IL GOVERNO DEGLI APPARATI

IL GOVERNO DEGLI APPARATI

31 Agosto 2019 0 Di Sandro Feola

Nascerà il Conte bis? Molto probabilmente sì. Vedrà la luce nonostante il 72% degli italiani – stando ai sondaggi – voglia un ritorno alle urne. Si farà, nonostante alle basi elettorali di PD e M5S venga la nausea non appena viene prospettata loro la ipotesi di governare assieme. La ritrosia dei militanti democrat e grillini è evidente, emerge nelle piazze, sui social. E anche negli applausi scroscianti riservati ieri a Carlo Calenda non dall’assemblea dei suoi amici, ma dai partecipanti alla festa dell’Unità.

Carlo Calenda

Perché, dunque, il governo vedrà la luce? Semplicemente perché lo vogliono gli apparati di questi due partiti. Perché serve ai quadri del PD ad evitare un ritorno alle urne che determinerebbe probabilmente una scissione; perché serve ai suoi parlamentari, che dopo appena un anno dall’insediamento, non ne vogliono sapere di mollare la cadrega.
Serve all’apparato del M5S in difficoltà ovunque si sia votato. Un movimento che, a dispetto della sua natura antisistema, è diventato esso stesso il Sistema. Con una pattuglia di ministri e sottosegretari che ha assaporato l’ebrezza dell’ufficio a Palazzo Chigi e dintorni, dell’auto blu – alla quale non hanno rinunciato – e di uno stipendio da favola, specie per chi – la maggior parte – prima di arrivare a Roma aveva reddito zero. Il Conte bis serve al centrosinistra per evitare elezioni che vedrebbero il centrodestra a guida Salvini – Meloni stravincere. E non è una previsione fondata solo sui sondaggi, ma sull’esito di elezioni regionali ed europee che si sono tenute poche settimane fa.

Conte, Di Maio e Tria

Non solo. Il centrosinistra è in difficoltà elettoralmente per la sua incapacità di emanciparsi da una concezione ideologica della società che lo condiziona pesantemente; per la sua inabilità a calarsi nella realtà e nella incapacità di ritrovarsi nell’alveo ideale e programmatico della socialdemocrazia europea e del liberalismo democratico. I “porti aperti a tutti” e “l’articolo 18” sono solo due paradigmi di una coalizione prigioniera della parte più estrema di se stessa e ineluttabilmente destinata, prima o poi, a dividersi tra estremisti e socialdemocratici.

Il Conte bis, dunque, vedrà la luce nonostante la clamorosa discordanza di vedute su tutti i temi all’ordine del giorno della vita pubblica del Paese: non solo Tav, ma infrastrutture in generale, giustizia, lavoro, immigrazione. Non c’è un tema, che sia uno, sul quale sia immaginabile una convergenza concreta – e non solo di facciata – di democratici e pentastellati. Gli imbarazzi di Renzi, intervistato ieri da Mentana e subito pizzicato da Salvini, la dicono lunga su quanto siano fragili le fondamenta sulle quali poggerebbe il Conte Bis. Senza voler considerare gli insulti, e relativo rancore, e annesse querele, che le parti si sono scambiati negli anni scorsi.

Il nuovo governo, tuttavia, avrebbe una piena legittimità costituzionale. La nostra è una democrazia parlamentare e la volontà del popolo è espressa, appunto, da chi ci rappresenta alla Camera e al Senato. Ciò non toglie che, a dispetto degli apparati, che oltre i benefici dell’essere al governo, si assumeranno non poche responsabilità, gli elettori matureranno nei prossimi 12 mesi – durata presunta del conte bis – un livello di insofferenza nei confronti dei suoi protagonisti che andrà ben oltre quella che maturò nei confronti di Mario Monti e della Fornero.

Certo, non è da escludere il miracolo di un esecutivo che trovi una sintonia interna, che dia delle risposte alle richieste dell’elettorato, che dia un segno concreto di speranza all’ansia di crescita dei nostri giovani, che agevoli investimenti e sviluppo. Che torni ad occuparsi di Mezzogiorno. Ma parliamo di un miracolo, appunto.

Al momento, all’orizzonte, non si intravede, invece, nulla che lasci presagire qualcosa di positivo. E dopo un annetto a gozzovigliare, per grillini e democratici è facile prevedere che sarà solo pianto e stridor di denti.