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SE LA CLASSE DIRIGENTE NON HA VISIONE POLITICA DELLO SVILUPPO…LA CARTOLINA DI VITALE

CARTOLINA

Grande spazio è stato riservato dall’assemblea degli industriali irpini alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale: la sfida globale dei prossimi decenni delle fabbriche intelligenti, totalmente automatizzate ed interconnesse, per far competere l’Europa, e l’Italia, con i poli geopolitici americano e asiatico, prevede investimenti aggiuntivi nel Vecchio Continente per 60 miliardi , fino al 2030, che dovrebbero generare valore aggiunto per 500 miliardi e 6 milioni di posti di lavoro. Chi non si prepara e non metterà in campo strumenti per affrontarla, pagherà prezzi molto alti non soltanto in termini di sviluppo economico ma anche sulla tenuta della coesione sociale e delle istituzioni democratiche, comunitarie e nazionali. La premessa è necessaria: vero è, come lo stesso Vincenzo Boccia ha sottolineato ad Avellino, che l’Italia, nonostante la crisi, resta il secondo Paese manifatturiero d’Europa ed è tra i primi cinque al mondo con un surplus commerciale positivo superiore ai 100 miliardi di dollari; altrettanto vero è che la nostra economia cresce meno di tutte in Europa; che il debito pubblico resta tra i peggiori; che il Mezzogiorno ha colmato poco e punto il divario storico rispetto al resto del Paese. L’ottimismo di Boccia, di Basso e degli imprenditori, è benzina necessaria per darsi la spinta ma trascurare il contesto generale europeo ed interno non aiuta ad individuare la strada da prendere.

Imprenditori innovativi e coraggiosi, che investono in persone e ricerca, come Aquilino Villano, Michele Gubitosa, Silvio Sarno, lo hanno segnalato, anche sulla scorta del Rapporto Irpinia del Centro “Guido Dorso”, con la concreta forza del ragionamento a “Tempo Reale”, indicando nella classe dirigente, complessivamente considerata, l’anello ancora debole della catena: poca  visione politica dello sviluppo; scarsa lungimiranza; carrierismo esasperato; tendenza a scegliere la mediocrità e a scartare il merito.  Peculiarità che conosciamo e che persistono anche nella provincia che ogni anno perde 2 mila persone che si trasferiscono altrove, che ha il 54%per cento dei giovani disoccupati, il 20% dei quali ha smesso di studiare e di cercare un lavoro, dove lavorano soltanto 3 donne su 10, in cui capita che infrastrutture avviate 30-40 anni fa vengano ai giorni nostri inaugurate fino a tre volte e ancora si aspetta di vederle completate.

 

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