IN CORTEO PER LA LIBERTA’! LA NOTA

IN CORTEO PER LA LIBERTA’! LA NOTA

1 Maggio 2019 0 Di Norberto Vitale

Cosa c’è da festeggiare il Primo Maggio se disoccupazione, precarietà, disuguaglianze continuano a riguardare milioni di persone; se in pochi anni donne e uomini del Sud, soprattutto giovani, sono andati via in 1 milione e 800 mila, una città grande quanto Milano; se chi resta al Sud, occupato, disoccupato, precario, imprenditore, precipita o vive nell’incertezza? Che festa è quella di un Paese in cui metà della sua popolazione può contare soltanto su un terzo delle possibilità e opportunità che invece vengono godute appieno dall’altra metà?

Non sono domande incongrue. Non a caso segnarono vivacemente il dibattito nella sottocommissione dei 75 a cui l’Assemblea Costituente affidò il compito di redigere il testo della Costituzione. Le sinistre, all’inizio anche Togliatti, volevano che si scrivesse, all’articolo 1, sul modello sovietico, che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sui lavoratori. La sintesi venne trovata da Fanfani, che mise d’accordo cattolici, liberali e marxisti, con la espressione, “fondata sul lavoro”. Convinse tutti ma non Calamandrei, uno dei padri della Carta, il quale osservò con amara e molto contemporanea ironia: “Se la Repubblica si fonda sul lavoro, coloro che non lavorano saranno ammessi come soggetti politici?”. Il principio perfettamente sintetizzato da Fanfani, faceva porre a Calamandrei il problema che 72 anni dopo quel 4 marzo del 1947 abbiamo davanti a noi: come può reggere un Paese in cui milioni di persone, pur lavorando, sono costrette ad arrangiarsi e a fare salti mortali, nel quale le giovani generazioni, le donne soprattutto, vengono progressivamente annichilite dallo sconforto che sfocia nella disperazione; se le uniche e comunque residuali speranze di salvezza sono l’ammanigliamento a qualche bottone del potere, a relazioni incrociate, alle tante piccole caste che sopravvivono? In una parola: su quale democrazia si fonda la Repubblica, che pieghe potrà prendere, quale diritto di cittadinanza attiva garantisce se questo stato dell’arte non verrà quanto più possibile ricondotto all’articolo 1 della Costituzione?

Mettiamola così, anche per evitare di confinare il Primo Maggio tra le “varie ed eventuali”, come certi ordini del giorno del consiglio dei ministri: non è una festa, è una giornata di mobilitazione per la libertà, che è figlia del lavoro. Non è che da domani miglioreranno le cose, ma è affatto inutile ricordare e ammonire i governanti di oggi e di domani che il loro primo dovere è quello di dare attuazione alla Carta su cui hanno giurato.