IL SILENZIO DEGLI INDECENTI

IL SILENZIO DEGLI INDECENTI

6 Novembre 2018 0 Di Delfino Sgrosso

In questi giorni due notizie di razzismo e xenofobia, provenienti da Napoli, sono rimbalzate sui giornali e mi hanno colpito.

La prima riguarda un giovane che ha apostrofato molto duramente un immigrato pakistano su un treno della ex Circumvesuviana (oggi Eav) venendo poi ripreso e zittito da una donna di 62 anni che, da sola, ha reagito a quelle parole.La seconda riguarda una bambina di quattro anni che a scuola si vede paragonare alla cacca perché di pelle nera. Due episodi diversi ma caratterizzati dallo stesso substrato culturale: inesistente.

Andiamo per ordine. Primo episodio: Sul treno Circumvesuviano per Torre Annunziata di venerdì scorso, un giovane passeggero è visibilmente fuori di sé, schiuma rabbia contro un paio di immigrati, probabilmente pachistani, che riempie di improperi in dialetto. Il frasario di questo Accademico della Crusca è sempre lo stesso: stranieri pezzi di m…, ci stanno invadendo, rubano i posti di lavoro, andate a fare in c…, via da qui, ecc. ecc., il tutto condito da una sequela di parole non propriamente forbite. Nel vagone, se non ci fosse l’energumeno, regnerebbe il silenzio. Finchè si alza una passeggera, una signora minuta di 62 anni, che definisce semplicemente “scemo, razzista ed aggressivo” l’urlatore di turno. Il quale, paonazzo di rabbia, sembra voler passare alle maniere forti non più contro gli immigrati, ma contro la signora, “colpevole” di aver reagito alla caterva di sciocchezze sentite e, peraltro, donna. La quale, dopo avergli rivolto un più che opportuno epiteto (“si strun…”) agita l’arma materiale che ha tra le mani, dopo avere adoperato perfettamente quella morale, vale a dire un pericolosissimo e quanto mai letale ombrello, che promette di calare implacabile sul capo del raffinato oratore se non si allontana immediatamente. Costui, stordito dal tutto, riprende il suo posto e, pur continuando a violentare l’italiano con il suo eloquio, termina la vergognosa gazzarra cui ha dato il via. Il tutto senza che alcuno abbia aiutato la signora, ad eccezione, forse, del passeggero che ha filmato tutto con il cellulare e che ha postato in rete il video.

Secondo episodio. Una bambina di colore, quattro anni, torna a casa e chiede al papà: “ma perché mi chiamano cacca? E’ per la mia pelle? Non voglio il marrone, voglio solo il bianco!”. Scena da brividi. Il padre compie un atto coraggioso, riprende lo sfogo della figlia, avuta dalla compagna ghanese, e posta in rete il filmato, rinunciando alla privacy per denunciare e sensibilizzare. La bambina raccontava il collegamento “cacca-pelle scura” da circa un anno.

Due episodi diversi, come dicevo, ma che davvero mi hanno costernato per più motivi. Innanzitutto perché successi a Napoli, terra di emigranti per antonomasia, dove evidentemente ciò che accadeva nei riguardi di bisnonni, nonni, genitori e parenti quando andavano a cercare fortuna in America o al Nord è stato rapidamente cancellato. Il giovanotto della Circumvesuviana probabilmente non ha mai avuto un parente chiamato “terrone” o a cui hanno rifiutato un affitto o un lavoro perché del sud. Ed allora via al putridume mentale e lessicale, vomitato su due immigranti che forse non hanno neanche ben capito ciò che questo intellettuale da tastiera gli ha rivolto. Lo hanno visto agitato e tanto è bastato per essere quantomeno intimoriti. Lo stesso dicasi dei bambini della scuola nei confronti della loro compagna di pelle nera. Ovviamente la tenerissima età non autorizza a scagliarsi contro i bimbi ma contro i genitori probabilmente sì. Essere rivestiti di “cacca” non è una cosa che fa parte del lessico e del mondo di un bambino di quattro anni. Nessuno, neanche quello dotato della più fervida fantasia, può immaginare cacche deambulanti. Animali che parlano si, oggetti che si animano anche, storie fantascientifiche di ogni ordine e grado pure, ma cacche deambulanti, perdonatemi, non credo proprio. E’ un concetto inculcato da ragionamenti (chiamiamoli così) sentiti in famiglia, da altri cultori dell’italiano e del forbito eloquio, che con termini del genere, e con una leggerezza disarmante, liquidano il problema dell’immigrazione e del lavoro. D’altronde I bambini sono solo una spugna che assorbe. Quello che assorbono dipende da dove li si immerge. Se è liquame, non può essere certo acqua cristallina quella che poi, improvvisamente, rilasceranno.

Il secondo motivo del mio rincrescimento è che la presenza ingombrante dei social non sta soltanto lentamente, ma inesorabilmente, uccidendo la capacità di confronto, dialogo e pensiero umano, ma anche la stessa umanità e la stessa capacità di discernere il bene dal male, che solitamente si apprende appena entrati nella piena coscienza di sé. Prendiamo il treno. Oltre all’urlatore ed alla signora, il resto era silenzio. SILENZIO! Un silenzio assordante, volendo utilizzare uno dei più classici ossimori. Assordante perché in realtà denunciava ignoranza, insofferenza, razzismo latente ma, soprattutto, inazione ed indifferenza, i due mali principali dell’epoca dei social, quelli che spingono a non fare ed a fregarsene di tutto ciò che non è svago e divertimento, uccidendo, prime fra tutte, informazione e formazione. I passeggeri del treno forse sarebbero intervenuti se la situazione fosse degenerata, ma è mai possibile che NESSUNO abbia unito la sua voce a quella della signora? E’ mai possibile che il partenopeo “che ce ne fott” sia diventato non più e non già soltanto un mero e folkloristico intercalare ma uno stato d’animo che pervade la società da cima a fondo? E’ mai possibile che il primo pensiero del passeggero che ha ripreso il tutto sia stato quello di mettere mano al cellulare e riprendere la scena, invece di unire il suo “strun…” a quello già profferito dalla signora?

L’effetto è dirompente. Infatti il ragazzo, vistosi messo alla berlina su internet, suo probabile luogo di sfogo giornaliero, non ha chiesto scusa del suo gesto a tutti e, soprattutto, ai due immigranti, ma si è difeso dicendo di essersi lasciato andare, di non essere razzista e di chiedere la cancellazione del video. Gli interessa la CANCELLAZIONE DEL VIDEO perché è stato colto con le mani nella marmellata e non perché ha detto spropositi. Praticamente siamo alla degenerazione di ogni rapporto umano, al tentativo di farla franca sempre e comunque e, soprattutto, alla voglia di non pagare per i propri errori, neanche con il semplice pubblico ludibrio, spesso terapeutico. Ciò è tipico di una società, quella italiana, che sta perdendo l’abitudine alla certezza della pena, a tutti i livelli. E che è gestita da personaggi istituzionalmente inadeguati, che incitano, di fatto, all’odio razziale con dichiarazioni (ovviamente su twitter e quant’altro) che potrebbero e dovrebbero tranquillamente riservare alle loro giocate a carte in osteria.

Di fronte a questo quadro desolante mi rendo conto che è una questione proprio di Silenzio. Quello terribile dei passeggeri della Circumvesuviana, che ho descritto, e quello che avrebbero dovuto fare i genitori dei bambini che hanno rivolto l’epiteto di “cacca” alla bambina di pelle più scura rispetto alla loro. Un silenzio assordante ed un silenzio mancato. Silenzi di persone inadatte alla vita in società, o perché di essa se ne fregano o perché se ne fregano del futuro della società stessa, allevando in maniera inadatta i futuri componenti di essa. Nell’uno e nell’altro caso, il silenzio degli indecenti.