ACCADDE OGGI – 31/12/2018

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31 Dicembre 2018 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per PAOLO EMILIO IMBRIANI31/12/1808 – Nasce a Napoli il giurista, politico, poeta e patriota Paolo Emilio Imbriani.

Figlio di Matteo, originario di Roccabascerana (AV), e di Caterina Di Falco di Pomigliano (NA), visse a lungo a San Martino Valle Caudina (AV). Animato dagli ideali liberali e patriottici della carboneria, condivise con il padre Matteo, che aveva partecipato ai moti del 1820-1821 contro il governo borbonico, la condanna all’esilio. Rimpatriato nel 1831 conobbe Francesco De Sanctis; iniziò i suoi studi giuridici e strinse una forte amicizia con l’avvocato e patriota calabrese Giuseppe Poerio, del quale pochi anni dopo sposò la figlia, Carlotta, dalla quale ebbe sei figli: Giuseppe, Vittorio, Caterina, Matteo Renato, Giorgio, Giulia. Durante la rivoluzione del 1848 fu segretario generale al Ministero della Pubblica Istruzione nel breve (13 aprile-15 maggio) governo liberale di Carlo Troya. All’Università di Napoli, insegnò Filosofia del Diritto e Diritto Costituzionale. Sfuggì alla condanna a morte dei Borbone, ricoverandosi sulla nave francese “Vauban”. Nel 1863 entrò al Senato del Regno d’Italia. Fu professore di Diritto naturale e Diritto delle genti all’Università di Pisa. Tra il 1870 e il 1872 fu anche sindaco di Napoli; viene ricordata di quel periodo soprattutto l’impopolare scelta di cambiare il nome della centrale e storica Via Toledo in Via Roma. Fu rettore dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli. Morì a Napoli, il 3 febbraio 1877. Il sepolcro Imbriani-Poerio è stato riconosciuto monumento nazionale con il Regio Decreto n. 65 del 23 gennaio 1930. Un suo monumento, scolpito da Tito Angelini nel 1877, è situato in piazza Mazzini a Napoli dal 1910.

 

Risultati immagini per LAMPADA AD INCANDESCENZA31/12/1879 – L’inventore statunitense Thomas Alva Edison presenta al pubblico la lampada ad incandescenza. Già nel 1878 Nikola Tesla era riuscito a costruire un modello di lampada durevole. Nel 1860 Joseph Wilson Swan aveva già costruito una simile lampadina che perfezionò fino al 1878, quando divenne partner di Edison. Il 31 dicembre 1879, sempre Edison, inaugurò in Menlo Park l’illuminazione a incandescenza. Poco prima della sua morte Heinrich Göbel riuscì a far valere i propri diritti d’inventore che furono poi acquistati da Edison dalla vedova di Göbel impoverita. La lampadina era costituita da un bulbo di vetro vuoto dentro, al cui interno era contenuto un filo di cotone carbonizzato attraversato da corrente elettrica. Bisogna dire che molti inventori stavano lavorando all’idea, tra i quali il torinese Alessandro Cruto. Il problema dei primi modelli era la rapida distruzione del filamento. Anche Arturo Malignani registrò diversi brevetti, tra cui il sistema per creare il vuoto nel bulbo della lampada e la veloce (e meno nociva per i lavoratori) produzione in serie di lampadine; il suo metodo per produrre il vuoto nelle lampadine ad incandescenza è tutt’oggi impiegato sia in tutte le lampade a vuoto che in tutte quelle a gas rarefatti. Nel 1903 lo statunitense William David Coolidge introduce l’uso del filamento di tungsteno, tuttora impiegato. La luce viene infatti prodotta dal riscaldamento (mediamente pari a 2 700 K) di un filamento di tungsteno attraverso cui passa la corrente elettrica. Si sfrutta l’effetto Joule per ottenere un forte riscaldamento del filamento, fino a portarlo a temperature tali che lo spettro di corpo nero corrispondente contenga componenti visibili sufficienti per illuminare; tale riscaldamento comporta, di conseguenza, un aumento della resistenza elettrica e quindi una diminuzione della corrente che vi scorre. Si giunge così ad un equilibrio dinamico in cui la resistenza elettrica opposta dal filamento di tungsteno al passaggio della corrente elettrica assume un valore stazionario che bilancia la potenza dissipata per effetto Joule. Nelle lampadine moderne il bulbo di vetro non è vuoto ma contiene un gas nobile a bassa pressione, di solito argon, eccezionalmente kripton. Quest’ultimo consente una resa superiore del 10% circa a parità di potenza. Questi gas riducono i rischi di implosione e prolungano la vita del filamento. Inoltre la presenza del gas argon/kripton riduce l’annerimento del bulbo dovuto al deposito del tungsteno che sublima. Al momento dell’accensione della lampada, poiché il filamento è freddo e la sua resistenza è bassa, si determina un picco di assorbimento della durata di pochi decimi di secondo e del valore di 10-12 volte la corrente a regime. Una variante di lampada a incandescenza è la lampada alogena. Durante il funzionamento il tungsteno sublima ed il filamento diventa sempre più sottile, fino a spezzarsi generalmente dopo circa 1000 ore di funzionamento. Oltre che in calore l’energia elettrica viene convertita in luce, in una misura intorno al 5%; quindi si può affermare che circa il 95% del consumo elettrico si disperde come calore. L’Unione Europea ha sancito la graduale messa al bando delle lampadine ad incandescenza (per quanto riguarda la produzione ex-novo) che dal settembre 2012 non sono più prodotte. Fanno eccezione le lampadine a incandescenza per usi specifici (ad esempio negli elettrodomestici). Le lampadine ad incandescenza presso i rivenditori e i magazzini potranno essere comunque vendute fino ad esaurimento scorte.

 

Risultati immagini per simon wiesenthal31/12/1908 – Nasce a Bučač, nell’attuale Ucraina, l’architetto e scrittore austriaco di origine ebraica Simon Wiesenthal. Dopo gli studi al ginnasio, cerca di essere ammesso al Politecnico di Lvov, dove però viene respinto: ci sono quote ristrette per gli studenti ebrei come lui. La scelta ricade allora sull’università tecnica di Praga dove si laurea, nel 1932, in architettura. Wiesenthal si sposa (con Cyla Muller) e torna a Lvov, dove trova lavoro. Tutto cambia nel 1939, quando Mosca e Berlino firmano il patto di “non aggressione” e si spartiscono la Polonia. È in questo momento che, anche in territorio sovietico, iniziano le persecuzioni contro gli ebrei. Il giovane architetto perde il lavoro e riesce a salvarsi solo perché corrompe un ufficiale della polizia segreta sovietica per essere risparmiato dalla deportazione in Siberia. Ma la libertà non dura a lungo. I tedeschi invadono l’Unione Sovietica e l’accordo con Mosca salta: Wiesenthal viene quindi catturato dai nazisti e assegnato al campo di lavoro di Ostbahn, nel 1942, da cui scapperà un anno dopo, per poi essere rintracciato e rinchiuso nel campo di concentramento di Leopoli, in Ucraina. I tedeschi, però, dopo il lungo assedio nei territori sovietici, stanno perdendo la guerra e devono battere in ritirata prima che l’Armata rossa li annienti. Prendono i pochi prigionieri sopravvissuti, fra cui anche Wiesenthal, e iniziano una marcia che si concluderà nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen, in Austria, dove l’ebreo verrà liberato dall’esercito degli Stati Uniti, il 5 maggio del 1945.  Wiesenthal, al momento della liberazione, pesa 45 chili, non vede sua moglie da anni ed è convinto che sia morta. Ma non è così, e i due si rincontrano poco tempo dopo. “Quando la storia si guarderà indietro, io non voglio che le persone pensino che è stato possibile che i nazisti abbiano ucciso milioni di persone e poi l’abbiano fatta franca”, ha ripetuto più volte il sopravvissuto, una volta tornato a casa. Ed è partendo da questo presupposto che, a guerra finita, ha scelto di dedicarsi alla caccia dei criminali che si erano occupati dello sterminio degli ebrei. In un periodo storico in cui era ancora difficile realizzare quanto era successo nei campi di concentramento, Wiesenthal inizia a raccogliere documenti e informazioni sugli orrori che si erano consumati in quei luoghi. Parla con i superstiti, indaga. E, nel 1947, apre – con 30 volontari – il centro ebraico di documentazione storica, a Linz. Sette anni dopo, però, l’avventura finisce. La Guerra fredda impegna gli americani su altri fronti, e il sostegno all’iniziativa dell’architetto svanisce. La rete di conoscenze, nonostante le difficoltà, non si allenta. Wiesenthal viene a sapere che Adolf Eichmann, l’uomo che ha organizzato e pianificato l’eliminazione sistematica degli ebrei, si trova in Argentina, dove vive sotto il falso nome di Ricardo Klement. Il “cacciatore” passa le sue informazioni ai servizi segreti israeliani, ma l’Fbi è convinto che Eichmann si trovi a Damasco, in Siria. Nel 1959, però, il nazista viene rintracciato a Buenos Aires e catturato. Sarà processato in Israele e verrà condannato a morte per aver progettato nei minimi dettagli lo sterminio di milioni persone. L’esecuzione avviene il 31 maggio 1961. La cattura di Eichman è un successo e Wiesenthal decide di riaprire il suo centro, questa volta a Vienna e con uno staff ridimensionato: solo tre persone. Dagli uffici vanno e vengono ex deportati, veterani o semplici testimoni degli orrori del nazismo che, con i loro ricordi e le loro informazioni, aiutano Wiesenthal a ricostruire le storie dei colpevoli. Il nuovo “ricercato numero uno”, a questo punto, è Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo responsabile di aver arrestato Anna Frank, l’ebrea olandese che ha raccontato con il suo diario il periodo trascorso con la sua famiglia nascosta dai nazisti, prima che la trovassero e la deportassero ad Auschwitz, dove è morta. Viene identificato nel 1963, mentre si trova a Vienna e lavora per la polizia, da cui viene subito sospeso. Lo stesso padre di Anna, Otto Frank, però, riconosce che “Silberbauer aveva fatto solo il suo lavoro e si era comportato bene durante l’arresto”. Per questo l’uomo è stato assolto e poi reintegrato nella polizia, all’ufficio identificazione. Ma Wiesenthal non si arrende: in quegli stessi anni individua altri 16 ufficiali delle SS e scova sia Franz Stangl, il comandante del campo di prigionia nazista di Treblinka e Sobibor, sia Franz Murer, soprannominato “il macellaio di Vilnius”, per la crudeltà con cui l’SS austriaca gestiva il ghetto della città. Stangl è stato condannato all’ergastolo ed è morto in prigione, mentre Murer è stato assolto fra le polemiche. Alla lista delle catture si è poi aggiunta quella di Hermine Braunsteiner, la donna che ha torturato centinaia di prigionieri ebrei nel campo nazista di Majdanek e che ne ha organizzato l’arrivo alle camere a gas. Braunsteiner era fuggita negli Usa alla fine della guerra e qui si era sposata, prendendo il cognome di Ryan. Rintracciata da Wiesenthal, è stata estradata e condannata all’ergastolo dopo un processo in Germania.  L’archivio dell’ebreo non è fatto solo di nomi diventati famosi. Anno dopo anno, l’elenco è cresciuto grazie alla scoperta e alla classificazione di migliaia di nominativi di persone identificate come parte della “macchina nazista”. E anche quando Wiesenthal è scomparso, nel 2005, il lavoro non si è fermato. È stato fondato un centro che porta il suo nome e che è impegnato nella lotta contro le discriminazioni. Insieme a questa struttura, sono nati due musei della tolleranza e sono rimaste le decine di medaglie conferite al “cacciatore” in tutto il mondo, da capi di Stato e attivisti. Quando si parla di Wiesenthal, ancora oggi, si parla di “un’eredità storica”. E c’è chi è già pronto a raccoglierla: il Simon Wiesenthal Center e la Targum Shlishi Foundation, infatti, hanno ideato il progetto “Operation last chance”, con cui sono impegnati a rintracciare i nazisti che ancora si nascondono in giro per il mondo. Proprio come iniziò a fare quel giovane architetto alla fine della guerra.