IL DIARIO POLITICO DEL 10 LUGLIO 2019

IL DIARIO POLITICO DEL 10 LUGLIO 2019

10 Luglio 2019 0 Di Leonardo D'Avenia

Da una abbondante settimana e soprattutto da ieri, c’è un solo argomento di cui si parla ad Avellino e in Irpinia. Trainata dagli strappi della passione sportiva, giorno dopo giorno la vicenda in sé della Sidigas comincia a prendersi il centro della scena. C’è naturalmente un caleidoscopio di commenti, domande, ipotesi, previsioni, sul presente e sull’immediato futuro. C’è anche un interrogativo che comincia a circolare con sempre maggiore peso: se le cose che sentiamo in televisione e leggiamo sui giornali sono vere o verranno dimostrate come tali, come mai esplodono soltanto oggi? Sono nate la settimana scorsa o vengono da più lontano? E se presumibilmente vengono da lontano, chi avrebbe dovuto occuparsene, vigilare, intervenire? Parleremo anche di questo oggi non prima di aver riodanato le cose con un quadro il più corretto possibile dal punto di vista informativo, dove la correttezza significa basarsi sulla realtà dei fatti piuttosto che sulle eventuali e unilaterali verità che essi possono produrre e influenzare.

Partiamo dal sequestro preventivo di beni per 100 milioni di euro: è il segnale fragoroso della resa dei conti che la Procura intende portare a termine e in via definitiva nei confronti di Gianandrea De Cesare.

Come abbiamo anticipato, il decreto firmato da Cantelmo trova la sua ragione e la sua urgenza nella motivazione di salvaguardare lo Stato, che sarebbe il principale creditore di Sidigas per oltre 60 milioni, da eventuali e possibili dispersioni di beni che vanno invece congelati a garanzia dei creditori e sottratti alla disponibilità di chi, come De Cesare, avrebbe la possibilità di alienarli. Una mossa, quella della Procura, che si spiega anche in vista dell’udienza di venerdì davanti al collegio prefallimentare di Avellino: Sidigas, attraverso i suoi legali, ha presentato la richiesta di concordato in bianco altrimenti detto concordato con riserva o concordato con prenotazione, che se venisse accettata, tra le altre cose, consentirebbe a De Cesare di continuare a gestire direttamente l’ordinaria amministrazione delle aziende. Questo tipo di concordato interrompe o sospende le esecuzioni in corso e per richiederlo, pena l’inammissibilità, devono essere prodotti i bilanci degli ultimi tre esercizi. Con il sequestro preventivo dei beni, la Procura ha messo le mani avanti rispetto alla possibilità che il concordato in bianco possa essere accordato a De Cesare. Se questo dovesse avvenire, saremmo però di fronte ad un’altra rumorosa e clamorosa novità: l’inchiesta della Guardia di Finanza e le conclusioni a cui è giunta la Procura, non verrebbero demolite ma quasi. Significherebbe infatti che i bilanci non sono stati falsificati; che Sidigas ha risorse sufficienti per fronteggiare i creditori sia pure attraverso piani di rientro e rateizzazioni e scansare il fallimento. Siccome in questa vicenda il civile e il penale si incrociano e si intrecciano, la eventuale ammissione di Sidigas al concordato sarebbe possibile perché i giudici non considererebbero dirimenti ed anche plausibili i profili penali che vengono ipotizzati nei confronti di De Cesare, in particolare quelli per le false comunicazioni sociali e l’autoriciclaggio.

Su questo stesso versante, c’è poi il pronunciamento entro domani del Gip sulla legittimità del sequestro fatto eseguire ieri dalla Procura. La conferma o la revoca del provvedimento rappresenterà il primo vero e cospicuo punto a favore o contro per la Procura.

Naturalmente dentro lo scenario vanno compresi tutti i possibili esiti, compresi quelli opposti a cui si è fatto cenno.

Realisticamente sono portato a ritenere che il lavoro svolto dagli inquirenti, dagli investigatori e dal consulente contabile non sia stato tirato su con la sabbia. In quelle carte non ho letto teoremi. C’è qualche supposizione che però viene razionalmente anticipata sulla base di elementi che andranno ulteriormente approfonditi, ma ci sono molti riscontri sul circuito in cui si muove l’universo Sidigas, che si regge sostanzialmente grazie alla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, risorse che vengono trasferite per finanziare altre attività in danno di soci e creditori pubblici e privati. Un sistema che avrebbe la sua cassaforte segreta nelle bollette incassate da Sidigas per la fornitura del gas metano, molti milioni di euro al mese, che non finiscono, secondo la Procura, sui conti correnti della Sidigas ma su quello di un altro soggetto che con Sidigas nulla ufficialmente avrebbe a che fare. Questo spiegherebbe anche l’insufficiente patrimonio, 240 mila euro, riscontrato all’inizio dell’inchiesta dalle Fiamme Gialle che fece scattare l’allarme rosso che ha poi portato alla richiesta di fallimento da parte della Procura: come potrà pagare 12 milioni all’Eni, che sarebbero diventati 20, potendo contare su una resistibile e risibile consistenza patrimoniale? Da questo si sono poi aperte le altre strade investigative che hanno portato al sequestro di ieri mattina. Ripeto. Non mi pare di cogliere nel lavoro svolto dalla Procura una qualche tentazione di voler affermare un teorema. Vero è però che mentre conosciamo le carte della Procura, che implicitamente ci danno conto di quelle di Sidigas, non conosciamo per non averle viste direttamente le carte di Sidigas. L’attesa però non durerà molto. Dall’udienza fallimentare che comincia venerdì, conosceremo anche quelle.

La domanda dalla quale siamo partiti. Se la situazione a cui è arrivata Sidigas è quella descritta dalla Procura, chi in questi anni ha voltato altrove lo sguardo?

L’unica inchiesta di cui ho memoria è quella che risale al 2002 che guarda caso esplose anche allora in estate, alla fine del mese di luglio.  La avviò la Procura guidata allora dall’appena nominato nuovo Procuratore capo, Mario Aristide Romano, sulla quale lavorava il sostituto Angelo Capozzi. Quella inchiesta prese le mosse da una denuncia della Uil, che al tempo era il sindacato più rappresentativo all’interno dell’azienda, e riguardava il reale impiego dei finanziamenti statali ed europei concessi alla Sidigas per la effettuazione dei lavori di metanizzazione in provincia di Avellino e sulla effettiva realizzazione degli investimenti per i quali quei finanziamenti erano stati chiesti e ottenuti. In quella denuncia veniva ipotizzato che decine di miliardi allora di lire di quei finanziamenti erano stati intascati dall’azienda e sottratti agli investimenti per la metanizzazione, in particolare in Valle Ufita, nel Baianese e nei comuni del Partenio. De Cesare era appena tornato alla guida della Sidigas dopo che un contenzioso aperto dai suoi familiari venne risolto a suo favore in Corte d’Appello. Come finì quell’inchiesta non mi ricordo. Devo però ritenere, 17 anni dopo nel corso dei quali Sidigas e De Cesare alla guida hanno continuato a funzionare, che da quella inchiesta non venne fuori nulla perché nulla c’era.

C’è però una cosa curiosa precedente al 2002 e che fa riferimento al contenzioso che si era aperto nella famiglia De Cesare. Uno dei suoi familiari descriveva la gestione di Sidigas, e parliamo di almeno 19-20 anni fa, in maniera abbastanza simile a quella che 20 anni dopo, oggi, descrive la Procura di Avellino. Abbiamo detto che quel contenzioso familiare fu risolto definitivamente a favore di Gianandrea De Cesare dalla Corte di Appello. Resta la coincidenza delle similitudini ma anche in questo caso dobbiamo ritenere, anzi dobbiamo prendere atto che De Cesare venne assolto perché nulla aveva commesso di quel che lo si accusava.

Fatta salva questa cronaca, da allora mai Sidigas è tornata di nuovo sotto i riflettori.

Non sono pochi quelli che sostengono che in questi anni si sono accumulati segnali e vicende ritenute così evidenti che però non hanno trovato la corrispondente vigilanza di organi che avrebbero dovuto e potuto far valere le loro rispettive prerogative. In una parola, ritenendo Sidigas colpevole a prescindere prima ancora di un qualche giudizio di merito, detta crudamente, Sidigas sarebbe stata coperta. In primo luogo dalla politica. Penso invece che semmai si sono utilizzati reciprocamente. La politica, neanche quella che negli anni Ottanta sembrava onnipotente anche in provincia di Avellino, ammesso che avesse voluto farlo, da sola non ci sarebbe riuscita se la tesi fosse vera. Ci sono i lavoratori, ci sono i sindacati, ci sono i sindaci e le amministrazioni comunali, ci sono le banche, ci sono consulenti e professionisti e c’è anche il politico amico. Se la Sidigas è stata coperta, quel cordone protettivo è stato retto da tantissime mani, anche grazie a quel clima che caratterizza a tutte le latitudini la tendenza molto italiana di simpatizzare con i vincitori del momento, ai quali perdoniamo tutto fin che mantengono questa condizione e che però siamo pronti a lapidare non appena il loro trono mostra di scricchiolare.

La sequela dei Vattene, l’ultima quella sullo striscione che i tifosi hanno dedicato a De Cesare davanti ai cancelli dello stadio, quando per di più se n’era di fatto già andato, è una costante. Appena l’anno scorso era stato salutato come il salvatore della Patria dal colto e dall’inclita.

Vattene a Elio Graziano, dopo anni di vera e propria idolatrìa consegnati all’imprenditore che nel frattempo andava confezionando con scienza e coscienza il disastro Isochimica.

Vattene, con annesso corteo perfino ad Antonio Sibilia. Andando a ritroso nel tempo, l’elenco potrebbe continuare.

C’è qualcosa che non va; che dovremmo correggere a meno di non volerci considerare da noi medesimi degli sciocchi seriali e incalliti. Ci sentiamo vittime del tradimento che puntualmente qualcuno ci consegna senza mai interrogarci sul tradimento che facciamo a noi stessi quando smarriamo il buon senso, un minimo di razionalità, infarcendo i nostri alibi di ultime e penultime parole famose. Come I presidenti passano, l’Avellino resta. Sarebbe ora di cambiarla. I presidenti passano, e con loro naufraga puntualmente anche l’Avellino, oggi con l’aggiunta del basket. Conviene dunque cambiarla se le disavventure dei presidenti coincidono con quelle della squadra, in questo caso delle squadre. Come sarebbe ora di cambiare anche altre parole famose che mettono la passione sportiva in una sorta di nicchia inviolabile. E’ un modo come un altro per deresponsabilizzarsi: possiamo davvero cominciare sempre daccapo? Serve ancora dire ed è giusto dire: noi ci saremo sempre, anche se dovessimo cominciare dalla terza categoria? Sarà pure passione sportiva ma è anche un evidente autolesionismo. A proposito di coperture: siamo tutti chiamati a vigilare, a dare ognuno un contributo per non ripeterci addosso che i presidenti vanno via e noi restiamo. A fare che?

In attesa delle prime conclusioni che verranno dai versanti giudiziari, quando si ripartirà, perché in qualche modo si ripartirà, pensiamoci e facciamoci due conti.

In coda va segnalato il gesto di Gianluca Festa. Il sindaco, a pochi minuti dalla definitiva cancellazione della Scandone, ha inviato alla Federazione la prima tranche per l’iscrizione almeno al campionato di Serie B. Lo ha fatto con i suoi soldi, 20 mila euro, che intanto scongiurano per il momento il peggio. Si tratta adesso di completare l’iter, pagando quel che resta e mettendo in regola con le quiescenze. Va sottolineato che nonostante tutti i lai lanciati per la Scandone, a cominciare dai soci minori di De Cesare, nessuno ha tirato fuori un euro. Non ci sono stati almeno cinque dei tanti custodi della sacra memoria che, pur avendone la possibilità, abbiano pensato di mettere 4 mila euro a testa. Questo giusto per tornare su quanto la retorica sia poco conseguente con se stessa. Festa chiederà un po’ di tempo in più a Petrucci, anche in relazione ai tempi della vicenda giudiziaria nella quale la Scandone, alla pari dell’Us Avellino, è considerata una sorta di corpo di reato. Intanto complimenti al sindaco che beato lui ha la possibilità di scucire dalle proprie tasche da un’ora all’altra 20 mila euro. Va soprattutto ringraziato come sindaco, come avellinese, come ex giocatore della Scandone. Ha messo a segno una tripla che mutatis mutandis ricorda quella messa a segno da Claudio Capone che nel maggio del 2000, sul filo della sirena, portò la Scandone in serie A1.

Sul filo della sirena ha tirato e fatto centro anche Festa. Non ci sono però trofei da conquistare ma aver garantito il primum vivere, sperando che sia confermato dai successivi adempimenti, ci mette nella condizione di sperare per tornare a conquistarne.