IL PIANTO DEL COCCODRILLO

IL PIANTO DEL COCCODRILLO

5 Novembre 2018 0 Di Delfino Sgrosso

Mi è capitato spesso, in questi ultimi giorni, di guardare fuori dalla finestra ed osservare scendere la pioggia. Copiosa o appena percettibile, violenta o mite. Ho pensato a come l’uomo vede questo evento meteorologico da sempre. Quello di Neanderthal con timore e paura per qualcosa che non capiva; gli Egizi come una benedizione del cielo per le piene del Nilo; Greci e Romani di volta in volta come un atto di benevolenza o di irritazione degli dei; l’uomo medioevale, rinascimentale ed ottocentesco con sostanziale indifferenza (perché troppo preso dalle difficoltà della vita il primo, da arti e guerra il secondo, da scienza e tecnica il terzo), con curiosità scientifica l’uomo del novecento, con timore e paura l’uomo del 21° secolo… mi fermo un attimo perché, nelle mie riflessioni, mi accorgo che timore e paura sono due sostantivi che ho già impiegato con riferimento all’uomo di Neanderthal!

C’è qualcosa che non va. Eppure ciò che ci restituisce la realtà quasi quotidiana, ogni volta che si verifica questo evento meteorologico, non autorizza la generazione di sentimenti diversi: timore e paura. Ma per motivazioni diametralmente opposte a quelle dell’uomo di Neanderthal. Egli, per la mancata conoscenza scientifica del fenomeno, perché agli albori dell’esperienza umana su questa terra, provava queste sensazioni inconsciamente, per l’istintivo senso di sopravvivenza di cui Madre Natura ha dotato tutti i suoi figli, ivi compreso l’uomo. Noi, al contrario, proviamo timore e paura proprio perché siamo coscienti, perfettamente, di quello che giornalmente infliggiamo con la nostra ingombrante presenza a questo pianeta e, con un misto di ipocrisia e sgomento, preghiamo che qualche entità divina (chissà poi sulla base di quali meriti) intervenga e ci faccia “passà a nuttata”. Si, perché l’uomo del XXI secolo sa benissimo che la violenza di questo elemento e i danni e le devastazioni che porta con sé non sono da imputarsi ad una Natura matrigna di Leopardiana memoria, ma solo ed esclusivamente all’uomo stesso, alle sue azioni quotidiane, al suo vivere su questa Terra per la quale ogni giorno di più egli assomiglia a un parassita più che a una creatura di un ecosistema.

Nella “Genesi” la benevolenza divina nei confronti dell’uomo si manifesta nella volontà che egli “domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dominare vuol dire essere preponderante e non prepotente, essere alla vetta della piramide alimentare e non stravolgerla, essere il “migliore” degli animali creati e non l’unico. Che si creda o no, le parole della Genesi sono il senso di quello che deve essere l’uomo su questa Terra. Ed invece ce ne siamo dimenticati e ce ne dimentichiamo ogni giorno, salvo poi spaventarci quando la Natura, stanca del nostro scempio, ci presenta il conto. Nessuno deve sentirsi escluso da questo elenco.

Non sono solo capitalismo ed industrie a generare l’inquinamento legato all’antropizzazione del territorio. Sono anche e soprattutto i nostri comportamenti giornalieri, quelli che adottiamo dal momento in cui apriamo gli occhi al mattino a quando diamo tregua a questo pianeta con il nostro riposo. Pensiamoci. Quanti di noi spengono il puntino rosso dello stand-by vicino a televisori ed apparecchiature elettroniche? Quanti di noi si prendono la briga di cambiare le lampadine della propria casa con le ben più costose lampade a led? Quanti di noi accendono esattamente le luci che servono? Quanti di noi settano la caldaia per ottenere 19° di temperatura interna? Quanti di noi consumano esattamente il cibo e l’acqua che gli sono necessari senza buttare/sprecare nulla? Quanti di noi rinunciano nel vivere quotidiano a cannucce, piatti, posate, bicchieri di plastica, la cui riciclabilità è pari praticamente a zero? Quanti di noi utilizzano un’automobile adatta alle reali esigenze di spostamento e non sovradimensionata? Quanti di noi cambiano/sostituiscono le apparecchiature elettriche ed elettroniche (televisori, computer, cellulari, tablet, frigoriferi, lavatrici, asciugatrici, ecc.) per usura e non per moda/voglia di avere l’ultimo modello? Quanti di noi, nel gettare un rifiuto, si preoccupano SERIAMENTE E COSCIENTEMENTE di che fine faccia il rifiuto prodotto e se, eventualmente, fosse possibile eliminare quel rifiuto cambiando qualcosa del proprio comportamento? L’elenco è potenzialmente infinito…

L’unica verità è che l’uomo ha smesso di ascoltare la Natura, ha smesso di essere un ingranaggio del sistema per diventare egli stesso IL sistema, intorno al quale bisogna poter adattare tutto. E poco importa se siano sparite in un secolo 1800 specie animali o se la deforestazione mondiale e lo scioglimento dei ghiacciai proseguano a ritmi ormai insostenibili oppure se il suolo sia sfruttato sempre di più e sempre peggio. Con le sue azioni ossessive incentrate sul consumare e produrre, l’uomo sta modificando e recidendo reti biologiche millenarie e planetarie credendo di farla franca. Ma la Natura, giusto giudice, presenta sempre il conto. Ed è qui che l’uomo torna ad essere un semplice animale, nella sua paura di non poterla fare franca ogni volta che un evento meteorologico definito eccezionale, ma che lo è sempre meno, si abbatte sulla zona dove egli vive, abbattendo alberi, causando frane, distruggendo boschi, foreste, abitazioni e vite umane. Il suo sgomento, passata la tempesta, rende definitiva la sua kafkiana metamorfosi.

Egli diventa un coccodrillo. Nella credenza popolare il coccodrillo, la femmina in particolare, piange dopo aver divorato i propri figli o una preda. E così fa l’uomo. Piange e si lamenta, vedendo il proprio territorio devastato, il proprio lavoro distrutto, qualche vita recisa, magari giovane e senza particolari colpe. E’ il pianto di chi sa di aver contribuito, più o meno consciamente, a quanto successo. Ma anche di chi dal giorno dopo non farà nulla per cambiare il proprio comportamento e correggere quanto di negativo egli fa a questo pianeta giornalmente. Passano le giornate, si asciugano le lacrime e si dimentica, riprendendo a fare esattamente quello che si faceva prima. Ed alla prossima pioggia, via con il successivo pianto. Il pianto del coccodrillo.