di Franco Genzale

Almeno nelle sue linee guida, il Masterplan per il Mezzogiorno immaginato da Matteo Renzi è un capolavoro di meridionalismo. Senza ironia, grandi pensatori e sostenitori del Sud, come Giustino Fortunato o Guido Dorso, avrebbero certamente dato il loro assenso all’impostazione strategica che sostiene il documento politico del Premier. Corrette sono la fotografia e l’analisi del persistente, grave divario di infrastrutture, produzione e reddito tra Sud e Centro – Nord. Chiaro è il riconoscimento che l’economia italiana nel suo insieme non cresce se non cresce il Mezzogiorno. Altrettanto lucida è l’idea di una rinascita del Meridione che faccia leva innanzitutto sui punti di forza del tessuto economico e produttivo locale e sulle capacità e la voglia di misurarsi delle classi dirigenti meridionali. Documentati sono i riferimenti sia alle risorse teoriche disponibili dal 2016 al 2023 (ben 95 miliardi di euro), sia agli interventi sulla governance (semplificazione, ripartizione delle responsabilità tra amministrazioni, Cabina di Regia Stato – Regioni), sia alla cooperazione tra i diversi livelli istituzionali per dare impulso ed accelerare l’azione amministrativa: capitolo, quest’ultimo, di primaria importanza che troverà concretezza operativa nei “15 Patti per il Sud” che saranno sottoscritti entro gennaio 2016, come ha ribadito venerdì a Napoli il ministro Del Rio.

Questa è la faccia virtuale del Masterplan: amica del Mezzogiorno, promettente e rassicurante. Ma è la faccia reale – non del Masterplan ma delle attuali politiche governative – quella che farebbe storcere il naso nella tomba a Fortunato e a Dorso oppure, per stare all’attualità, ad intellettuali meridionali illuminati ed onesti come Masullo o Macry.

In attesa delle prime rate dei 95 miliardi teorici, che peraltro provengono in larghissima parte dai fondi strutturali europei, la Legge di Stabilità 2016 prevede per il Sud pochi nuovi spiccioli destinati essenzialmente alle bonifiche di Terra dei Fuochi e di Bagnoli in Campania e dell’ Ilva in Puglia. Le altre risorse appostate in Finanziaria, anch’esse molto contenute, sono in sostanza fotocopie di finanziamenti che si trascinano da anni e riguardano opere infrastrutturali che lo Stato avrebbe dovuto completare già da tempo, come la Salerno-Reggio Calabria. La verità è che mentre tante nuove infrastrutture realizzate o appena messe in cantiere nel Centro-Nord passano per interventi ordinari e dovuti, tutto ciò che a rilento va in cantiere al Sud – quando ci va – è intervento straordinario, benevola concessione dello Stato. Quanto il Sud sia veramente ancora lontano dal Nord – nella realtà dei fatti, nella cultura politica e nelle scelte strategiche anche di questo governo – lo dimostra plasticamente il raffronto tra le destinazioni di due finanziamenti freschi di settimana: 450 milioni complessivi per rimuovere le ecoballe stoccate in Campania; 200 milioni (ma soltanto di anticipazione) per realizzare un centro di ricerca mondiale a Milano nell’area dell’Expo. Come dire che al Sud si interviene soprattutto per “pulire le stalle”, al Nord normalmente per “abbellire le stelle”.

Un ultimo spunto di riflessione. L’attuazione del Masterplan che verrà, quando verrà, dovrà fare i conti con le classi dirigenti locali, le cui capacità e voglia di misurarsi vengono indicate nel documento del Premier come condizione essenziale per il successo dell’Operazione Sud. Orbene, il Mezzogiorno vanta classi dirigenti di tutto rispetto in ambito imprenditoriale, professionale e culturale. Forse, anzi certamente, non si può dire la stessa cosa dell’attore chiamato al ruolo guida, ovvero della classe dirigente politico-amministrativa. Se, infatti e ad esempio, alle regionali in Campania contro tutto l’apparato politico e partitico del centrosinistra è riuscito ad imporsi, con la sola forza personale, Vincenzo De Luca; se – in parallelo – appare sempre più probabile la forzata richiamata alle armi di Antonio Bassolino per le comunali di Napoli; se diffusamente sul territorio meridionale i politici di riferimento continuano ad essere gli stessi sulla scena da cinquant’anni: se questo è il quadro, e sembra che sia proprio questo, significa che la debolezza della classe dirigente politico-amministrativa è strutturale. Significa che Matteo Renzi deve inserire nel suo Masterplan una premessa: la necessità d’un radicale rinnovamento della classe dirigente politico-amministrativa locale, la rottamazione di tutto quanto è vecchio, sa di vecchio o si è adeguato al vecchio. A cominciare proprio dalla classe dirigente militante nel suo Pd: che è sempre più numerosa, non solo e non tanto per il carisma del leader, quant’ anche e soprattutto per gli opportunismi ed i trasformismi di cui si è storicamente alimentata la politica clientelare del Sud. Lo diceva, a proposito dell’etica della politica, un tal Francesco De Sanctis oltre un secolo e mezzo fa. Senza aver letto il Masterplan per il Mezzogiorno.

 

Nella foto a destra il Direttore Franco Genzale
Nella foto a destra il Direttore Franco Genzale

 

 

 

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