IL DIARIO POLITICO DEL 9 LUGLIO 2019

IL DIARIO POLITICO DEL 9 LUGLIO 2019

9 Luglio 2019 0 Di Leonardo D'Avenia

La vicenda Sidigas, con tutti gli annessi e connessi, precipita. Il Diario di ieri era titolato: l’Arrevuoto è appena cominciato. Oggi registriamo la prima deflagrante puntata di questo arrevuoto che prelude al Si salvi chi può con il sequestro di beni riconducibili a Gianandrea De Cesare per 100 milioni di euro disposto dalla Procura. Il provvedimento in sostanza parte dalle motivazioni che il 10 giugno scorso avevano indotto il procuratore aggiunto Vincenzo D’Onofrio a presentare richiesta di fallimento della Sidigas. Il decreto firmato dal Procuratore capo, Rosario Cantelmo, precisa e dettaglia le ipotesi di reato che pure nella relazione di D’Onofrio si intravedevano. Tutta roba pesantissima: false comunicazioni sociali; omesso versamento di Iva; sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Il tutto per complessivi 95 milioni, oltre 60 dei quali dovuti all’erario ma dirottati, così ribadisce la Procura, verso altri patrimoni sociali che sono nella piena disponibilità di De Cesare. Tra questi anche la Scandone basket e l’Avellino Calcio. Nella richiesta di fallimento, non venivano espressamente nominate ma era abbastanza chiaro che quando D’Onofrio faceva riferimento alle deviazioni di risorse a favore di economie terze di parti correlate, le parti correlate altro non erano che (anche) le due società sportive.

Devo ritenere che il provvedimento di oggi sia stato in qualche modo accelerato dalle voci di trattative in corso, in verità molto inconsistenti nella realtà, dopo la manifestata intenzione di De Cesare di cedere ad altri le squadre di calcio e basket.

Il decreto eseguito dalla Guardia di Finanza mette dunque il punto definitivo alla telenovela della trattativa che stava prendendo piede e soltanto chi non capiva, non vedeva o faceva finta di non capire e non vedere poteva crederci. Nessuna persona dotata di minimo buon senso oltre che di serie intenzioni, avrebbe potuto fare un’offerta e prendersi il calcio o il basket. Lo abbiamo ripetuto per giorni e non ci voleva molto ad avere ragione.

Adesso si aprono davvero molti scivolosi fronti.

Il primo, che da qui abbiamo sempre considerato prioritario riguarda l’azienda e i suoi quasi 200 dipendenti. Il destino di Sidigas è tutto da scrivere, sia per le condizioni strutturali dell’azienda così come descritte dalla Procura, sia perché il suo deus ex machina viene ufficialmente indagato per gravi reati penali.

Il secondo è quello dei giudizi, il 12 luglio ad Avellino e il 17 a Napoli, davanti ai rispettivi collegi prefallimentari: il sequestro di stamattina può avere una non residua incidenza sull’esito delle due pronunce perché rende più fragile la possibilità per Sidigas di dimostrare di avere le risorse per fronteggiare debiti che la Procura fissa in oltre 95 milioni di euro.

Il terzo è quello delle due società sportive. In caso di fallimento, è certo che verranno messe sul mercato dal curatore. C’è però l’incognita dei tempi rispetto a quelli invece stringenti che sono collegati alle attività sportive e ai campionati di calcio e basket. Se ho capito bene, le due società sono diventate ufficialmente presunti corpi di reato e come tali, prima di alienarli, saranno passati al setaccio per capire meglio, allargare la conoscenza sui meccanismi acrobatici con i quali il patron di Sidigas avrebbe agito, peraltro indisturbato, da non pochi anni a questa parte.

Le cose insomma stanno prendendo una piega molto diversa da quanto fosse lecito e razionale aspettarsi e dentro queste pieghe, per quanto non siano le principali, i destini di Scandone e Us Avellino, già incerti di loro, sono legati a filo doppio con l’incertezza più ampia e drammatica di Sidigas. E’ facile prevedere che vivremo un’estate molto più calda di quella che segnalerà il termometro

Comincia ufficialmente martedì prossimo il sindacato di Gianluca Festa. Saranno trascorsi un mese e sette giorni dalla sua elezione, nei quali il sindaco, oltre a svolgere una prima ricognizione di carattere generale, ha organizzato la sua squadra amministrativa: nove assessori, sei dei quali consiglieri eletti; tre tecnici con deleghe strategiche al bilancio; urbanistica e fondi europei; tre consulenti esterni, di grande spessore che a titolo gratuito affiancheranno il sindaco sulla gestione del Patrimonio, Rigenerazione urbana e programmazione culturale. Il mix tecnico-politico della giunta costituisce un elemento di forza interna alla maggioranza che può contare su 21 consiglieri e la renderà ancora più coesa per il fatto che sei consiglieri eletti diventano assessori ed altrettanti candidati non eletti entreranno in consiglio. L’approccio del neo sindaco è stato molto positivo ed è stato molto agevolato dal fatto di avere come principali interlocutori i consiglieri delle liste che l’hanno sostenuto. In questo senso abbiamo definito quella di Festa un azionariato popolare rispetto a quella che ci è sembrata la società per azioni costruita intorno a Luca Cipriano.

La differenza tra le due strutture è sostanziale: chi investe in una spa si pone l’obiettivo della massima monetizzazione del proprio investimento; nell’azionariato popolare, che non a caso è il modello scelto anche da grandi società sportive, la proprietà delle quote viene diffusa capillarmente: questo conferisce stabilità politico-sociale alla compagine; la distribuzione più omogenea del reddito e la partecipazione ampia alle sorti della intrapresa comune. Si capisce al volo che la solidarietà per l’interesse comune che si muove nell’azionariato popolare non è la stessa che ritroviamo in una società per azioni. Anche per questa ragione, Festa ha potuto fare scelte che ha naturalmente condiviso con i suoi ma senza passare per le forche caudine di interlocutori interni ed esterni, come probabilmente sarebbe toccato a Cipriano se fosse stato eletto. Il sindaco dovrà avere molta cura a non sciupare questa felicissima e prodiga condizione. Da essa dipende la possibilità di svolgere un sindacato proficuo per concretizzare le speranze annunciate in campagna elettorale.

In questo senso guardo con interesse ma senza spasmodica attesa alle linee programmatiche che Festa presenterà martedì prossimo al consiglio comunale. Per la sua pregressa esperienza, sa bene quali sono i problemi di Avellino, conosce inghippi e trappole, dovrebbe aver maturato a sufficienza la consapevolezza di quali siano gli errori da non ripetere. Di suo, adesso che è nelle condizioni di poterlo fare, Festa ci metterà la sua cifra personale ed umana per incoraggiare la comunità a partecipare con ottimismo ad una consiliatura che dalle difficoltà potrebbe trovare la scia della sua rinascita. Non sono dunque tanto le cose programmatiche quanto il modo e il come Festa si organizzerà. Sono decisivi due fronti. Quello della macchina comunale con trecento dipendenti e appena quattro dirigenti apicali che se resta così com’è, nonostante tutta la disponibilità e laboriosità che ognuno potrà e vorrà metterci, costituirà un insormontabile ostacolo destinato a bloccare, confondere, ritardare le decisioni amministrative e politiche, dalle più piccole alle più grandi. Si tratta allora di lottare per avere più dirigenti e nell’attesa di avere le competenze che mancano, provare intanto a riconvertire secondo le proprie competenze il personale che si ha a disposizione.

L’altro fronte è quello del risanamento finanziario. Oggi c’è stato il cosiddetto passaggio straordinario di cassa con il prefetto Priolo. La situazione è abbastanza nota, a partire dalle somme vincolate utilizzate per fronteggiare la spesa corrente: 8 milioni di euro lasciati dal sindaco Foti scesi a 5 milioni. Questo significa che i quasi 3 milioni prelevati da quel fondo, non essendo stati reintegrati, rimessi cioè dove erano stati presi, finiscono per appesantire il passivo totale che, nonostante nel 2018 non si sia fatto ricorso alle anticipazioni di Tesoreria, sale a quasi 45 milioni rispetto ai 35 che costituiscono il disavanzo accertato nell’ultimo bilancio consuntivo.

Il comune di Avellino dunque deve riacquistare progressivamente ma senza indugio una sempre maggiore autonomia della spesa corrente anche naturalmente attraverso un’azione oculata rivolta al suo efficientamento e ai tanti rivoli di spreco che non mancano.

Ma su questo fronte, altro che dichiarazioni programmatiche, sarà decisiva l’organizzazione che il sindaco metterà in campo sui residui attivi e passivi. Il comune di Avellino ha crediti per oltre 164 milioni e debiti per meno di 110 milioni. Messa così sarebbe un ente con il vento in poppa. Solo che mentre i debiti sono quasi tutti certi, i crediti non lo sono perché o sono diventati inesigibili oppure non si vanno o non si riesce a riscuoterli. Questo determina una condizione di più generale ingessamento contabile dovendo accantonare risorse pari a quelle che non riesci a riscuotere: almeno 66 milioni su 164.

Scusate il tourbillon dei numeri, ma è per capire quanto sia decisiva per il sindaco, e per gli avellinesi, l’inversione di rotta da imprimere. Questa matassa non può essere dipanata da interventi esterni. Va sciolta dall’interno e in autonomia. Va affrontata dunque prendendola per le corna subito dopo aver aggiornato l’ennesima ricognizione. Prima si comincia a fronteggiare questa emergenza, prima si uscirà dal piano di risanamento senza il rischio che il percorso possa zigzagare verso il dissesto.

C’è poi l’aspetto politico in vista della seduta di martedì prossimo nella quale potrebbe essere consumato il primo “strappo” sulla elezione del presidente del consiglio comunale alla cui carica la maggioranza avrebbe ufficiosamente individuato Ugo Maggio, che ha ricoperto la stessa carica nei cinque mesi di Ciampi. Cipriano, probabilmente come portavoce dei consiglieri eletti nelle liste che lo hanno sostenuto, annuncia la possibile uscita dall’aula del suo gruppo in assenza di un confronto aperto all’opposizione. Resterebbero in aula ma non votando Maggio, i due consiglieri pentastellati e Amalio Santoro. Non si sono ancora pronunciati Dino Preziosi e Bianca Maria D’Agostino. E’ una questione politica ma anche un po’ di lana caprina. Il presidente del Consiglio comunale è una figura di garanzia non per l’opposizione ma per l’opposizione e per la maggioranza, cioè per l’intero consiglio comunale.

Da presidente del consiglio con il sindaco Ciampi, Ugo Maggio non è che garantisse di più perché non era del M5s. Più semplicemente sul suo nome ci fu la conversione della maggioranza sufficiente ad eleggerlo, compresa quella dei consiglieri del M5s. Un presidente di consiglio comunale, da qualunque collocazione provenga, non è che fa come gli gira: è sottoposto alle leggi, ai regolamenti, allo Statuto e la sua per quanto modesta discrezionalità, fanno fede tutti i precedenti, passa sempre alla verifica del confronto con i capigruppo. Certo se vi fosse una ampia convergenza, sarebbe meglio ma non mi pare che ci sia il clima e neanche la voglia di ricercarla. Ma se si dovesse andare ad una elezione non condivisa, non crolla il mondo e soprattutto non sarebbero comunque attentati e in pericolo i diritti, le garanzie e il funzionamento del consesso.

In coda, la polemica che si sarebbe aperta nel M5s all’indomani della manifestazione che ha visto sullo stesso palco il consigliere Luigi Urciuoli e il sindaco Festa. Dicono che Carlo Sibilia non avrebbe gradito, arrivano anche ad intestargli il tentato sabotaggio per la sollecitazione agli attivisti di disertare la festa di ringraziamento agli elettori promossa da Urciuoli. Avevo salutato con interesse il nuovo umanesimo, diciamo, contenuto in quel segnale lanciato dal palco di Bellizzi in cui sono state ribadite le rispettive collocazioni e la volontà, da parte del sindaco e da parte dei consiglieri 5 Stelle di non escludere la possibilità di collaborare alla luce del sole rispetto ala risoluzione dei problemi della città e in particolare di Bellizzi. Non a caso dicevo che si era in qualche modo aperto un varco nel rigido controllo su iscritti ed eletti, spesso sconfinante nella caserma. Non a caso, il sottosegretario avrebbe fatto sentire la sua voce. Di buono c’è che il suo invito-diktat a non partecipare, non è stato accolto. E’ un piccolo ma significativo segnale di speranza./FINE