ACCADDE OGGI – 25/02/2019

ACCADDE OGGI – 25/02/2019

25 Febbraio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per carlo goldoni25/02/1707 – Nasce a Venezia il drammaturgo, scrittore, librettista ed avvocato Carlo Goldoni.

Carlo Osvaldo Goldoni nasce a Venezia il 25 febbraio 1707, durante gli ultimi giorni del carnevale, un momento felicemente indicativo per il più grande autore comico italiano. Il padre Giulio, per mantenere i figli Carlo e Gianpaolo e la moglie Margherita, si trasferisce a Roma dove trova un lavoro e il tempo per addottorarsi in medicina. Carlo Goldoni a cinque anni viene descritto “dolce, tranquillo e obbediente” come figlio e “precoce” come scolaro, dimostrando una predilezione per la letteratura degli autori comici e una passione maniacale per il teatro, tanto che all’età di nove anni abbozza una piccola sceneggiatura per una commedia teatrale. Il padre si laurea ed esercita la professione del medico a Perugia, ordina a Carlo di raggiungerlo, iscrivendolo alla scuola dei Gesuiti dove segue lezioni di grammatica. Il periodo che più mortifica Carlo Goldoni, è tra gli anni 1720 e 1721 a Rimini, dove segue un corso di logica nella scuola dei Domenicani, al punto di dichiarare “una delizia e una vacanza” i tre mesi di malattia dovuta al vaiolo. Guarito, fugge dalla suddetta scuola per imbarcarsi in un battello di una compagnia teatrale comica, raggiungendo la madre Margherita a Chioggia.

Dopo alcuni mesi, viene mandato al collegio “Ghisleri” di Pavia per studiare la materia di Diritto; nella città pavese Goldoni si dà alla bella vita, frequenta donne e sperpera i soldi al gioco. All’età di 18 anni, scrive una satira (andata perduta) sulle virtù e vizi delle ragazze del luogo, il collegio viene preso d’assedio da genitori e parenti delle giovani donne pavesi, il Goldoni teme per la sua incolumità fisica e ritorna a Chioggia. Nel pieno dei vent’anni si trasferisce a Modena, causa forte esaurimento nervoso trova conforto nella religione, decidendo di farsi frate nell’ordine dei Cappuccini, tutto finisce con l’intervento del padre che lo riporta a Venezia. Nel 1731 a Bagnacavallo, subisce un grave lutto per la morte del padre Giulio. Sulla spinta di sua madre diventa avvocato presso l’università di Padova, entrando nell’ordine forense della Serenissima, come avvocato veneziano. In questo periodo si trasferisce a Milano, dove compone un dramma musicale dal titolo “L’Amalasunta”, opera che non conosce il palco del teatro ma le fiamme del camino. In questi anni è costretto a spostarsi di continuo, causa la guerra di successione polacca, recandosi a Modena durante il viaggio si ferma a Parma, proprio in tempo per assistere alla sanguinosa battaglia di San Pietro. Goldoni torna a Venezia e la sera del 25 novembre 1734 sul palcoscenico del “San Samuele”, viene rappresentata l’opera intitolata “Belisario”, il suo primo vero successo teatrale. Nel frattempo segue la compagnia teatrale “Imer”, nelle sue rappresentazioni a Padova, Udine, ancora Venezia e infine Genova, dove conosce e s’innamora di Nicoletta Connio, ragazza di 19 anni che porta all’altare sposandola il 23 agosto 1736.

Nel 1738, compone la prima commedia che dà l’avvio al rinnovamento radicale per il teatro comico italiano “Il Momolo Cortesan”, quindi ritorna con la moglie nella laguna dove gli viene affidata la direzione del teatro d’opera del “San Giovanni Crisostomo”, incarico che ricoprirà fino all’anno 1741. Goldoni cambia la metodologia di recitare: gli attori degli spettacoli comici dell’arte da circa due secoli portano sulle scene un genere farsesco, caratterizzato dalla recita improvvisata e dall’uso della maschera, solo la trama è scritta, mentre il dialogo è affidato all’inventiva sul momento degli interpreti. Carlo Goldoni, pone un’alternativa a questa tradizione obsoleta, con una commedia di “carattere” o di “ambiente” (un organismo scenico tratto dalla vita e ricco di sostanza umana e morale). Gli attori fissi con le maschere, devono essere sostituiti con personaggi arricchiti di una loro personalità individuale e con le maschere deve cadere ogni recitazione “a soggetto”, a favore di una sceneggiatura scritta interamente dall’autore. Grazie alle sue geniali deduzioni Goldoni conquista prestigiosi traguardi.

Nel 1743 scrive “La donna di garbo”, la prima opera a essere scritta in tutte le sue parti. Nel 1745 mentre è a Pisa, gli ammicca dalla laguna “L’ Arlecchino” recitato in modo perfetto dall’attore comico Sacchi (considerato il migliore attore di quel secolo), all’irresistibile invito il Goldoni risponde inviandogli la straordinaria commedia teatrale, dal titolo “Il Servitore di Due Padroni” da questo momento decide di lasciare il mestiere di avvocato, per dedicarsi interamente all’attività di poeta comico. Dall’anno 1748 al 1753 Carlo Goldoni è commediografo del teatro “Sant’Angelo” e della compagnia teatrale che porta il nome dell’ideatore chiamato Madebach. L’ennesimo successo arriva nella sera di Santo Stefano del 1748, con la “Vedova Scaltra” interpretata dalla brava attrice e moglie del Madebach. Nei mesi a seguire si continuano a rappresentare due capolavori, dai titoli “La Putta Onorata” e “La Buona Moglie”, che portano una ventata di vita e umanità. Alla ripresa della stagione artistica va in scena la commedia Goldoniana chiamata “Vedova”; Pietro Chiari (un nuovo autore teatrale) roso dall’invidia, rappresenta un’opera chiamata “Scuole Delle Vedove”, una velenosa parodia rivolta alle commedie di Goldoni; quest’ultimo punto nel vivo si difende facendo stampare dei manifesti di chiarificazione. Il tribunale dell’inquisizione impone la sospensione di ambedue le commedie: è l’inizio a Venezia della censura teatrale. La censura non ferma l’ascesa del Goldoni: nella seconda stagione comica presso il “Sant’Angelo” fa uscire le rappresentazioni teatrali “Il Cavaliere e la Dama” e “La Famiglia Dell’ Antiquario”. Sul finire del carnevale del 1750 dopo l’insuccesso “Dell’Erede Fortunata”, dal palcoscenico fa annunciare al pubblico, che per il prossimo anno comico avrebbe fornito sedici commedie nuove. Goldoni mantiene l’impegno, tra le nuove creature ci sono opere impegnate e rappresentazioni allegre, come “Il Teatro Comico”, “La Bottega del Caffè”, “Il Bugiardo” e “La Pamela”. Il capolavoro degli anni fra il 1750 ed il 1753, che è anche l’ opera più celebre di Carlo Goldoni, è “La locandiera”.

Goldoni trova una nuova sistemazione al teatro “San Luca” di Venezia, mentre il Madebach si accorda con il Chiari, nemico dichiarato di Goldoni. Nei primi cinque anni al “San Luca” Goldoni ottiene grande successo nel filone delle commedie in versi veneziani, con le opere più rappresentative, intitolate “Le Massere” e il “Campiello”. Nel 1756 a Parma riceve il diploma di “Poeta” con una pensione annua di tremila lire. Le sue opere si stampano e si rappresentano ormai in varie città d’Italia. Carlo Goldoni lascia Venezia per andare a Roma (tra il 1758 e il 1759), rientra poi in laguna per lasciarla e trasferirsi a Bologna, dove scrive “Gli Innamorati”, segno di una netta ripresa e l’avvio della sua più grande stagione creativa. Dal 1760 al 1762 si recitano al “San Luca” di Venezia commedie come “I Rusteghi”, “La Casa Nova”, “La Triologia della Villeggiatura”, “Sior Todero Brontolon” e “Le Baruffe Chiozzotte”.

Carlo Goldoni nell’aprile del 1762 lascia Venezia e si trasferisce in Francia a Parigi, insieme alla moglie e al nipote Antonio, per divenire autore della “Commedie Italienne”, rimanendone deluso per la poca considerazione del teatro italiano e delle sue riforme Goldoniane. Nel 1765 per interesse della Delfina, gli viene affidato l’incarico di maestro di lingua italiana della principessa Adelaide, figlia di Luigi XV; Goldoni lascia quindi la “Commedie Italienne” stabilendosi a Versailles. Torna a Parigi nel 1769 con una pensione annua; nella capitale francese si lascia attrarre nuovamente dal teatro, cimentandosi in francese con le commedie di carattere “Le Bourru Bienfaisant” e “L’Avare Fastueux”. Sono gli ultimi lampi di Goldoni che diventa cieco all’occhio sinistro, ammalato e in condizioni economiche non sempre facili.

La rivoluzione francese lo tocca da vicino privandolo della pensione di corte: dopo pochi mesi trascorsi fra malattia e miseria, Carlo Goldoni muore il 6 febbraio 1793, non facendo più ritorno nella sua amata Venezia.

 

Risultati immagini per BENEDETTO CROCE25/02/1866 – Nasce a Pescasseroli, in provincia de L’Aquila, il filosofo, storico, politico, critico letterario e scrittore Benedetto Croce.

Vive in una famiglia agiata e molto conservatrice che decide di farlo formare presso un collegio religioso. Nel 1883, all’età di diciassette anni assiste a ciò che si rivelerà essere l’evento più traumatico della sua vita. Nel corso di un viaggio nell’isola d’Ischia, è vittima e testimone di uno dei momenti più difficili nella storia dell’isola: nella notte del 28 luglio, alle ore 21:30, in circa novanta secondi un terremoto causa la perdita della vita a 2.313 persone. Tra queste vi sono anche i genitori di Benedetto, Pasquale e Luisa Sipari, e la sorella Maria. Sommerso dalle macerie ma sopravvissuto a questo tragico evento, Croce si trasferisce a Roma presso la casa dello zio, il senatore Silvio Spaventa. In questa sua nuova sistemazione ha la possibilità di incontrare intellettuali e importanti uomini politici con cui si forma e si confronta; tra questi c’è anche il filosofo italiano Antonio Labriola, di cui seguirà le lezioni di filosofia morale a Roma e con cui spesso rimarrà in contatto. Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l’università di Napoli, Croce lascia gli studi e, nel 1886, acquista la casa in cui aveva vissuto il filosofo Giambattista Vico. Dopo aver visitato le principali nazioni europee, viaggiando in Spagna, Germania, Francia e Inghilterra, rivolge la sua attenzione prima alla storia, attraverso le opere di Giosuè Carducci e Francesco De Sanctis, e successivamente alle teorie sviluppate da Karl Marx e Friedrich Hegel; da quest’ultimo Croce riprende il carattere razionalistico e dialettico nello studio della conoscenza.

Nel 1903 pubblica la rivista intitolata “La Critica”. Questa, inizialmente pubblicata a sue spese, viene realizzata in collaborazione con Giovanni Gentile e durerà, con le sue quattro serie, per quarantuno anni.  Benedetto Croce entra nel mondo della politica nel 1910: in quell’anno viene nominato senatore per censo. Dopo aver pubblicato opere come “La Letteratura della Nuova Italia” e “Cultura e Vita Morale”, in cui sono raccolte le biografie e gli interventi presenti nella rivista “La Critica”, egli, tra il 1920 e il 1921, ricopre la carica di Ministro della Pubblica Istruzione nel quinto governo presieduto da Giovanni Giolitti. Il 1 maggio 1925 pubblica il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”; a questo, che si contrappone al “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Giovanni Gentile, aderiscono diverse figure di spicco nel campo della letteratura e della matematica tra cui Eugenio Montale, Aldo Palazzeschi, Leonida Tonelli, Ernesto e Mario Pascal, Vito Volterra e Francesco Severi. Dopo aver criticato il contenuto dei Patti Lateranensi, stipulati tra Stato e Chiesa l’11 febbraio 1929, e aver aderito per un breve periodo al movimento antifascista Alleanza Nazionale, Croce lascia la politica nel 1930 in quanto in disaccordo con le azioni di repressione delle libertà commesse da Mussolini. Nel 1942 pubblica l’opera intitolata “Perché non possiamo non dirci Cristiani”, un breve saggio filosofico in cui sostiene che il Cristianesimo “è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta”, che ha dato agli uomini una serie di valori operando al centro dell’anima, nella coscienza morale.

Con la caduta del regime, nel 1943, Croce rientra nella scena politica italiana. Diventato leader del partito liberale, nel 1944 elabora la teoria sul fascismo, in cui viene classificata come una parentesi della storia d’Italia, e diventa ministro senza portafoglio sia del secondo governo presieduto da Pietro Badoglio che del secondo governo guidato da Ivanoe Bonomi. Dopo aver votato a favore della monarchia in occasione del referendum del 2 giugno 1946, viene eletto tra i membri dell’Assemblea Costituente. In questa sede, attraverso un discorso diventato famoso, si oppone alla firma del Trattato di Pace in quanto atto ritenuto indecoroso per la nascente Repubblica Italiana. In seguito rifiuta le cariche di Presidente provvisorio della Repubblica e, probabilmente, quella di Senatore a vita. Nel 1946 fonda a Napoli, nel palazzo Filomarino, l’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Nello Statuto di questo istituto si può leggere come sia nato con l’intento di avviare i giovani all'”approfondimento della storia nei suoi rapporti sostanziali con le scienze filosofiche della logica, dell’etica, del diritto, dell’economia e della politica, dell’arte e della religione, le quali sole definiscono e dimostrano quegli umani ideali e fini e valori, dei quali lo storico è chiamato a intendere e narrare la storia”.

Nel 1949 è colpito da un ictus cerebrale che gli causa una semiparalisi. Benedetto Croce muore sulla poltrona della propria biblioteca, il 20 novembre 1952, all’età di ottantasei anni.

 

Risultati immagini per FRATELLI GRAVINA IN PUGLIA25/02/2008 – A Gravina in Puglia, comune della città metropolitana di Bari, vengono trovati in una cisterna di una casa abbandonata nel centro storico i corpi mummificati di Francesco e Salvatore Pappalardi, scomparsi il 5 Giugno 2006.

Al momento della scomparsa da circa venti giorni per decisione del Tribunale dei minorenni sono affidati al padre Filippo che vive con una convivente, Maria Ricupero, le sue due figlie ed una figlia nata dalla seconda unione del genitore. Pappalardi è separato dalla moglie Rosa Carlucci, che vive con un’altra figlia minorenne della coppia a Santeramo in Colle (Bari).V engono condotte ricerche ininterrotte in città (compresi pozzi e anfratti), nella gravina, sulla Murgia, nei boschi, finanche in Romania. Le ipotesi sono varie: allontanamento volontario, ruolo della madre, pista della pedofilia, pista rumena, tutte senza riscontri. Le indagini si concentrano sul padre.

Nel Novembre 2007 viene arrestato Filippo Pappalardi con le accuse di duplice omicidio aggravato da futili motivi e dai vincoli di parentela ed occultamento di cadavere.

Il 25 Febbraio 2008 la tragica scoperta: i corpi di Ciccio e Tore vengono trovati da un vigile del fuoco alle 19.00 in una cisterna sotterranea di un grande stabile abbandonato (la ‘casa delle cento stanzè) in via Giovanni Consolazione, nel centro storico di Gravina. Il ritrovamento avviene fortuitamente: nella cisterna è caduto un altro bambino, Michelino, 12 anni, precipitato nel pozzo che conduce alla cisterna da un’altezza di 25 metri. Per soccorrerlo, i vigili del fuoco si calano, facendo così la drammatica scoperta.