NICOLA MANCINO…SCHERMAGLIE ELETTORALI ED ETERNITA’ POLITICA

NICOLA MANCINO…SCHERMAGLIE ELETTORALI ED ETERNITA’ POLITICA

8 Maggio 2019 0 Di Norberto Vitale

Anche chi ha buona memoria come Nicola Mancino finisce per non sottrarsi alle schermaglie elettorali in corso con ricadute in verità un po’ sorprendenti quando per togliere forza alla candidatura di Gianluca Festa, lo definisce l’eterno candidato.

Credo che la provincia di Avellino debba molto più di quanto rimprovera a personalità come Nicola Mancino ma se quella classe dirigente abbastanza irripetibile che ha dominato per decenni la scena politica ed elettorale, conquistando a buon diritto funzioni e responsabilità di primissimo piano a livello nazionale, se quella classe dirigente avesse corretto la sua presbiopia, che ha invece finito per accentuare man mano che passavano gli anni, anche la situazione odierna in provincia di Avellino sarebbe meno desertica in quanto a classe dirigente. Sapevano guardare in lontananza, altro che miopi, sono stati lungimiranti ma nella visione ravvicinata hanno poco e punto fatto faville. Perché?

Perché al di là della qualità talvolta scarsina di chi avevano davanti, non hanno pienamente avuto il coraggio di mettersi in discussione, premiando occasionalmente più gli scarsini ma incrollabilmente fedeli che i capaci e finendo per essere in qualche modo scaricati più dai primi che dai secondi. Ecco perché, tornando alle schermaglie, fa sorridere che un simbolo dell’eternità politica rimproveri quella che è semmai la perseveranza ad uno che fino ad oggi si è candidato due volte a consigliere comunale, ed è stato eletto, e che oggi si candida a sindaco.

Di questa presbiopia dà conto anche l’ex presidente del Senato, quando dice che sei anni fa Foti fu un ripiego, una necessitata alternativa alla scelta dell’allora titubante Cipriano che avrebbe poi rifiutato la candidatura. Fosse andata in porto, anche quella sarebbe stata una scelta difensiva, più corrispondente alla propria perpetuazione che ad aprire una nuova fase, facendo tesoro dei pregi e dei difetti che caratterizzarono la stagione di Tonino Di Nunno.

Dice niente il fatto che da allora, mai più il campo democratico si è ritrovato unito al comune di Avellino? Io credo che questo non sia accaduto per caso e non per caso l’esperienza Di Nunno finì come sappiamo, con quella “Operazione Canaglia” come forse con troppa enfasi retorica è passata alle cronache. Va anche detto che in quella operazione, esplosa principalmente quando il Puc venne affidato a Cagnardi e sottratto alle segreterie politiche, Ciriaco De Mita c’entra come cavolo a merenda.

A differenza degli altri, che nel Partito Popolare dicevano sì alla candidatura di Tonino ma in cuor loro lavoravano al contrario, De Mita fu decisivo e determinante perché Di Nunno accettasse. Con un cambio di rotta repentino, De Mita impose il cambio del già candidato Angelo Romano e credo che a malincuore Mancino dovette prenderne atto. Nel secondo mandato, Di Nunno stava per rinunciare. Era passata la bufera e la lista predisposta ad Avellino era composta prevalentemente da consiglieri che rispondevano a Nicola Mancino. Qui torna in ballo De Mita che assecondò quei consiglieri vicini a Di Nunno, come Antonio Gengaro, nel tentativo, riuscito, di sottrarre il sindaco all’accerchiamento aprendosi ad una coalizione di centrosinistra. Che resse per quasi quattro anni fino a quella operazione della quale non pochi di quelli che si resero strumento vennero anche sull’unghia beneficiati.

Il campo democratico è stato insieme e poi avrebbe vinto, la prima volta perché la terra franava sotto i piedi. La ex Dc si era squagliata anche da noi, correvano a frotte da Berlusconi, l’intuizione di De Mita vi mise riparo ma anche in quella condizione oggettivamente disperata c’era chi continuava a fare il presbite e a pensare che l’avrebbero sfangata un’altra volta senza bisogno di fare salti nel buio con un sindaco a cui sarebbe stato difficile far passare ordini e desiderata che non fossero da lui ritenuti condivisi e utili. La seconda e ultima volta del centrosinistra, con il secondo Di Nunno, fu grazie all’autorevolezza se non all’autorità di De Mita che resse fino a quando abbiamo detto: la bufera era passata, ad Avellino si poteva e si doveva tornare alla normalità del passato. Penso che la scelta di sei anni fa oggi rivendicata da Mancino, si ponesse più o meno su questa sintonia che mantiene anche oggi la sua attualità.

Questa è la cronaca dura e abbastanza inoppugnabile che spiega molto delle cose di questa campagna elettorale. Rispetto a questa consolidata cronologia politica, appaiono surreali le dichiarazioni terrapiattiste di chi rivendica a sé la titolarità del centrosinistra pur non essendo pienamente titolari della parte che rappresentano. Come risulta a dir poco imbarazzante che tra chi oggi si distingue per il calore con cui reclama questa rivendicazione, c’è chi si è particolarmente distinto per averne affossati diversi di possibili centrosinistra.

Senza memoria tutte le narrazioni sono possibili. Anche quella che fa diventare bianco il nero e nero il bianco. A distinguere si spera con maggiore precisione, saranno gli elettori.