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MIGLIAIA DI PESCI MORTI NEL FIUME SABATO. UN DISASTRO DA INDAGARE/SPECIALE

Tufo, località Codicchio. L’aria è irrespirabile. L’odoraccio di morte si leva dal fiume. A prima vista sono centinaia, molti li ha già trascinati via la corrente, altri sono spiaggiati nella fitta vegetazione del letto del fiume Sabato: un cimitero di pesci in putrefazione. Sono carpe, cavedani, arborelle, più rare le trote che da queste parti, ci dicono, sono sparite da un po’ di tempo, non è più il loro habitat. Sconosciute le cause della morìa. Le acque arrivano da Pianodardine. Una marea nera e nel mezzo lampi di schiuma bianca. I primi a dare l’allerta sono stati gli abitanti del posto. Nel giro di 24 ore la puzza è andata crescendo. La conta si è fatta sempre più difficile. Invocano l’intervento della magistratura, ipotizzano le cause ma non possono averne certezza. Gli esponenti dell’associazione Movimenti Locali, tuttavia, ritengono che qualcosa deve avere a che fare con la contaminazione delle acque. Forse, ma è solo un’ipotesi, nel giorno della prima pioggia settembrina qualcuno ha pensato bene di sversare liquidi in maniera piratesca. Il disastro è compiuto, sotto gli occhi attoniti di ambientalisti, cittadini, amministratori e forze dell’ordine, chiamati tutti ad interrogarsi. Molto più remota, non da escludere, l’ipotesi che ad originare la strage sia stata la carenza di acqua e un deflusso minimo vitale sempre più irragiungibile, specie in periodi di grande siccità. Qui dove un tempo i ragazzi facevano il bagno e le donne lavavano i panni, qualunque sia la causa, c’è qualcosa che non torna. Non solo per i malati di tumore che aumentano a dismisura…come i pesci di oggi. Basta risalirle quelle sponde e si troveranno coltivatori che ancora prelevano acqua dal Sabato per irrigare campi. Oppure potrete imbattervi in migranti che ancora pescano in quelle acque, ma non sono i soli. Luce accesa sulle acque: provengono dal nucleo industriale, in linea d’aria distante pochi chilometri, il carico degli inquinanti potenziali è enorme, scarsi i monitoraggi.  Sin qui la cronaca dei fatti e delle tesi raccolte. Non ai posteri, ma agli investigatori, agli amministratori, ai cittadini e a quanti intravedono, comunque sia, uno “stupro ambientale” in quanto descritto… l’ardua sentenza.

Ps: Può essere che qualche azienda approfitti della pioggia per sversare veleni. Può essere, dopo la grande siccità, che i pesci ingoino terra e non più acqua. Può essere che scarichi arrivino da Pianodardine in maniera costante ed incontrollata. Può essere che le alte temperature delle acque impediscano ai pesci di sopravvivere. Può essere che l’ossigenazione delle acque non raggiunga livelli vitali. Può essere pure che quei pesci abbiano scelto di “suicidarsi” perché stanchi di quella vita di melma. Può essere tutto.

Quello che non può e non deve più essere è che questo scempio resti senza risposte. Questo è il punto.

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