoi quasi 300 dipendenti. Sono finite le promozioni, sono finiti i maxi stipendi, sono finite le consulenze. Insomma non c’è più trippa per i gatti ma soltanto il tentativo di tenere in piedi la baracca per non farla collassare sotto il peso di 140 milioni di debiti. La qualcosa potrebbe avvenire da un giorno all’altro, nonostante le misure e gli interventi predisposti per il recupero delle morosità e dei crediti, riducendo le spese, alleggerendo i costi del personale con pre pensionamenti e pensionamenti, pagando i comuni creditori, i fornitori e non facendo mancare lo stipendio a fine mese ai dipendenti. Bastano i 45 milioni annui di fatturato e il piano di risanamento per far uscire Alto Calore dallo spettro del fallimento? Non basta se non si definisce chi e con quali risorse provvederà all’aumento di capitale.

La pantomima, il doppio registro sul tema Alto Calore consiste in questo. Di tutto si parla e tutto si immagina tranne che porsi e risolvere la domanda: chi mette mano all’aumento del capitale?

Senza questo passaggio, finiscono appunto nella messinscena la contesa politica per il potere, gli agguati all’acqua bene comune per portarla nelle mani dei privati.

Ho sottolineato la nettezza con la quale il sindaco di Avellino in un passaggio delle sue dichiarazioni programmatiche ha toccato il tema: l’acqua è un bene comune quando la sua gestione è pubblica. Diventa un po’ complicato quando i soci, cioè i comuni, che dovrebbero farsi carico della gestione pubblica, non adempiono all’aumento di capitale (non hanno soldi!) o peggio ancora mettono in mora con decreti ingiuntivi lo stesso ente di cui sono soci. Diventa un po’ più complicato se non hai un interlocutore credibile nel governo: del promesso intervento di Cassa Depositi e Prestiti, e mentre nel frattempo Alto Calore dimostra di essere nelle condizioni di fronteggiare il rateo mensile del mutuo che verrebbe accordato, dalla scorsa estate non si parla più. Anzi. L’ultima riunione sul tema si concluse con la proposta del sottosegretario Sibilia di portare i libri in Tribunale e chiedere il concordato preventivo in continuità. Una non proposta: Alto Calore non ha niente da mettere sul tavolo del giudice fallimentare in termini di garanzia, essendo concessionario provvisorio del servizio per i 127 comuni. Non solo non verrebbe accettata, ma se lo fosse da quel momento in poi i comuni soci vengono ipso facto esclusi dalla possibilità di dar vita ad una società pubblica le cui quote verrebbero messe sul mercato al miglior offerente. Un bel modo, come si vede, di difendere l’acqua bene comune e la sua gestione pubblica.

Ora che la parentesi Ciarcia sia prima o poi destinata a concludersi, mi pare essere nei fatti, non senza avergli dato atto di aver servito con intelligenza e laboriosità la causa. E’ destinata a concludersi perché è abbastanza impensabile che di fronte ad una nuova fase, qualunque essa sia: società che resta interamente pubblica o società che si apre al mercato, la responsabilità della gestione passi di mano. Da questo punto di vista è stato pleonastico se non imprudente il sindaco Festa a mettere come primo punto la necessità di liberare il campo da Ciarcia, anche se non l’ha detta proprio così. Ha lanciato la proposta di un manager lontano dalla politica e dai partiti che Alto Calore dovrebbe scegliere di concerto con il governo. Una mano tesa quella di Festa per rendere più malleabile il governo che non aveva escluso di far intervenire Cassa Depositi e Prestiti sempre che, Sibilia dixit prima di proporre la stupidaggine del concordato preventivo, ci fosse stata una evidente e chiara discontinuità al timone del comando. La pantomima su Alto Calore è destinata a continuare fino a quando non si riprenderà a mettere mano all’aumento di capitale. E’ l’unica strada perché la gestione resti in mano pubblica. Tutto il resto è la retorica di un canovaccio unto e bisunto.

Come sul biodigestore di Chianche. Dall’inizio abbiamo anche noi detto che un impianto di trasformazione dei rifiuti, sia pure modernissimo e considerato ultrasicuro, messo in un’area di pregio vitivinicola non era il massimo delle trovate. Un impianto messo a bando dalla regione Campania al quale rispose soltanto il comune di Chianche. I vari gradi di giudizio amministrativo, Tar, Consiglio di Stato, hanno stabilito che questo comune può assumere la decisione di insediare nel proprio territorio un impianto di questo tipo senza concertare questa decisione con i comuni dell’area contigua. Questa decisione probabilmente fonda sul fatto che l’impianto non è di quelli invasivi e comunque offrirebbe tutte le garanzie sulla sicurezza della salute delle persone e dell’ambiente. Può anche non convincere, ma questo è. In ogni caso pensare di delocalizzarlo non è e non sarebbe una stravaganza. Per mesi Valentino Tropeano, che è il presidente dell’Ato Rifiuti, del quale fanno parte tutti i comuni della Provincia di Avellino, ha incontrato, colloquiato, fatto riunioni con i sindaci. Non hanno cavato un ragno dal buco. Nessuno lo vuole e non si trova neanche posto in una delle aree industriali nelle quali c’è spazio e oltretutto collegherebbe quell’impianto direttamente alle grandi vie di comunicazione autostradale. Il biodigestore chiuderebbe in Irpinia il ciclo del trattamento dei rifiuti e la renderebbe definitivamente autonoma e autosufficiente, oltre a farci risparmiare nei costi della gestione del ciclo dei rifiuti qualcosa che è stato calcolato intorno ai 50 milioni annui. Capisco le aziende, i produttori che in quell’area coltivano il Greco di Tufo Doc. Vivessimo in un altro mondo, e non soltanto in provincia di Avellino, la presenza di un impianto per il trattamento dei rifiuti, tra l’altro in una provincia che a differenza delle altre in Campania ha fatto passi da gigante, costituirebbe un motivo di garanzia per le coltivazioni: nel nostro territorio, potremmo garantire, sappiamo dove finisce ogni singolo chilogrammo di rifiuti umidi quelli che abbandonati costituiscono invece fonte di grave inquinamento umano e ambientale. Ma forse è troppo pretenderlo. Allora però bisogna uscire anche da questo canovaccio: salvaguardare un’area di pregio va bene; realizzare il biodigestore deve andar bene lo stesso. Per stare al Greco, non si può avere la botte piena e la moglie, o il marito, ubriachi.

Si stanno intanto smontando i palchi del Ferragosto avellinese.

Si può dire che la nuova amministrazione ha superato il banco di prova anche brillantemente. C’è Festa che si ostina a cantare, ma saremo costretti a farcene una ragione ed è comunque il meno. Il suo ottimismo, la sua predisposizione a pensare positivo sono risultati in qualche modo contagiosi. Da anni non si vedeva e non si contava una partecipazione così numerosa e intensa. A prescindere dalle proposte del cartellone, gli avellinesi hanno provato a tirare un sospiro di sollievo, hanno gradito, mostrato indirettamente di credere ad un possibile nuovo corso.

Dalle immagini di questi giorni, possiamo ricavare anche un’altra indicazione.

In maniera definitiva viene archiviata la panzana post elettorale della città divisa in due parti. Quella che ha vinto di poco e quella che ha perso di poco. Hanno vinto e hanno perso i candidati: la città non ha giocato nella contesa ma ha fatto da arbitro e poi è tornata a fare la città.

E’ dunque augurabile che il tema, anche qui torna la pantomima, non riemerga alla prima prossima occasione. Tra l’altro non si capisce perché il sindaco e la sua maggioranza devono farsi carico di rappresentare tutti gli avellinesi, mentre le minoranze possono accampare il diritto di rappresentarne soltanto una parte e farlo in qualche modo pesare. Naturalmente il sindaco ha qualche dovere e qualche responsabilità in più e più di altri deve dar conto. Ma questo non significa necessariamente che quando le sue politiche e le sue decisioni non collimano con quelle dell’opposizione, quelle politiche sono state assunte contro la metà degli avellinesi. Così l’opposizione diventa una cantilena asfittica, che si ritaglia la sopravvivenza in un ruolo che viene esercitato senza l’ambizione di rappresentare anche chi ne ha decretato la sconfitta. La città, gli avellinesi sono molto più uniti di quanto non sembri. Consolidare questa condizione è un dovere del consiglio comunale, della maggioranza e delle opposizioni. Naturalmente questa luna di miele di Festa con la città non durerà in eterno. Già dai prossimi giorni, arrivano scadenze impegnative con gli equilibri di bilancio e il piano di rientro dal deficit che costituiscono un banco di prova un po’ più severo del Ferragosto avellinese. La qualità del confronto che a cominciare da mercoledì impegnerà il consiglio comunale, ci dirà se si intende continuare ad infognarsi in una guerra archiviata o se il conflitto politico troverà altri più adeguati terreni di confronto di cui la città ha bisogno.

Per la breve interruzione del Diario nei giorni di Ferragosto, non abbiamo potuto ricordare come dovuto e come merita Antonio Rastrelli, l’ex presidente della Regione Campania, più volte parlamentare e sottosegretario di Stato nei governi Berlusconi. Vinse le elezioni del 1995 contro il candidato del centrosinistra Vacca, dopo una buia parentesi che visse la regione Campania con decine di consiglieri indagati o arrestati. Fu l’irpino Giovanni Grasso, da presidente della giunta regionale, a sottrarre in qualche modo l’onore dell’istituzione alla definitiva polvere.

Antonio Rastrelli conquistò stima e apprezzamento presso tutte le sponde politiche, anche da sinistra e fu vittima del ribaltone che riconsegnò la regione al centrosinistra dopo che l’allora Udeur di Clemente Mastella si defilò dal centrodestra. Veniva dal Movimento Sociale, che nel suo simbolo aveva la fiamma del revanchismo fascista, ma nelle sue responsabilità politiche e istituzionali non derogò mai alla applicazione puntuale e concreta dei princìpi costituzionali democratici e repubblicani. Anzi, ne fu anche custode e in diverse occasioni anche difensore. Non so quanto piacere gli abbiano fatto i saluti romani con i quali una quarantina di persone hanno salutato il feretro all’uscita della chiesa napoletana dove sabato sono stati celebrati i funerali.

Possiamo però dire che Rastrelli ha rappresentato politicamente e culturalmente ciò che la destra, e quella destra in particolare, in Italia e soprattutto nelle sue roccaforti del Sud non è riuscita a diventare. Questa mancata evoluzione ha avuto pochi testimoni e singole personalità, appunto Rastrelli ma penso a Tatarella in Puglia per non dire dei volenterosi ma alla fine molto maldestri tentativi di Gianfranco Fini, finito arrostito nella padella del berlusconismo.

Cosa c’è, cosa è rimasto oggi della destra che ha rappresentato e testimoniato Antonio Rastrelli? Praticamente niente, semmai tutta un’altra cosa, nuova certamente ma anche abbastanza inquietante ed anche un po’ mostruosa. Ai tempi del massimo splendore elettorale, il Msi raggiunse i 2 milioni di voti. Oggi su 46 milioni di elettori almeno 7 votano Casa Pound, Forza Nuova, FdI e Lega per esprimere una chiara intenzione xenofoba e nazionalista. C’è insomma di che pensare!

Ma questo non rende inutile, anzi rende più onorevole e ammirevole la testimonianza politica di un galantuomo come Antonio Rastrelli.