ACCADDE OGGI – 24/01/2019

ACCADDE OGGI – 24/01/2019

24 Gennaio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per arnoldo Foa24/01/1916 – Nasce a Ferrara l’attore, regista teatrale, doppiatore, cantante e scrittore Arnoldo Foà.

Nato in una famiglia ebraica, figlio di di Valentino e Dirce Levi, segue la famiglia a Firenze, dove intraprende gli studi di economia e commercio. Durante il periodo universitario si interessa al teatro, frequentando i corsi di recitazione della scuola “Luigi Rasi” sotto la guida di Raffaello Melani. A vent’anni abbandona gli studi e si trasferisce a Roma, dove frequenta per qualche tempo il Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1938 Foà è costretto a lasciare i corsi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia a seguito della promulgazione delle leggi razziali fasciste. Gli viene impedito anche di lavorare e per poterlo fare è costretto a usare nomi fittizi. Ricopre saltuariamente il ruolo del sostituto di attori malati riuscendo a lavorare nelle compagnie più prestigiose: Cervi-Pagnani-Morelli-Stoppa, Ninchi-Barnabò, Adani-Cimara, Maltagliati-Cimara. Nel 1943 si rifugia a Napoli, dove diviene capo-annunciatore e scrittore della Radio Alleata PWB: spetta a lui la comunicazione dell’armistizio con gli Alleati, l’8 settembre 1943. Alla fine della guerra, torna al teatro e si unisce a molte e importanti compagnie: Ferrati-Cortese-Scelzo, Ferrati-Cortese-Cimara, Stoppa-Morelli-Cervi (dove collabora con Visconti) e la Compagnia del Teatro Nazionale (Teatro dell’Opera di Roma) (lavorando per Guido Salvini).

Nel 1945, entra nella Compagnia di Prosa della RAI dove svolgerà un’intensa attività sino agli anni ottanta. La sua lunga carriera artistica è brillante e costellata di numerosi successi e riconoscimenti in campo teatrale, cinematografico e televisivo. Nella vita privata è padre di 5 figlie: Annalisa (1951-1995, anche lei attrice), Valentina, Rossellina, Giulia e Orsetta.  Intensa e prestigiosa la sua carriera in teatro: autori classici e contemporanei, registi come Luchino Visconti, Luigi Squarzina, Luca Ronconi e Giorgio Strehler. Le sue interpretazioni sono memorabili, incisive, esito di un attento studio, passione e misura drammatica elette. Da regista mette in scena spettacoli di prosa (tra i tanti La pace di Aristofane e Diana e la Tuda di Luigi Pirandello) e di lirica (Otello di Giuseppe Verdi, Histoire du soldat di Igor’ Fëdorovič Stravinskij, e Il pipistrello di Strauß), e molte sue commedie, riscuotendo sempre enormi successi. Nel 1957 esordisce come autore teatrale (“Signori buonasera”).

Seguiranno, tra le altre, “La corda a tre capi”, “Il testimone”, e più recentemente “Amphitryon Toutjours” (Festival di Spoleto 2000), e “Oggi”. Tra le sue interpretazioni più recenti il monologo di Alessandro Baricco “Novecento” con la regia di Gabriele Vacis, (2003/2005) successo straordinario di pubblico e critica, e “Sul lago dorato” di E. Thompson, con la regia di Maurizio Panici (2006-2008). La sua filmografia presenta oltre 100 pellicole: tra i registi con cui ha lavorato figurano Alessandro Blasetti (Altri tempi – Zibaldone n. 1), Orson Welles (Il processo), Vittorio Cottafavi (I cento cavalieri), Jacques Deray (Borsalino), Marcello Fondato (Causa di divorzio), Damiano Damiani (Il sorriso del grande tentatore), Giuliano Montaldo (Il giocattolo), Giuseppe Ferrara (Cento giorni a Palermo), Giovanni Soldati (L’attenzione), Luca Barbareschi (Ardena), Paolo Costella (Tutti gli uomini del deficiente), Ettore Scola (Gente di Roma), Alessandro D’Alatri (La febbre), Antonello Belluco (Antonio guerriero di Dio), Maurizio Sciarra (Quale amore), Citto Maselli (Le ombre rosse), Luciano Melchionna (Ce n’è per tutti).  Foà è stato tra i protagonisti di alcuni dei più celebri sceneggiati televisivi della RAI, diventando uno dei primi divi della tv: Piccole donne, Capitan Fracassa, Le mie prigioni, Le cinque giornate di Milano, La freccia nera, L’isola del tesoro, Il giornalino di Gian Burrasca, David Copperfield, I racconti del maresciallo, I racconti di padre Brown, Nostromo, Fine secolo e Il papa buono.

Nel 1985 ha partecipato alla parodia dei Promessi Sposi realizzata dal Quartetto Cetra interpretando L’innominato. Per la RAI ha condotto anche il programma musicale Chitarra, amore mio e, per due stagioni, il varietà Ieri e oggi, nonché numerosi altri programmi. Scrittore per la televisione, ha al suo attivo una intesa attività come pittore e disegnatore satirico. Arnoldo Foà contribuisce alla nascita, dalle ceneri dell’EIAR, della Radio RAI e partecipa a molte trasmissioni, sia di informazione che di intrattenimento, con attori, autori e registi importanti come Cervi, Morelli, Ninchi, Anton Giulio Majano, Umberto Benedetto. Dagli anni cinquanta diventa uno dei più importanti doppiatori, prestando la sua inconfondibile voce anche per numerosi documentari, tra cui Il Continente di ghiaccio di Luigi Turolla.

Muore a Roma l’11 gennaio 2014

 

Risultati immagini per amedeo modigliani24/01/1920 – Muore a Parigi il pittore e scultore italiano Amedeo Modigliani.

Artista maledetto per eccellenza, stroncato da una vita dissoluta e segnata dalla tisi, Clemente Amedeo Modigliani nasce a Livorno il 12 luglio del 1884. È il quarto figlio di una famiglia ebrea sull’orlo di una crisi finanziaria. Eugenia Garsin, la mamma, lo inizia al disegno e già nel 1898, Modigliani frequenta l’atelier del pittore Guglielmo Micheli, allievo del “macchiaiolo” Giovanni Fattori. Alla fine del 1900 si ammala di tubercolosi ed è costretto a spostarsi a Sud, tra Napoli e Roma. Ma sarà soltanto alle “scuole di nudo” di Firenze e di Venezia, nel 1902 e nel 1903, che il futuro “Modì”, come sarebbe stato chiamato dai francesi, viene folgorato dall’amore per il corpo femminile. Grazie allo zio Amedeo Garsin, nel 1906 Modigliani trova i soldi per trasferirsi a Parigi, sede mondiale dell’arte. Affitta uno studio in rue Caulaincourt, a Montmartre, e l’anno seguente conosce il chirurgo Paul Alexandre, il quale diventa suo collezionista. Modigliani si iscrive all’Académie Colarossi, ma è nelle taverne della “Butte”, la parte più degradata del quartiere, che si affrontano quelle discussioni sull’arte in grado di prospettare le nuove avanguardie del ‘900. Qui conosce Pablo Picasso, Andre Derain, Diego Rivera. Ma anche il pittore alcolizzato Utrillo e il barone oppiomane Pigeard, che lo aprono fatalmente alle droghe e all’alcol.

La prima esposizione del pittore livornese risale al marzo del 1908. Sei opere al Salone degli Indipendenti, tra le quali “L’ebrea” e “Busto di donna nuda”. A convincerlo ad esporre, fu il medico Paul Alexandre, il quale ebbe anche il merito di fargli scoprire l’arte africana, portandolo a visitare i musei Guimet, Louvre e Trocadero. L’incontro con il primitivismo è determinante e gli apre definitivamente le porte della scultura e della pietra. A causa di una violenta lite con altri artisti, Amedeo Modigliani lascia Montmartre, trasferendosi nel cosiddetto “alveare” de la “Ruche”, a Montparnasse. Qui conosce Chagall, Leger e Soutine, soprattutto, di cui sosterrà sempre l’opera. Ed è sempre qui che verso la fine del 1909 la zia Laura Garsin lo rintraccia, “miseramente alloggiato all’altezza di un primo piano”, per riportarlo a Livorno. Qui, in estate, Modigliani lavora alla celebre opera “Il mendicante”, che sarà esposta nel 1910 al Salone degli Indipendenti. In questo stesso anno poi, instaura una intensa relazione con la poetessa russa Anna Achmatova. Nel 1912 espone al X Salone d’Autunno le sue teste di pietra. Fondamentale, l’incontro con lo scultore romeno Constantin Brancusi, allora già famoso. Contemporaneamente però, vive nella miseria, e un giorno di quello stesso anno l’amico Ortis de Zarate lo trova svenuto sul pavimento di casa, in condizioni fisiche critiche. Si organizza una colletta per riportarlo a Livorno, dove arriva magrissimo e pallido. Il periodo italiano dura pochi mesi.

Amedeo Modigliani torna a Parigi e nell’arco di un paio d’anni porta a termine lo studio scultoreo e pittorico delle cosiddette “cariatidi”, enormi figure di donne femminili che avrebbero inscritto l’opera dell’artista livornese nella storia dell’arte di tutti i tempi. È anche il periodo delle “dame dal collo lungo”, altro marchio distintivo dell’artista. Tra il 1914 e il 1916 frequenta Beatrice Hastings, secondo alcuni “musa maledetta” che lo incoraggia alle droghe e all’alcol. Lavora per il mercante Guillaume, l’unico che acquistava le opere di Modì in quel periodo segnato dalle avanguardie cubiste, verso cui il pittore livornese non ebbe mai interesse. Ed è solo all’inizio del 1917 che il poeta polacco Leopold Zborowski comincia ad occuparsi di lui. Gli propone un contratto: 15 franchi al giorno in cambio dell’esclusiva sulla sua produzione. È l’anno più importante della vita di Modì. Comincia la serie di nudi, esegue i famosi ritratti del poeta polacco e della sua famiglia e, soprattutto, conosce Jeanne Hebuterne, la donna che non riuscirà a sopravvivergli, suicidandosi alcune ore dopo la sua morte.

Nel dicembre dello stesso anno, la Galleria Berthe Weill allestisce la prima mostra personale di Amedeo Modigliani e i nudi esposti vengono ritirati dalla questura, che li giudica offensivi. Nel 1918 Jeanne è incinta e insieme, con gli Zborowski, si trasferiscono in Costa Azzurra. Il 29 novembre, nasce a Nizza la piccola Jeanne Modigliani, sua figlia. In questo periodo frequenta la casa del grande Renoir, semiparalizzato, e l’anno dopo, rientrati a Parigi e con Jeanne di nuovo incinta, Modigliani dipinge il suo unico autoritratto. Durante l’estate del 1919 l’opera del livornese comincia ad essere apprezzata anche all’estero, a Londra, grazie all’interessamento dei critici Earp e Atkin. Ma sono gli anni in cui la tubercolosi si fa sempre più grave e la sera del 24 gennaio del 1920, all’ospedale della Carità, Amedeo Modigliani muore. Pare che prima di morire abbia detto all’amico Zborowski queste parole: “Io sono ormai fottuto, ma ti lascio Soutine”.

 

Risultati immagini per Guido rossa24/01/1979 – Viene ucciso a Genova, dalle Brigate Rosse, l’operaio sindacalista Guido Rossa.

Operaio di origine veneta, Rossa visse per parecchi anni a Torino. Il suo primo impiego è a 14 anni come operaio in una fabbrica di cuscinetti a sfera, quindi alla Fiat di Torino come fresatore. Nel 1961 si trasferisce a Genova a lavorare per l’Italsider venendo, l’anno seguente, eletto nel consiglio di fabbrica per la Fiom-Cgil. Iscritto al Partito Comunista Italiano, è sindacalista della CGIL all’Italsider di Genova-Cornigliano. Rossa era anche un esperto alpinista: uno dei principali componenti del “Gruppo alta montagna” del CAI Uget di Torino[1], fece parte del coordinamento della spedizione italiana, organizzata da Lino Andreotti nel 1963 in occasione del centenario del CAI, che tentò, senza riuscirvi, di conquistare in prima ascensione il Langtang Lirung (7225 m) nel Nepal.

Tornando alla vicenda, il 1978 fu uno degli anni più duri tra gli anni di piombo: l’anno precedente le forze della sinistra legate al PCI avevano subito dure contestazioni da parte del movimento del ’77, mentre l’attività delle BR e dei suoi fiancheggiatori aveva subito un’accelerazione culminata con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Come risposta il PCI di Berlinguer e il sindacato presero definitivamente le distanze dalla lotta politica extraparlamentare e invitarono gli iscritti a vigilare contro il terrorismo togliendo ogni possibile copertura ideologica e denunciando i sospetti di terrorismo attivi nelle fabbriche. Nello stabilimento Italsider di Genova, presso la macchinetta distributrice di caffè, spesso si ritrovano depositati dei volantini delle Brigate Rosse furtivamente lasciati per scopi propagandistici. Rossa nota che l’operaio Francesco Berardi, addetto a distribuire le bolle di consegna nello stabilimento, si trova spesso nelle vicinanze del distributore. Il 25 ottobre 1978 gli operai trovano una copia dell’ultima risoluzione strategica brigatista, sempre vicino alle macchinette; Rossa nota un sospetto rigonfiamento sotto la giacca di Berardi, si reca negli uffici della vigilanza aziendale per segnalare il fatto e, all’uscita, una nuova copia della risoluzione brigatista è ritrovata su una finestra nel medesimo luogo. Dopo un breve dibattito interno, l’armadietto di Berardi viene aperto ritrovandovi contenuti documenti brigatisti, volantini di rivendicazione di azioni compiute dalla BR e fogli con targhe d’auto appuntate. Guido Rossa decide di denunciare l’uomo, mentre gli altri due delegati si rifiutano, lasciandolo solo. Francesco Berardi cerca inutilmente di fuggire ma viene fermato dalla vigilanza della fabbrica; si dichiara subito prigioniero politico, viene consegnato ai carabinieri e arrestato.

Guido Rossa mantiene la denuncia e testimonia al processo, nel quale Berardi (morto “suicida” in carcere, forse assassinato dai suoi ex compagni) viene condannato a quattro anni e mezzo di reclusione. Temendo una vendetta dei brigatisti, il sindacato offre per alcuni mesi a Rossa una scorta, formata da operai volontari dell’Italsider, a cui lo stesso Rossa in seguito rinuncia. La denuncia di Rossa contro un brigatista infiltrato è la prima che avviene dalla loro formazione e rischia di costituire un pericoloso precedente per cui le BR decidono di reagire. La prima ipotesi è quella di catturarlo e lasciarlo incatenato ai cancelli della fabbrica, con appeso un cartello infamante, in una sorta di gogna intimidatrice. Tuttavia questa ipotesi di azione viene scartata venendo giudicata irrealizzabile; ne viene così decisa la gambizzazione, pratica frequente a quel tempo.

Il 24 gennaio 1979 alle 6:35 del mattino, Guido Rossa esce dalla sua casa in via Ischia 4 a Genova per recarsi al lavoro con la sua Fiat 850. Ad attenderlo su un furgone Fiat 238 parcheggiato dietro c’è un commando composto da Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. I brigatisti gli sparano uccidendolo. È la prima volta che le Brigate Rosse decidono di colpire un sindacalista organico alla sinistra italiana e l’omicidio sarà seguito da una forte reazione da parte di partiti e sindacati e della società civile, in particolare quella legata al partito comunista. Al funerale, cui partecipano 250 000 persone, presenzia il Presidente della Repubblica Sandro Pertini in un’atmosfera molto tesa. Dopo la cerimonia Pertini chiede di incontrare i “camalli” (gli scaricatori del porto di Genova).

Racconta Antonio Ghirelli, all’epoca portavoce del Quirinale, che il Presidente era stato avvisato che in quell’ambiente c’era chi simpatizzava con le Brigate Rosse ma che Pertini rispose che “proprio per quello li voleva incontrare”. Il Presidente entrò in un grande garage pieno di gente, “saltò letteralmente sulla pedana” e con voce ferma disse: “Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”. Ci fu un momento di silenzio, poi un lungo applauso. La salma di Rossa venne infine tumulata presso il cimitero monumentale di Staglieno.

L’omicidio di Rossa segna una svolta nella storia delle Brigate Rosse, che da quel momento non riusciranno più a trovare le stesse aperture nei confronti dell’organizzazione interna del proletariato di fabbrica. In effetti, proprio per la delicatezza dell’obiettivo, si è ritenuto probabile che le BR avessero intenzione di punire Rossa, ma senza ucciderlo. La vittima, probabilmente, doveva essere solo gambizzata. Tale ipotesi sembra essere confermata dalle perizie e dalle successive testimonianze: Vincenzo Guagliardo, il componente del commando che esplode tre colpi calibro 7,65 alle gambe con una Beretta 81, ha raccontato che a gambizzazione avvenuta Riccardo Dura, capo della colonna genovese delle BR, dopo essersi allontanato come gli altri brigatisti dal luogo dell’operazione, era tornato indietro per esplodere l’ultimo colpo, quello che aveva ucciso Guido Rossa. L’autopsia rivela infatti che su Rossa furono esplosi quattro colpi alle gambe e uno solo mortale al cuore. Guagliardo aggiunge che il giorno dopo il delitto i membri dell’organizzazione chiesero spiegazioni sull’accaduto, al che Dura giustificò l’omicidio affermando che le spie andavano uccise.