FUMI ED ABBRUCIAMENTI, QUALI PERICOLI PER LA SALUTE VENGONO DALLA RACCOLTA DELLE NOCCIOLE?

FUMI ED ABBRUCIAMENTI, QUALI PERICOLI PER LA SALUTE VENGONO DALLA RACCOLTA DELLE NOCCIOLE?

29 Agosto 2020 0 Di Delfino Sgrosso

La raccolta delle nocciole è una sorta di festa dalle nostre parti, una festa che raccoglie accanto all’agricoltore tutta la famiglia, impegnata in una quindicina di giorni a trarre i frutti del lavoro di un anno intero. Ed allora ecco che la fine agosto e l’inizio di settembre mutano suoni, odori e colori del nostro paesaggio.

Si levano qua e là colonne di fumo dalle campagne, l’aria si rende meno tersa, si diffonde nei pressi dei punti di raccolta, un odore acre ed intenso, quello degli abbruciamenti. Ogni anno, infatti, a latere di questa festa importantissima sia sul profilo della tradizione che per l’intera economia Irpina, si accende l’annosa diatriba sui fumi legati alla raccolta delle nocciole, intesi sia come polveri sollevate dai macchinari che come abbruciamenti delle foglie secche e degli scarti di lavorazione.

Assistiamo qui e là a qualche comportamento censurabile da parte di qualche proprietario di fondo che con gli abbruciamenti soprattutto invade di fumo arterie stradali di grande importanze, come la SS.7 o tratti autostradali, senza contare che il fumo, portato dal vento, arriva a volte anche nel centro degli abitati. E giù proteste di automobilisti e residenti, seguite dalle solite ordinanze dei comuni che, sic et simpliciter, liquidano il problema vietando gli abbruciamenti vegetali.

In realtà il problema è molto più complesso e viene discusso da anni. Le polveri sollevate dai macchinari, che, si badi bene, non sono fumi di abbruciamento, contengono silice cristallina libera che, come ha dimostrato uno studio dell’Università di Perugia, se inalati possono portare a malattie respiratorie anche importanti. Gli abbruciamenti di foglie, invece, producono diossina, soprattutto quelli a bassa temperatura ossia senza fiamma, spesso inibita per non bruciare i rami delle nocciole. Che fare allora? Per la silice basta indossare magari delle mascherine durante la raccolta ed usare macchinari più recenti ed aggiornati, che limitano la produzione di queste polveri. Per gli abbruciamenti, invece, il problema è molto più serio.

Per pulire il fondo senza bruciare diventano indispensabili macchinari specifici che possano lavorare lo scarto e raccoglierlo, con costi elevati ed insostenibili per le spesso piccolissime realtà in cui è frazionata l’agricoltura irpina. C’è bisogno di un discorso più ampio. Bisognerebbe, ad esempio, incentivare, anzichè ostacolare, la realizzazione di impianti a biomasse cui gli agricoltori potrebbero, anzi, dovrebbero a quel punto, conferire gli scarti di lavorazione che sarebbero dunque trasformati in prodotti destinati alla commercializzazione, come il pellet, ed anche al riutilizzo come fonte di produzione di energia da immettere localmente.

Un circuito allora sì virtuoso, in cui l’agricoltore avrebbe convenienza a trattare diversamente i propri rifiuti. L’argomento è serio e complesso e speriamo che davvero Ordini professionali e Comuni riescano a tendere una mano agli agricoltori per la salvaguardia di un aspetto fondamentale dell’economia irpina.