ASPETTANDO GODOT SI PUÒ MORIRE, I RIFORMISTI GUARDINO ALLA REALTÀ E AFFRONTINO IL MARE APERTO

ASPETTANDO GODOT SI PUÒ MORIRE, I RIFORMISTI GUARDINO ALLA REALTÀ E AFFRONTINO IL MARE APERTO

19 Set 2018 0 Di Sandro Feola

Gambardella: Ripensare il Pd per vincere la difficile sfida ai populisti.

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Bruno Gambardella, (quasi) 50enne, laureato in Filosofia, docente di Lettere in un liceo cittadino, già assessore alle politiche culturali del comune di Avellino, anche se da qualche tempo lontano dalla militanza attiva è iscritto al PD e un attento osservatore della realtà politica.

Professor Gambardella, partiamo da un’analisi generale. Il governo si avvia a discutere il DEF, si avvicinano il congresso regionale e nazionale del PD e le elezioni europee.

Il primo DEF della legislatura è sicuramente un momento importante, ma non lo sovraccaricherei di significato. Molti esponenti del PD sono convinti che sulle scelte economiche strategiche si possa verificare una spaccatura all’interno del governo pentaleghista. E’ indubbio che la dirigenza del M5S stia soffrendo il protagonismo di Salvini: molti italiani sono convinti che il leader della Lega sia il vero azionista di maggioranza della coalizione e i sondaggi sembrano premiare sempre più gli ex padani, ma temo che questa speranza che anch’io coltivavo si rivelerà vana. Il Movimento, con un cinismo degno dei altri stagioni e altri partiti, sta digerendo tutti i rospi possibili e immaginabili, dalla questione dei 49 milioni di rimborsi elettorali non rendicontati e da restituire allo Stato al discutibile approccio sulla questione immigrazione fino all’imbarazzante vicinanza con Orban. Evidentemente il potere piace anche ai presunti alfieri del cambiamento e della rivoluzione etica e l’abbuffata di nomine pubbliche (molte discutibili per i profili inadeguati dei prescelti) lo dimostra. Salvini si sta dimostrando molto abile e di fatto sta fagocitando Forza Italia: il voto degli azzurri all’’Europarlamento a favore del premier ungherese e il possibile via libera a Marcello Foa alla presidenza della Rai dimostra che l’anima liberale, europeista e riformista degli azzurri rischia di affievolirsi sempre più, forse fino a spegnersi. Non so i pentastellati cosa riusciranno a tirar fuori dal cilindro per assolvere alle tante promesse elettorali: Salvini a differenza di Di Maio può permettersi anche di incassare qualche no, visto che è il leader di fatto della coalizione. Tra l’altro, più qualche lussemburghese di turno lo attacca, più aumenta la sua popolarità. La partita si giocherà molto sul piano della comunicazione e fino ad ora ci siamo dimostrati assolutamente impreparati o non all’altezza.

Mi sembra molto preoccupato…

Bruno Gambardella

La considerazione più preoccupante è che se cadono è perché falliscono loro, non perché l’opposizione di centrosinistra è in grado di buttarli giù. Possiamo aspettare Godot ed essere persino fortunati perché l’intoppo può esserci: siamo in un tempo in cui si passa in un paio d’anni dal 40 al 18% e in pochi mesi dal 17 ad un potenziale 34-35%, ma la politica non dovrebbe affidarsi al Fato. E’ completamente cambiato il paradigma e i progressisti italiani non sembrano esserne sempre consapevoli. L’altro giorno riflettevo su due elementi: il governo italiano è quello più palesemente (direi sfacciatamente) filo Putin del mondo occidentale e questo è un elemento di novità addirittura storico. A differenza delle altre nazioni europee noi non abbiamo firmato il documento di condanna per gli avvelenamenti in Gran Bretagna avvenuti probabilmente per mano russa e questa rottura della solidarietà con gli altri Paesi non è certo un fatto positivo e secondario. L’altro fattore è che – sostanzialmente – in Europa i partiti appartenenti alle grandi famiglie europee (socialisti, popolari e liberali) stanno molto meglio dei nostri. In Italia, oltre al bisogno di sicurezza e di garanzie per il futuro lavorativo, sta tornando fortemente una ricerca di identità e di comunità che io non mi sento di condannare a prescindere: così come siamo stati miopi nel celebrare solo i fasti dell’internazionalismo e della globalizzazione senza coglierne i tanti aspetti problematici, oggi i riformisti devono confrontarsi con questa realtà senza troppi pregiudizi e senza la spocchia dei tanti progressisti da salotto. Le cosiddette “élite”, infatti, si portano dietro la responsabilità, grave, non solo di aver smesso di ascoltare la società e di rispondere alle sue esigenze, ma anche di aver bloccato la mobilità sociale favorendo clientelismo, asservimento al potere economico, ineguaglianza, e progressiva infiltrazione del potere politico nella società.

Dinanzi ad uno scenario così complesso può un congresso nazionale segnare una ripartenza?

Il congresso nazionale può servire ad elaborare finalmente il lutto e a predisporre una nuova piattaforma politica e valoriale, ma francamente non sono molto ottimista. Il centrosinistra italiano (e non solo) ha commesso in questi anni molti errori. Se la popolazione ha paura, o se sente, come nel caso dell’immigrazione, di essere sotto assedio o di non ricavare nessun beneficio da questo flusso infinito di migranti che sbarca nei loro territori ma, al contrario, di esserne minacciata sia sul fronte dell’occupazione sia sul fronte della salvaguardia di abitudini e stili di vita in cui si è sempre identificato, è inutile calcare la mano presentando il modello di integrazione progressiva nelle società ospitanti come oppressivo. Gli umori della società devono essere il punto di partenza di ogni cambiamento. E noi, per ottenere qualche risultato, dovremmo essere più pragmatici cercando di conciliare le esigenze di tutti. Solo così si può creare una società più aperta e flessibile che, nel tempo, può a sua volta diventare più inclusiva. Invece il PD è il partito che quasi si vergognava del “lavoro sporco” fatto fare al ministro Minniti. Come ebbi già modo di dirle non ignoro cosa sia l’inferno libico e credo che l’Italia abbia sbagliato a non coinvolgere di più ONU e UE nella gestione o almeno nel controllo dei campi di raccolta dei profughi, ma i successi di quell’azione di governo andavano rivendicati, non nascosti o addirittura criticati.

Cosa ne pensa dei nomi dei candidati alla segreteria che sono circolati in questi giorni?

Nicola Zingaretti

Per ora abbiamo un solo candidato ufficiale, Nicola Zingaretti, persona degnissima e ottimo amministratore, ma che di fatto ripropone la mitica ma vetusta “ditta”: una sinistra datata almeno un quarto di secolo, nel migliore dei casi “ulivista”, che temo non abbia compreso la rivoluzione che si è verificata a partire dal 4 marzo. Attorno a questo si sta riposizionando tutto il vecchio personale politico che, a Roma come nelle varie realtà territoriali, è in buona parte responsabile o corresponsabile dei nostri fallimenti. Pensare di sostituire la Lega con il PD nell’alleanza per il governo del Paese significa non aver capito che la presunta “ala sinistra” del M5S è solo un bluff e che i due movimenti “populisti” sono molto più simili tra loro e le politiche che perseguono più omogenee di quanto abbiamo pensato fino a poco tempo fa. Dall’altra parte l’area più riformista, oserei dire liberale, del PD stenta a trovare una sintesi su di una proposta alternativa e su di una leadership condivisa. Ha ragione Carlo Calenda quando, amaramente, dice che il PD ha bisogno di un segretario psichiatra. Un invito a cena per parlare di politica è diventato oggetto di critica e di scherno. Zingaretti ha addirittura pensato ad una controcena da organizzare in trattoria (che fa più Guccini, più sinistra…) per rispondere alla sfida. Francamente se dovessi valutare un nuovo, possibile segretario del partito a cui sono ancora iscritto dai primi passi che ha mosso mi verrebbe lo sconforto, ma non voglio cedere a questo sentimento. La sfida è epocale e per combatterla abbiamo bisogno di una proposta politica innovativa, anche nel personale politico. Se Orfini, giusto per sparare sulla Croce Rossa, pensa di sciogliere il PD per candidare se stesso e il ceto politico attuale ad essere protagonista della rifondazione, vuol dire che forse ha individuato il problema, ma non ha capito di essere parte di esso e non della sua risoluzione. Come notava qualche giorno fa Antonio Polito, lo spazio per un eventuale PD “populista”, alla Corbin, in Italia è già occupato. Diventare un satellite del M5S condannerebbe il partito ad una lenta agonia e poi alla morte. Spero invece che ad affermarsi al congresso sia una proposta schiettamente liberale che possa intercettare buona parte del consenso di chi non si riconosce nel blocco “populista”, non escludendo anche l’ipotesi di andare oltre lo stesso PD. La rifondazione del pensiero liberaldemocratico è in corso e un grande contributo può venire anche dai riformisti italiani, sempre se sapranno rinunciare alle rendite di posizione offerte comunque da quel 15% possibile e vorranno affrontare la sfida del mare aperto.

Coraggio, ci faccia qualche nome di candidato “liberal” che le piacerebbe sostenere

Carlo Calenda

Matteo Richetti, Roberto Giachetti, Teresa Bellanova, Anna Ascani, lo stesso Carlo Calenda sono persone di valore attorno alle quali si potrebbe ricostruire un progetto politico nuovo e competitivo. Ovviamente immagino un ruolo da protagonista anche per Minniti, Gentiloni, Pinotti, Delrio e per chi non ha governato male ed è stato punito ben oltre i suoi demeriti, ma penso che un profondo rinnovamento sia necessario. La “rivoluzione renziana” è fallita anche perché pensavamo che bastasse una politica di governo riformista e la permanenza dei vecchi cacicchi sui territori a garantire un voto di vicinanza: il 4 marzo ci dice che non è così e che è cambiato tutto. Oggi i riformisti devono rispondere al desiderio di rendere meno precaria la vita lavorativa delle nuove generazioni non proponendo sistemi costosissimi e non sostenibili come il reddito di cittadinanza, ma lavorando su un sistema fiscale che possa davvero favorire, con sgravi mirati e aliquote differenziate, la redistribuzione del reddito. Sembrerà paradossale, ma forse i populisti ci hanno fatto persino un favore. Anche chi, da liberale e da progressista, viveva nella sua bolla di benessere e approfittava dei benefici che la società continuava a garantirgli oggi ha capito che la sfida è l’innovazione, la creazione di un pensiero nuovo che non snobbi e disprezzi il punto di partenza dei populisti, ma che a quelle premesse dia risposte diverse e più efficaci.

Passiamo alla nostra regione. Che cosa sta succedendo?

Vincenzo De Luca

Non nascondo le mie preoccupazioni per le regionali del 2020. Anche qui c’è chi propone dialoghi surreali, questa volta con De Magistris, un demagogo che ha fallito come sindaco e che ogni giorno si sente autorizzato a bastonare il PD. De Luca ha trovato una situazione difficilissima ed è riuscito a raddrizzare la barca, ma chiaramente tutti speravamo che si potesse affrontare prima e meglio il mare aperto. Il partito regionale deve essere un aiuto per il Governatore e non un problema come spesso è stato. Il contesto nazionale e internazionale è quello che abbiamo descritto, ma confido nella sua capacità di mettersi in sintonia con l’elettorato, dote non di tutti. Ultimamente ha detto cose di buonsenso sull’immigrazione, ma evidentemente tanti progressisti dei quartieri bene non hanno voluto comprendere. La sua sfida sarà complicatissima, ma il centrosinistra ha il dovere di provarci. Se dovessero prevalere le faide e lo stesso Pd dovesse implodere la responsabilità sarebbe di tutti: consegnare una regione come la Campania al M5S sarebbe un crimine politico.

Lei fino a qualche mese fa è stato assessore alle Politiche culturali, Pubblica Istruzione e Politiche giovanili del Comune di Avellino. Sappiamo che ci sono state polemiche, minacce, querele, scontri sui social. Cosa aggiungere?

Sulla città di Avellino cosa dire più? Sono stati mesi di assoluta follia, di violenza verbale, di bugie, di programmi copiati, di querele e di totale incapacità amministrativa di chi sa di essere stato sacrificato dai suoi capi romani sull’altare della propaganda. Sono di queste ore le dichiarazioni del commissario prefettizio al bilancio e dell’assessore “competente” Forgione che ridimensionano notevolmente le previsioni sul deficit di bilancio. In campagna elettorale e in questi mesi veramente abbiamo sentito dare i numeri: l’operazione verità sui conti aveva portato il deficit prima a 40, poi a 60, poi addirittura a 90 milioni di euro. Tutte menzogne, spesso veicolate anche da altri avversari politici che addirittura chiedevano ogni giorno il dissesto pur sapendo che non vi erano le condizioni. Io e gli altri ex amministratori siamo stati accusati di essere saccheggiatori, banchettatori, furfanti e abbiamo dovuto agire di conseguenza, accompagnati dal silenzio assordante del partito provinciale e ricevendo solidarietà umana e politica solo da qualche esponente del gruppo consiliare avellinese. Questi improvvisati amministratori che brillano per la loro incapacità non sono stati nemmeno in grado di capire che i soldi che mancavano all’appello erano quelli che il comune incasserà dopo aver completato le opere: uno studente di ragioneria non avrebbe fatto errori così puerili. Chi ha usato la tastiera di un computer come una clava non solo dovrà rendere conto a noi, ma dovrà farlo soprattutto dinanzi ad una città che è stata assordata e confusa da menzogne propagandistiche e umiliata in tutto il Paese per la vicenda del copia-incolla. Mi ero ripromesso di non tornare più sull’argomento, ma quanto riportato in aula consiliare dall’ing. Nicola Giordano è gravissimo: non solo dieci righe di premessa, ma interi capitoli sono stati copiati dai programmi elettorali predisposti per città diversissime da Avellino come Torino, Chieti, Vieste, Terracina ed altre ancora. Come insegnante se fossi indulgente con i miei studenti che talvolta copiano farei male; a maggior ragione penso che degli amministratori non possano permettersi tutto questo e che quindi avrebbero dovuto rassegnare immediatamente le dimissioni. Ma il bulletto romano, quello dei matrimoni tra specie diverse e del finto allunaggio, non può consentire che ciò avvenga: Ciampi deve continuare ad essere umiliato fino alla fine mentre lui offende a destra e a manca gli esponenti dell’opposizione facendosi scudo dell’immunità parlamentare: bel cambiamento!

Intanto il PD non si decide a staccare la spina…

vincenzo ciampi sindaco avellino

Il Sindaco di Avellino, Vincenzo Ciampi

Avevo letto dichiarazioni ufficiali della segreteria provinciale che decretavano la fine dell’esperienza Ciampi. Evidentemente questa posizione è stata rimodulata, ammorbidita. E’ stato detto che il consiglio comunale deve affrontare questioni importanti che è meglio non lasciare in sospeso o in eredità ad un commissario prefettizio. Ci sono anche le provinciali – sarebbe ipocrita negarlo – ma soprattutto ci sono alcuni punti da affrontare in un breve lasso di tempo: approvazione del bilancio consuntivo; approvazione dei PICS; ripartenza delle azioni del Piano di zona sociale. Va benissimo, ma fatto questo si deve sfiduciare il sindaco in aula, preparando bene la comunicazione alla città. Sono pochi quelli che seguono direttamente le vicende politiche ed è bene che la bieca propaganda a cinque stelle non rimanga senza risposta.

Teme una nuova “guerra di religione” che il “nuovo” lancerà contro il “vecchio”?

Beh, a giudicare dagli standard della propaganda grillina direi proprio di sì. Ha fatto bene il consigliere Stefano Luongo a ricordare a questi signori che non hanno alcuna autorità etica e morale per definirsi il nuovo che si contrappone a tutto il vecchio, il marcio, che sarebbe dall’altra parte della barricata da loro stessi alzata. In città ci sono energie positive, soprattutto ma non solo giovani, che possono seriamente e validamente sfidare sul fronte del cambiamento l’incapacità e l’arroganza grillina, ma anche quei politici navigati che hanno operato intelligenti operazioni di restauro per opporsi al centrosinistra ma che sempre antichi sono.

Mi tolga una curiosità, che poi è la stessa di molti addetti ai lavori che si sono sorpresi – dopo anni di suo impegno quotidiano nel partito e nell’amministrazione del capoluogo – nel non trovare il suo nome nella segreteria o nella direzione del PD irpino: cosa è successo? Come giudica l’azione del PD irpino guidato da diversi mesi da Giuseppe Di Guglielmo?

Giuseppe Di Guglielmo

Non faccio parte degli organismi dirigenti perché in questa fase della mia vita, dopo un’esperienza amministrativa formativa ma faticosa, ho sentito la necessità di rientrare in una dimensione un po’ più privata, di tornare a tempo pieno al mio lavoro a scuola, a dedicarmi nuovamente con assiduità alla lettura e alla scrittura. Da uomo del mio tempo non faccio mancare il mio modesto parere intervenendo spesso sui social, la nuova agorà.

Penso che con la nuova segreteria ci sia stato un primo, timido avvio di rinnovamento di una classe dirigente che ha commesso troppi errori. In passato, quando mi sono occupato di politica in piccole realtà e ho perso le mie scommesse, ho sempre rassegnato le dimissioni perché ho ritenuto che altri avessero il diritto-dovere di ricostruire dopo una sconfitta. Questo in Irpinia (ma è costume molto diffuso in tutto il Paese) non è avvenuto quasi mai e non è stato un bene. Ho votato e sostenuto il segretario Di Guglielmo non solo per ordine di scuderia, ma soprattutto per stima personale. Dato che credo che il rinnovamento si debba praticare e non solo predicare, ho preferito lasciare spazio a nuove energie, ad antiche ma rivisitate esperienze e a figure molto più collaudate di me. Spero che tutto vada bene e che in vista delle elezioni amministrative in comuni come Avellino, Ariano Irpino, Montoro e altri grossi centri, delle elezioni europee e delle regionali del 2020 (senza escludere la possibilità di elezioni politiche anticipate), il Partito Democratico sia capace di ritrovare il minimo comune denominatore e di tornare a condividere le responsabilità della guida politica dei processi. Non so quanto il congresso nazionale potrà aiutare questo cammino: da una parte si rischia una frattura ancora più grave di quella avvenuta in sede locale, anche se non sempre le maggioranze congressuali romane hanno trovato corrispondenza in Irpinia. Ripeto: voglio essere ottimista perché credo che con la buona volontà di tutti, con un impegno serio nel tornare a condividere tutti assieme il peso e persino la sofferenza di quella che potrebbe essere una lunga camminata nel deserto, dinanzi a sfide così grandi e pericolose per le nostre comunità dobbiamo poter tornare a parlare autorevolmente e con una sola voce.