CHI PESTA L’ACQUA NEL MORTAIO? IL DIARIO POLITICO – 5 luglio 2019

CHI PESTA L’ACQUA NEL MORTAIO? IL DIARIO POLITICO – 5 luglio 2019

6 Luglio 2019 2 Di La redazione

E’ stata una settimana dominata dalla vicenda Sidigas le cui congiunture, come vengono definite dai vertici aziendali, ricadono sul futuro più immediato fino a metterlo in fortissima discussione, dell’Us Avellino e della Scandone basket.

Quella della Sidigas non è una crisi aziendale come altre: fa incrociare i sopravvenuti problemi di una azienda storica della provincia di Avellino, con quel che ne consegue in termini di preoccupazione e ansia per molte decine di posti di lavoro, con i destini di aziende collegate che hanno valenza e valore di beni considerati pubblici. Per i risvolti sportivi che la crisi della Sidigas ha aperto, il tema è destinato a restare all’ordine del giorno ancora per molto.

Dopo una settimana nella quale come era prevedibile è stato detto di tutto e di più, è il caso di cominciare a tirare le fila e a mettere in ordine un po’ di elementi per evitare che nei prossimi giorni si continui anche in perfetta buonafede a pestare l’acqua nel mortaio.

Dovrei dirlo a conclusione del ragionamento. Lo dico subito perché soprattutto rispetto al calcio il fattore tempo comincia ad essere decisivo. Il 4 agosto l’Avellino deve scendere in campo per la Coppa Italia e il 25 per la prima partita del campionato di Serie C. Tranne l’iscrizione, al momento l’Us Avellino è un fantasma. C’è qualcuno che può giurare o almeno avere ottimistiche certezze che tra un mese l’Avellino possa scendere in campo?

In questa fase si chiede agli eventuali interessati di battere un colpo di concretezza. Vedremo più avanti perché questa possibilità oggi, e comunque prima del 12 luglio, non è nel novero delle possibilità.

Penso invece che intanto si debba pensare a salvare il salvabile. Salvaguardare cioè l’Avellino da possibili penalizzazioni che comprometterebbero il suo ritorno in Serie C in un girone peraltro caratterizzato da forte competizione; penalizzazioni, se la squadra non scende in campo, che potrebbero anche scoraggiare chi potrebbe farsi avanti concretamente quando la vicenda giudiziaria sarà più chiara di quanto non lo sia oggi: l’investimento cambierebbe al rialzo se parti per mantenere la Serie C sapendo che devi prioritariamente difenderti dalla retrocessione.

Mi sono fatto l’idea che le cose siano complicatissime per il basket: anche la serie B1 da quanto mi dicono gli esperti potrebbe essere a rischio. Per il calcio, anche per la diversa appetibilità, i margini sono più ampi ben che il fattore tempo risulti decisivo. Il sindaco Gianluca Festa si sta spendendo per trovare, sentire, sondare. Penso che debba dare una priorità alle sue interlocuzioni. La priorità si chiama Gianandrea De Cesare. Al patron di Sidigas, perché è l’unico in questa fase che può farlo, deve chiedere di allestire con un budget minimo una squadra che sia in grado di scendere in campo intanto il 4 di agosto. Tranne De Cesare, nessun altro può farlo o lo farà in sua vece.

Sidigas ha però già fatto sapere come la pensa. Nel comunicato del 3 luglio, due giorni fa, ha comunicato la decisione di fare un passo indietro e lasciare spazio a figure imprenditoriali che possano garantire lo svolgimento delle attività sportive apportando le energie economiche necessarie come quelle profuse dalla stessa Sidigas nel corso dei precedenti campionati. Questa decisione tardiva, arriva ben 22 preziosi giorni che sono andati sprecati dopo la richiesta di fallimento presentata il 10 giugno dalla Procura, dice che Sidigas tira i remi in barca dovendo salvaguardarsi dal procedimento in corso e che tocca a nuove figure imprenditoriali garantire gli investimenti che servono da oggi in poi. Non si capisce però queste nuove figure a chi dovrebbero rivolgersi se chi apre loro le porte è sotto l’alea del fallimento. Chi salva dunque l’Avellino da ulteriori pregiudizi che in attesa della decantazione della vicenda giudiziaria finiranno per pesare sul suo percorso sportivo? Può farlo soltanto De Cesare. Facendosi carico, con il presidente Mauriello, di mettere insieme un budget minimo per fare una squadra che potrà anche perdere 5 o 10 a zero sul campo ma che intanto non rischi penalizzazioni (e multe) che comprometterebbero non poco la sua permanenza in Serie C, costringendo chi arriverà a dover fare salti mortali.

Se Sidigas, De Cesare, legittimamente e anche comprensibilmente non se la sentiranno, come è probabile, un’altra strada per scongiurare nuovi guai si aprirebbe se il 12 luglio, nell’udienza fissata davanti al Collegio prefallimentare del Tribunale di Avellino, Sidigas si presenti avanzando la richiesta di concordato preventivo in continuità. A quel punto verrebbe nominato un amministratore giudiziale il quale dopo aver analizzato la situazione finanziaria e patrimoniale, metterebbe in atto tutta una serie di attività tese a mettere in sicurezza l’azienda, riconducendola al suo core business e da subito alienando mettendole sul mercato quelle attività, come il basket e il calcio che non c’entrano con l’attività principale dell’azienda. Questo consentirebbe in tempi non lunghi ma neanche brevissimi alle manifestazioni di interesse, che oggi non hanno un interlocutore, di trovarlo nell’amministratore nominato dal Tribunale e di procedere concretamente a rilevare senza rischi l’Avellino.

Ma questa evenienza ha due subordinate. La prima è che Sidigas potrebbe ritenere di non essere nelle condizioni di chiedere il concordato e dunque di difendersi legittimamente fino in fondo per far valere le sue ragioni rispetto ad una ricostruzione dei fatti che ritiene e può dimostrare essere infondata.

La seconda è che se anche Sidigas presentasse richiesta di concordato, questa potrebbe essere non accolta. Il quadro che emerge dalle indagini delegate dal Procuratore aggiunto D’Onofrio alla Guardia di Finanza, mette in fila numeri da brivido, una situazione debitoria di 95 milioni e passa certificata al 31 dicembre del 2018, in un contesto in cui si affacciano anche numerosi profili di carattere penale.

Una terza cosa non è data. Anche quella che suggerisce, sempre per accorciare il fattore tempo in una situazione che di fatto blocca ogni trattativa propriamente detta, di emettere nuove azioni, che una società di capitali come è l’Us Avellino può fare, che verrebbero sottoscritte, cioè pagate, da chi intende rilevare l’Avellino che a quel punto diventerebbe di fatto l’azionista di maggioranza che potrebbe muoversi indipendentemente da quel che accadrà a Sidigas: sottoscrivendo nuove quote e non acquistando da chi potrebbe essere sottoposto ad una procedura fallimentare, non ci sarebbe più il rischio che quell’acquisto possa essere successivamente revocato.

In realtà è un escamotage rischioso. Sarebbe come stampare moneta falsa come nel film La banda degli onesti: abbiamo la filigrana, abbiamo lo stampo originale, che ci fanno a noi, tutt’al più è un reato a responsabilità limitata. Per capire, basta leggere direttamente e tra le righe delle tre paginette firmate dal Procuratore aggiunto D’Onofrio. I problemi di Sidigas, secondo la Procura, derivano, leggo testualmente, dalla “deviazione di importanti risorse finanziarie, altrimenti destinabili al pagamento dei creditori sociali, a vantaggio di economie terze costituite, con grande probabilità, da parti correlate”. Le parti correlate a cui sono state destinate importanti risorse finanziarie sono anche l’Us Avellino e la Scandone basket. Chi acquista nuove quote e diventa azionista di maggioranza dell’Avellino calcio, se questa ricostruzione della Procura dovesse prevalere, avrebbe più o meno incautamente acquistato una cosa sottraendola agli eventuali creditori privilegiati essendo quella cosa stata oggetto di deviazione di importanti risorse finanziarie che, sempre secondo la Procura, hanno determinato la crisi dell’azienda.

Capisco i tifosi e comprendo l’iniziativa di Mario Dell’Anno che egli stesso definisce provocatoria annunciando l’acquisto da parte dell’Associazione “Per la Storia” di una quota sociale dell’Avellino per spingere gli interessati a rilevare l’Avellino a fare altrettanto prima del 12 luglio.

Al contrario, valuto l’attendismo degli imprenditori interessati come un segnale di serietà non come il segnale di chi intende lucrare sull’attesa. Non sanno con chi parlare. Non c’è l’interlocutore con il quale sedersi, trattare e acquistare. Non lo è Sidigas, la cui decisione di lasciare ad altri calcio e basket, non leva né mette. Né Sidigas è oggi in condizione, come le viene chiesto, di fissare il prezzo di vendita. Non lo è il Tribunale che soltanto dopo aver deciso consegnerà un interlocutore certo. Sarà De Cesare se sventerà il fallimento o sarà il Tribunale se decreterà il fallimento. Anche in questo caso, una terza cosa non è data e la cessione a terzi dell’Avellino passerà da uno di questi due soggetti ma soltanto dopo il 12 luglio. E’ destinata a non produrre frutti l’iniziativa che verrebbe accreditata a De Cesare di aspettare manifestazioni di interesse che gli arrivino prima di questa data in modo da incardinare la trattativa e portarla a termine. Acqua nel mortaio anche questa: prima del 12 luglio, a meno che non spuntino all’orizzonte tipi come Omar Scafuro o i fratelli Carino-Righeira, non vedo imprenditori seri che possano imbarcarsi in una situazione di questo tipo.

Dall’inizio di questa vicenda, che in termini di priorità deve mettere al primo posto le preoccupazioni che derivano dai rischi che corre l’azienda, la sua manutenzione, i lavoratori, diciamo che anche in questa ennesima crisi che mette a repentaglio la continuità sportiva del calcio e del basket dobbiamo far tesoro delle precedenti esperienze che ahinoi! abbiamo conosciuto, vissuto e sperimentato.

Sia pure muovendoci nell’ennesimo stato di emergenza, avremmo dovuto imparare dalle pregresse esperienze che è proprio l’ansia di superare l’emergenza che favorisce soluzioni destinate poi a mostrare la corda dell’insufficienza se nel giro di pochi anni, come puntualmente accade, ci ritroviamo con le pive nel sacco.

Tutti avvertiamo l’emergenza della situazione, la necessità che nel frattempo come detto questa emergenza che allunga i tempi aggravi la situazione; tutti vorremmo che si sbloccasse al più presto.

Dobbiamo però sapere che questo non è oggi nelle nostre mani e neanche in quelle a cui si chiede di intervenire per prendere l’Avellino Calcio.

Tra l’altro si dà per scontato che questo o quell’imprenditore debbano considerare non solo un buon affare ma anche una sorta di imperativo etico quello di salvare il calcio e il basket dalle ennesime disavventure nella quali sembrano essere precipitati.

E’ singolare intanto che mentre fino a ieri si denunciavano i conflitti di interesse, anche con annessa richiesta del rispettivo casellario giudiziario, oggi li si reclama e si intende spingerli al capezzale degli ammalti gravi.

Penso che soltanto un po’ di vanità spinge imprenditori e gruppi industriali ad imbarcarsi nel calcio. E c’è chi questa vanità ha pagato anche a caro prezzo, finendo per non farcela più: non è un caso che anche grandi società calcistiche italiane, per non dire di quelle inglesi e francesi, siano finite nelle mani di fondi americani, investitori cinesi. Dopo Milan, Inter, Roma, Bologna anche la Sampdoria va in questa direzione. Non vedo e non trovo altre ragioni se non una qualche legittima vanità a spingere un imprenditore verso il calcio. Chi fa questo, se è un imprenditore serio, sa che lo sfizio diciamo così deve pagarselo con il suo portafoglio personale, con il suo personale patrimonio, non utilizzando quelle delle sue aziende. Certo deve saper programmare, creare condizioni di gestione almeno in pareggio e mettere in preventivo il fatto di essere criticato, messo in discussione, di dover dar conto, di dover dedicare meno tempo alle proprie aziende. Anche partendo dalla Serie C, occorrono idee chiare e spalle forti e avere consapevolezza che gestire una società di calcio non è la stessa cosa che gestire un’azienda: il calcio è un’azienda che deve far convivere fatturato e passione, un mix tendente a confliggere.

Questo non vuol dire che l’impresa è titanica o semplicemente proibitiva. Dicevamo che dobbiamo trarre insegnamento dalle disavventure pregresse se vogliamo ricominciare col piede giusto se non vogliamo precipitare in breve tempo in una nuova emergenza.

Possiamo farlo se intanto cominciamo a smetterla di invocare il salvatore di turno. Dobbiamo invece augurarci e per quanto possibile dare un contributo perché dopo il 12 luglio se e chi si presenterà sulla scena offra precise e solide garanzie programmatiche accompagnate da un quadro di investimenti progressivi. Avendo tutto il tempo a disposizione, dovendo concentrarsi per il momento su un unico obiettivo stagionale: quello di mantenere a tutti i costi la permanenza in Serie C. Se questo obiettivo da chiunque non verrà raggiunto, l’anno prossimo di questi tempi saremo di nuovo punto e a capo.