IL PD CHE NON CAMBIA, NONOSTANTE CALENDA

IL PD CHE NON CAMBIA, NONOSTANTE CALENDA

22 Gennaio 2019 0 Di Sandro Feola

Il Partito democratico proprio non ce la fa. Non riesce, tanto a Roma quanto in Campania, a dare di sé una immagine che non sia quella di una federazione di correnti concentrate su un interminabile conflitto interno. Incurante del fatto che la gente comune percepisca tale circostanza come dinamiche che, data la difficile congiuntura economica, si collocano a metà tra il ridicolo e il grottesco.

E poco o nulla possono quelli che si dovrebbero occupare di comunicazione, che a quanto pare neanche ci provano più a trasmettere almeno la parvenza di un Pd che si sforza di rinnovare metodi e classi dirigenti e di affrontare i problemi di una società, in particolare quella del Mezzogiorno, così duramente colpita dalla crisi. Una comunicazione ridotta alla cronaca, che al massimo impegna gli addetti stampa nella gestione del battibecco quotidiano con gli avversari, solerti – e autolesionistici – nell’occuparsi delle divise indossate dal Ministro dell’interno o della sua prima colazione. Il Partito democratico che arriva agli elettori è, pertanto, quello di Martina contro Zingaretti, che a sua volta è contro i renziani, che nel frattempo si sono divisi in due o tre sotto anime, ognuna impegnata a combattere la sua guerra interna.

Al cambio di rotta ci sta provando con non poca generosità Carlo Calenda. Che tuttavia pare abbia commesso anch’egli l’errore di concentrare l’attenzione non su come il PD intenda cambiare se stesso, per tornare ad essere espressione di quello che fu il proprio elettorato, ma solo sulla natura del “nemico” da combattere, sulle pur innegabili contraddizioni di forze politiche piegate al più banale populismo che, tuttavia, riescono ancora ad intercettare il consenso del 60% degli italiani. Il Pd non solo non riesce ad essere diverso, ma non è ancora capace di indicare su quale sentiero intende condurre un Paese che si avvia nuovamente verso una fase di recessione. Che la gente, tuttavia, imputa al rigore europeo, ai governi precedenti, alle ruberie e ai privilegi della classe politica e anche alla conflittualità interna ai partiti tradizionali. Il tutti contro il SalDimaio, nel quale si sostanzia il listone per le europee proposto dall’ex ministro dello sviluppo, rischia paradossalmente di avvantaggiare pentastellati e leghisti.

Molto male per il centrosinistra. A maggior ragione perché incapace di approfittare dei primi segnali di cedimento visibili in particolare sul versante pentastellato. Vero è, infatti, che il M5S perde consenso, ma a vantaggio dell’alleato Salvini. A nessuno nel Pd – ma anche in Forza Italia – viene da pensare che ciò accade perché il Partito non viene percepito come una alternativa credibile alle forze politiche che reggono il governo? Darsele ogni giorno di santa ragione e concentrarsi sulle divise del Ministro dell’interno non è quello che la gente si aspetta da un partito democratico, che per giunta ha governato il Paese fino a pochi mesi fa.