LA LEGGE DI MURPHY E IL PARTITO DEMOCRATICO

LA LEGGE DI MURPHY E IL PARTITO DEMOCRATICO

1 Ottobre 2018 0 Di Norberto Vitale

Quando una cosa può andar male, lo farà. Così suggerisce l’abusata Legge di Murphy a poco più di una settimana dalla presentazione delle liste per le elezioni provinciali di secondo grado.

Il Partito Democratico potrebbe ripetere il capolavoro già sperimentato e consumato quattro anni fa, quando impallinarono il sindaco di Avellino Paolo Foti e consentirono la elezione del sindaco di Ariano, Domenico Gambacorta. Gambacorta lascia il suo incarico con merito e con merito hanno lavorato i consiglieri che lo hanno affiancato. La Riforma Delrio si è fermata in mezzo al guado, mantenendo alle Province competenze, in primis edilizia e manutenzione stradale e scolastica, per le quali non vengono trasferite dallo Stato risorse sufficienti a gestirle: ciò nonostante, Gambacorta e i consiglieri provinciali, la Provincia in una parola, ha continuato ad essere un riferimento per gli amministratori locali e le comunità.

Sulla carta, il partito Democratico non avrebbe difficoltà ad eleggere un suo candidato, ma non è affatto detto che ci riesca.

La divisione interna seguita al congresso provinciale si è trasferita nella partita per Palazzo Caracciolo e in qualche modo è esplosa in maniera del tutto inappropriata nel giorno dell’orgoglio del Partito Democratico che ha manifestato a Roma con molte migliaia di persone arrivate da tutta Italia. Forse è stato inappropriato anche il giorno della convocazione al Nazareno, stante la manifestazione nazionale. Sta di fatto che una parte, quella del segretario Di Guglielmo è andata in Piazza del Popolo e non all’incontro con Matteo Ricci, responsabile degli enti locali, e con la parte rappresentata da Umberto Del Basso de Caro. Ci saranno provvedimenti, annunciano da Roma. Che faranno, sculacceranno gli assenti? Li multeranno?

Confesso che si capisce poco. Si può però ritenere che la maggioranza dei sindaci e consiglieri comunali Pd convergano sull’indicazione di Stefano Farina, sindaco di Teora. Questo significa che invocare i numeri falsati del congresso provinciale per introdurli fittiziamente sulla candidatura di vertice di Palazzo Caracciolo non ha molto fondamento: sono sindaci e consiglieri comunali che indicano in maggioranza Farina. Il fatto che rappresentino la maggioranza quanto meno dà anche una indicazione sul rapporto di forza interno accertato dal congresso se poi l’altra parte indica con una minoranza la candidatura di Beniamino Palmieri, sindaco di Montemarano. Quali che siano i conteggi, la questione non si affronta col pallottoliere. Il nodo apparentemente è quello che la parte che fa riferimento a Del Basso de Caro, diciamo così per comodità, non vuole una alleanza e nemmeno ritrovarsi in sintonia con i centristi demitiani mentre l’altra parte, diciamo rappresentata per comodità da Rosetta D’Amelio, non essendoci altro o pochissimo altro in giro, ritiene invece che questa alleanza questa sintonia vadano ricercate e concluse. Ma sarebbe questa la cifra politica dello scontro? In realtà è una forzatura che viene utilizzata per rivendicare l’origine dello scontro, cioè l’esito congressuale peraltro certificato da chi oggi, David Ermini, è il numero 2 del Csm.

Ognuno avrà le sue ragioni, ma cosa c’entrano le alleanze in una elezione di secondo grado come quella per la Provincia non è dato di sapere e conoscere. C’è una gestione collegiale, coordinata dal presidente, che attribuisce le deleghe a consiglieri eletti di tutti i partiti. Caterina Lengua, già segretaria del Pd e consigliere comunale a Cervinara, non ha svolto forse accanto a Gambacorta la funzione di vice presidente con deleghe specifiche? Dovremmo concludere che il Pd è stato alleato in questi anni con Forza Italia a Palazzo Caracciolo? Dunque, quando si denunciano alleanze politiche indigeste, di cosa si parla precisamente? E poi, ci sono davvero altre eventuali alleanze che il Pd può ricercare tenendo lontano i centristi? Articolo Uno? Altri della sinistra? Sono rappresentati nei 118 consigli comunali da un numero di consiglieri che sono meno delle dita di una mano e in ogni caso le elezioni di secondo grado, se hanno una qualche rilevanza politica, è quella che riguarda la elezione del presidente sulla quale non si può parlare di alleanza politica propriamente detta, ma del concorso, della condivisione di soggetti autonomi e diversi su un candidato. Se invece la partita è considerata politica, come la considera Del Basso de Caro e i suoi sostenitori irpini, allora bisognerebbe essere conseguenti: andare in direzione nazionale del Partito e cominciare a chiedere conto del sostegno che a De Luca in Regione Campania viene assicurato dai centristi e chiedere di farne a meno. Questa è un’alleanza politica, ma non risulta che qualcuno abbia denunciato come indigesta la maggioranza formatasi in consiglio regionale.

Quando una cosa può andar male, lo farà. Nel Partito democratico, in provincia di Avellino, come al solito, si attrezzano alla bisogna.