CORONAVIRUS, IL VESCOVO ARTURO SCRIVE ALLA SUE GENTE

CORONAVIRUS, IL VESCOVO ARTURO SCRIVE ALLA SUE GENTE

9 Marzo 2020 0 Di Leonardo D'Avenia

“Consolate, consolate il mio popolo, dice il nostro Dio, parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che è finito il suo pianto” 

Queste parole del Profeta Isaia, al capitolo 40, mi risuonano nel cuore e, credo, in quello di parroci e fedeli in questo tempo difficile cui si unisce il silenzio assordante delle nostre chiese e delle nostre liturgie. Non è giusto ricevere le norme restrittive dei Vescovi che attuano quelle delle autorità governative come un segno della lontananza di Dio e ancor meno come un castigo. Nella paura generale e nell’ansia non sempre governabile di singoli e di masse sembrano prendere forma le parole profetiche “Anche il sacerdote ed il levita si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare”. No, noi sappiamo che cosa fare oltre ad osservare le norme di sicurezza indicate da chi ha autorità per non allargare il contagio.

Noi dobbiamo congiungere la mani nel gesto della preghiera per invocare la guarigione dei malati, il conforto dei sofferenti, la ritrovata sicurezza nelle nostre comunità. Noi dobbiamo pregare con più impegno e con maggiore intensità perché Dio ci liberi, illumini i nostri governanti, apra la mente agli scienziati nell’individuare un antidoto, assista gli operatori sanitari in prima linea in questi giorni di lotta.

Noi dobbiamo consolare come ci indica il testo di Isaia 40. Lo debbono fare tutti, ma in particolare, debbono essere ministri di consolazione i preti trovando modi e tempi per essere accanto a chi soffre, sostenendo la speranza degli sfiduciati, aiutando i deboli, incoraggiando tanti che sono disorientati. La celebrazione privata della S. Messa non significa chiese chiuse al pari dei centri commerciali perché in ore diverse, singolarmente o a piccoli gruppi, rispettando la distanza prevista, le persone possano entrare a pregare. Non dimentichiamo che, anche al di fuori del rito della Messa, Gesù è presente nei nostri Tabernacoli “aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarlo” diceva Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Attraverso il telefono, il web, il sito della parrocchia e l’incontro personale i parroci non facciano mancare ai propri fedeli il cibo della Parola e del Pane.

Nello stesso capitolo di Isaia si legge:

 

Una voce dice: “grida!”

Ed io: “Che dovrò gridare?”

“Ogni uomo è come l’erba

e i suoi giorni come il fiore del campo!”

 

Il messaggio che viene consegnato e che il profeta deve ripetere dice di una radicale debolezza dell’uomo, racconta la sua fragilità. È questo ciò che stiamo sperimentando e che, a vario titolo, abbiamo vissuto nel terremoto del 1980, nell’epidemia di colera del 1973, nell’attacco terroristico del 2001, nel crollo delle banche americane cui è seguita una depressione economica da cui non ci siamo ancora sollevati. È difficile accettare di non essere onnipotenti, immortali, dimensioni intorno cui il capitalismo ed il consumismo ci hanno illuso. L’uomo è fragile, e lo è ancora di più nei legami stretti che caratterizzano il villaggio globale. Due possibili reazioni possiamo avere dinanzi a questa scoperta: chiuderci in un ostinato egoismo vedendo in tutti un nemico, un “untore” scrive il Manzoni nel racconto della peste di Milano, oppure un amico con cui affrontare la difficoltà del presente. Il Presidente Mattarella parlando alla Nazione ha detto, come un padre, “ne usciremo insieme”. È questa coralità che il momento che viviamo deve farci scoprire. I genitori devono rassicurare i bambini con la stessa amorevole creatività del protagonista de “La vita è bella” dicendo loro che è solo un momento, che passerà, che intanto possiamo organizzare un gioco.

Ci sono tante opportunità che in questi giorni possiamo riscoprire: fare i catechisti dei nostri figli, pregare con loro, giocare con loro. Trascorrere del tempo in famiglia guardando un film, leggendo un libro, riprendendo le fila di un dialogo sfilacciato che è ridotto a sms, riscoprire la gioia di passeggiare nei boschi, visitare paesi vicini abbandonati come saggiamente Franco Arminio ci indica nel suo decalogo per affrontare la crisi.

Vivere il ministero della consolazione è anche creare una rete tra anziani soli che hanno bisogno che qualcuno doni loro un sorriso, chieda se hanno necessità di essere aiutati nel fare la spesa, doni loro un pasto caldo. Sono certo che la carità troverà tanti modi nuovi di essere presente, di essere accanto, di portare consolazione. A questo riguardo non posso non ringraziare tutti gli operatori caritas che non sono andati in vacanza, che svolgono servizio nei vari presidi, soprattutto alla Mensa e nel Dormitorio.

Nel primo versetto del testo di Isaia, Dio dice al Profeta di annunziare a Gerusalemme “che è finito il suo pianto”. Non è così nella realtà del popolo, ci vorrà ancora del tempo per tornare a Gerusalemme. È una bugia? No, è la consegna di una speranza, una promessa, l’annuncio della fine dell’esilio. È ciò che dovremmo donarci vicendevolmente in questi giorni: l’incoraggiamento che supereremo anche questa prova. La natura intanto già si veste a festa, gli alberi fioriscono, tutto rinverdisce e canta. Non è anche questo un messaggio di consolazione che Dio ci invia per risollevarci dalla paura?