L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

9 Novembre 2018 0 Di Delfino Sgrosso

Nel 1984 lo scrittore ceco Milan Kundera pubblicò un romanzo passato alla storia più per il suo titolo che per il suo contenuto: l’insostenibile leggerezza dell’essere. Per chi non ha avuto la fortuna o l’occasione di leggerlo, in buona sostanza il libro è una vera e propria “lectio magistralis” su tutto ciò su cui si fonda l’esistenza umana, la vita, l’amore, l’esistenza, l’essere, narrato attraverso le vicende di quattro personaggi che incarnano le diverse possibilità che si possono perseguire. Ma più che per il contenuto, dicevamo, è stato il titolo di questo libro a renderlo famosissimo a livello internazionale. Antonello Venditti, tra gli altri, lo ha preso a spunto per una sua canzone del 1986.

Il perché il titolo sia stato così famoso è semplice: nell’intento di Kundera voleva esprimere il filosofico contrasto tra essere e desiderio di essere, nella realtà è diventato uno status di vita molto ben radicato in questa nostra società. Basti vedere cosa ci restituiscono quotidianamente giornali, tv, siti internet. Fatte le debite eccezioni e tolta qualche notizia faticosamente narrata con intenti giornalistico-divulgativi, i media sono pieni di gossip, storie eteree ed evanescenti, curiosità più o meno morbose, svago proposto in tutte le salse, a tutte le ore, con tutti i mezzi. Una società “social-dipendente”, in cui restare mezz’ora senza connessione internet causa le stesse reazioni dell’asfissia, in cui se non si raccontano su Facebook o Instagram i dettagli di quello che si sta facendo/non facendo, corredando il tutto con foto spesso di cattivissimo gusto, si è ritenuti fuori dal mondo, in cui twitter è usato anche per comunicare al proprio marito od alla propria moglie che è necessario comprare la carta igienica tornando a casa.

Facciamo un esempio. In questi giorni troneggia, anche su testate di assoluto rilievo nazionale, la storia d’amore (o di sesso, o di convenienza, o fasulla, o intensissima, o montata ad arte, fate voi) tra Fabrizio Corona ed Asia Argento. Due poli positivi (o, molto più propriamente, due estremamente negativi) che si attraggono, in barba a qualunque legge fisica. Sarò pure retrivo, sarò pure “pesante”, sarò pure esagerato ma un bel “ma che cavolo ce ne f….rega” non sono riuscito proprio a trattenerlo. I due piccioncini appartengono ad una categoria sociale che proprio non mi va giù: quella dell’apparire, quella del sopra le righe a tutti i costi, quella della “ricca inquietudine”. Non stiamo certo parlando di James Joyce o Virginia Woolf o del nostro Curzio Malaparte. Stiamo parlando di due persone che hanno avuto problemi, inquietudini e dispiaceri dalla vita come qualunque altra persona “comune”, con la differenza che la sorte gli ha assegnato un “talento” (non saprei come altro definirlo) che hanno sfruttato e grazie al quale vivono facendo BEN POCO. Nessuna miniera da perforare, nessun capufficio da accontentare, nessuna particolare responsabilità cui ottemperare. Solo soldi e noia. E questa noia produce un inquietudine che genera scoop che genera altri soldi, grazie alla nostra morbosità nel voler vedere a tutti i costi un bacio, una cena, un ammiccamento che poi faccia vendere alcune categorie di “riviste” che, a mio giudizio, sono utili solo per chi ha un bel camino da dover accendere. Alle due colombe auguro ogni bene ma magari la prossima volta il bacio, la cena, l’ammiccamento fatevelo a casa vostra, come fanno tutti i comuni mortali, così può darsi che per quella foto finita sui media, che vi ritrae come Rossella O’Hara e Rhett Butler, non dovrete poi sentirvi in obbligo di spiegarla/smentirla/precisarla in tv, radio, sui giornali, sul web ecc. ecc. ecc., con estremo sollievo della comune dignità ed intelligenza.

Nel disperato tentativo di trovare qualcosa di interessante, mi imbatto nella dichiarazione della figlia di Eros Ramazzotti e di Michelle Hunziker che ha tenuto ad informare il mondo di aver perso la sua verginità a 18 anni. Veramente interessante. Una dichiarazione innanzitutto di cui si sentiva il bisogno, paragonabile, per portata e potenza, almeno all’I have a Dream di Martin Luther King. In secondo luogo è qualcosa che universalmente può cambiare i destini di intere nazioni. Sapere che Aurora Ramazzotti è diventata una donna a tutti gli effetti non può far altro che renderci felici ed entusiasti, e poco importa se non si arriva a fine mese con le bollette, se il Governo sta per indebitare il paese per anni, se la disoccupazione giovanile è ben oltre il 35%. Di fronte a cotanta dichiarazione che vuoi dire?

La mia ironia mista a fastidio diventa però rabbia e sconforto subito dopo. Perché mi accorgo che, messa dopo questa assoluta spazzatura mediatica, c’è la notizia del carabiniere di Caserta, padre di due figli piccolissimi, morto travolto da un treno mentre inseguiva un ladro. Mi fermo e trattengo il respiro per un attimo, raggelato dalla notizia e dalla sua collocazione. Ed istintivamente chiedo scusa ad Emanuele, il carabiniere morto. Gli chiedo scusa perché lo hanno relegato dopo la spazzatura. Gli chiedo scusa perché la sua memoria è considerata meno importante delle paturnie di due vip, o presunti tali, e di una dichiarazione di un’adolescente figlia di papà e mammà di cui avremmo fatto volentieri e meno. Gli chiedo scusa perché siamo in una società che ritiene i morti nell’esercizio del proprio dovere meno significativi di una foto pruriginosa dei due novelli amanti o di una frase della predetta signorina.

Ma soprattutto gli chiedo scusa per la leggerezza con cui la notizia della sua morte è passata. Una leggerezza fastidiosa, difficile da sopportare, insostenibile, come quella di Kundera. E che, come un pernicioso cancro, pervade ogni giorno di più le coscienze di noi tutti.