ACCADDE OGGI – 23/01/2019

ACCADDE OGGI – 23/01/2019

23 Gennaio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per PIETRO COLLETTA23/01/1775 – Nasce a Napoli il patriota, storico e generale Pietro Colletta.

Figlio dell’avvocato Antonio Colletti (poi Colletta) di Napoli e di Maria Saveria Gadaleta di Molfetta, compì dapprima studi giuridici, ma preferì intraprendere poi la carriera delle armi; il 27 dicembre 1794 ottenne l’ammissione all’accademia militare del Regno di Napoli da cui uscì nel 1796 col grado di alfiere. Promosso tenente nel giugno 1798, fu aiutante maggiore nel corpo di artiglieria alla fine dello stesso anno, partecipò alla battaglia di Civita Castellana contro le truppe francesi del Macdonald e successivamente prese parte alla difesa di Capua. Nel gennaio 1799 aderì con poco entusiasmo alla Repubblica Napoletana. Al ritorno di Ferdinando di Borbone fu imprigionato a Castel dell’Ovo per cinque mesi. Liberato nell’aprile del 1800 grazie alla corruzione di alcuni giudici, non fu riammesso nell’esercito borbonico e per vivere esercitò la professione di ingegnere civile. Quando i Borbone furono cacciati per la seconda volta nel 1806 e Giuseppe Bonaparte fu incoronato re di Napoli, Colletta aderì al nuovo regime e riprese la carriera militare; gli fu restituito il suo grado e prese parte all’assedio di Gaeta. Amico del ministro Saliceti, nell’agosto 1806 fu nominato giudice del tribunale di Terra di Lavoro e dei due Principati, con sede a Napoli. Promosso da Giuseppe Bonaparte, al momento di lasciare Napoli, tenente colonnello del Genio, Colletta proseguì la carriera anche con Gioacchino Murat; predispose fra l’altro il piano per strappare agli inglesi l’isola di Capri nell’ottobre 1808.

Nel novembre sposò una giovane vedova, Bettina Gaston. Nel marzo 1809 divenne aiutante di campo di Murat e poi intendente della Calabria Ulteriore. Nel febbraio 1812 ritornò a Napoli e fu promosso direttore generale del corpo di ingegneri di strade e ponti. Nel giugno 1813 fu promosso da Murat maresciallo di campo. Dopo la sconfitta francese a Lipsia (ottobre 1813) fu vicino a Murat nelle sue campagne militari e fu probabilmente fra coloro che incitarono il sovrano ad abbandonare Napoleone e tentare di unire l’Italia intavolando trattative con Austria e Inghilterra. Nell’aprile 1814 divenne consigliere di stato, nel dicembre ebbe il titolo di barone. Nominato tenente generale, rimase a fianco di Murat fino alla fine del regno. Il 20 maggio 1815, Colletta firmò, insieme al generale Michele Carrascosa, il Trattato di Casalanza, che restituì il Regno di Napoli ai Borboni dopo il decennio napoleonico. Mantenne il grado di generale anche dopo la restaurazione di re Ferdinando e nel 1818 gli fu dato il comando della IV divisione. Durante i moti carbonari del luglio 1820 il re lo chiamò a far parte del suo consiglio e quando fu sancita la costituzione, fu nominato ispettore generale del Genio. Nell’ottobre 1820 fu inviato in Sicilia a sostituire il generale Florestano Pepe che aveva represso i moti rivoluzionari, come comandante generale nell’isola.

Nel gennaio 1821 tornò a Napoli, e fu ministro ad interim della guerra e della marina (25 febbraio 1821), e quindi si trovò al vertice politico-amministrativo del regno quando avvenne lo scontro tra il Primo Corpo d’Armata napoletano, comandato dal tenente-generale Guglielmo Pepe e gli austriaci, agli ordini del generale Johann Philipp Frimont a Rieti (7 marzo 1821) e ad Antrodoco tra il pomeriggio del 9 e la mattina del 10 successivi. Dopo la sconfitta dei costituzionalisti, Colletta fu imprigionato per tre mesi al Castel Sant’Elmo per ordine del principe di Canosa, il capo della polizia, che egli sempre accusò di astio personale nei suoi confronti. Senza l’intervento degli austriaci sarebbe stato giustiziato; invece fu mandato in esilio senza stipendio a Brno, in Moravia. Furono ugualmente gli austriaci che gli fecero ottenere un piccolo sussidio dal governo napoletano. Nel 1822 gli fu permesso di trasferirsi a Firenze, Granducato di Toscana. Riuscì a inserirsi nella fiorente vita culturale toscana, conobbe Tommaseo, Capponi, Giordani e più tardi Giacomo Leopardi. Qui collaborò all’Antologia e si dedicò con maggiore impegno agli studi storici e letterari, in particolare alla stesura della Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825. Morì nel 1831.

La Storia, pubblicata postuma a cura di Gino Capponi nel 1834, diede avvio a polemiche anche aspre da parte degli avversari ancora viventi del Colletta, quali Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa e Francesco Pignatelli, principe di Strongoli. L’abate Domenico Sacchinelli, ex-segretario del cardinale Fabrizio Ruffo criticò aspramente l’opera di Colletta, ma rimproverò ancor più aspramente Vincenzo Cuoco, che considerava colui al quale Colletta si era ispirato. Domenico Sacchinelli pubblicò anche un libro nel quale narrava le gesta del cardinale Fabrizio Ruffo (essendo stato suo segretario) e confutava le narrazioni di Vincenzo Cuoco, Pietro Colletta e Carlo Botta. Anche Benedetto Croce condannò le opere “patriottarde e umanistiche” di Pietro Colletta, Carlo Botta e Vincenzo Cuoco, in quanto storicamente incongruenti e non imparziali, pur avendo esse propugnato idee moderne quali l’anticlericalismo, la libertà e l’uguaglianza e avendo in tal modo contribuito al progresso.

 

Risultati immagini per STENDHAL23/01/1783 – Nasce a Grenoble, in Francia, lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, meglio noto con lo pseudonimo di Stendhal.

Nato da una ricca famiglia borghese, a soli sette anni venne colpito dal lutto della madre, donna che amava un modo viscerale. I rapporti con il padre (avvocato al Parlamento), viceversa, furono sempre pessimi, essendo quest’ultimo un esempio preclare di uomo bigotto e conservatore. Sedicenne, si recò a Parigi con l’intenzione di iscriversi all’Ecole polytechnique. Vi rinunciò subito e, dopo aver lavorato alcuni mesi al ministero della guerra grazie all’appoggio del cugino Daru, nel 1800 raggiunse l’armata napoleonica in Italia, che molto presto riconobbe come sua patria d’elezione. Sottotenente di cavalleria, poi aiutante di campo del generale Michaud, dal 1806 al 1814 fece parte dell’amministrazione imperiale, con funzioni sia civili sia militari che lo obbligarono a spostarsi dall’Italia all’Austria, dalla Germania alla Russia. Caduto Napoleone, si ritirò in Italia dove conobbe il suo primo amore (Angiola Pietragrua) e dove rimase sette anni, prevalentemente a Milano, interessandosi di musica e pittura.

Deluso nel suo amore per Matilde Dembowski (conosciuta nel 1818) e sospettato di carbonarismo dalle autorità austriache, tornò a Parigi (è il 1821). Per sopperire alle spese di una vita mondana superiore alle sue risorse economiche, collaborò ad alcune riviste inglesi, come ad esempio il “Journal de Paris”, con articoli di critica d’arte e musicale; sollecitò anche, invano, un impiego governativo. Dopo la rivoluzione del 1830 e l’avvento di Luigi Filippo, ottenne la nomina di console a Trieste, ma, a causa dell’opposizione del governo austriaco, fu destinato a Civitavecchia. Il lavoro consolare gli lasciò molto tempo libero, che Stendahl impiegò, oltre che a scrivere, in viaggi e in lunghi soggiorni in Francia. Chiesto nel 1841 un congedo per ragioni di salute, tornò a Parigi e qui, un anno dopo, mori improvvisamente a causa di un attacco apoplettico il 23 marzo 1842.

Stendhal, dopo un certo numero di saggi (tra cui di un certo interesse il “Sull’amore” del 1822 e “Racine e Shakespeare” dell’anno successivo), e spinto da una forte passione per la musica e la pittura (che lo indussero a scrivere anche in questo campo notevoli saggi, nonchè romanzate vite di grandi compositori), iniziò la sua attività di scrittore con il romanzo “Armance” (1827) e con il racconto “Vanina Vanini” (1829). Ma è soprattutto con “Il rosso e il nero” (1830) romanzo che narra la lotta di un giovane spiantato e ambizioso, Julien Sorel, contro la società ostile (la Francia della restaurazione) che inaugura la stagione del grande romanzo realistico. L’altro suo grandissimo capolavoro, in questa direzione, è rappresentato dall’indimenticabile “La certosa di Parma”, un vasto affresco in cui vi si narra ancora la sconfitta delle aspirazioni individuali per opera di una società che qui rappresenta, sotto le apparenze di una corte italiana dell’età della restaurazione, la tipica struttura del dispotismo moderno. L’opera di Stendhal si fa di solito rientrare nel movimento romantico, ma si tratta di un romanticismo condizionato dalla formazione illuministica dello scrittore, dalla sua filosofia atea e materialista. Proprio per questo, d’altronde, Stendhal è considerato di solito come il fondatore di quel moderno realismo che rappresenta l’uomo all’interno di una realtà sociale in evoluzione, e le idee e le passioni degli individui come condizionate dalle tendenze politiche ed economiche dell’epoca.

 

Risultati immagini per salvador dali23/01/1989 – Muore a Figueres, in Spagna, il pittore, scultore, scrittore, fotografo, cineasta, designer e sceneggiatore spagnolo Salvador Dalì.

Cocktail ben assortito di genialità e delirio, pittore del surreale e di mondi onirici, Salvador Dalì ha avuto una vita segnata dalla stranezza fin dal principio. Nato a Figueres il giorno 11 maggio 1904 – il nome completo è Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Pùbol – dopo tre anni dalla morte del primo fratello, il padre pensò bene di chiamarlo allo stesso modo, forse per non essere mai riuscito a dimenticare il primogenito. Una circostanza un po’ “malata”, che non ha certo giovato all’equilibrio mentale del piccolo Salvador, il quale, natìo della Catalogna, appena adolescente espone alcuni dipinti presso il teatro municipale della sua cittadina, riscuotendo un significativo apprezzamento critico. Nel 1921 si iscrive all’Accademia di belle arti di San Fernando a Madrid, dove stringe amicizia con il regista Luis Buñuel e il poeta Federico Garcìa Lorca. Con quest’ultimo trascorre l’estate a Cadaqués nel 1925. L’anno successivo soggiorna a Parigi, dove incontra Pablo Picasso, e viene espulso dall’Accademia. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall’opera di Giorgio De Chirico.

Negli anni successivi il suo sodalizio artistico e intellettuale con Lorca e Buñuel produce lavori di scenografia teatrale e cinematografica, come i due celebri film “Un chien andalou “e “L’âge d’or”. Sul piano pittorico ben presto la sua attenzione viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst, Miró e Tanguy, i maestri dell’inconscio tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel gruppo dei surrealisti e nel 1931, insieme a Breton, elabora gli “oggetti surrealisti a funzione simbolica”. Ma il surrealismo di Salvador Dalí è comunque fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda. Nel 1930 pubblica “La femme visible”, saggio dedicato a Gala, sua moglie dal 1929, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. Qualche anno dopo si scontra con i surrealisti a proposito del dipinto “L’enigma di Guglielmo Tell”, sinché nel 1936 avviene una prima rottura con il gruppo di Breton, che diventerà definitiva tre anni dopo. Nel frattempo Dalí aveva partecipato all’Esposizione internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam.

Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a Gala, occupandosi di moda e design. In questi anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of Modern Art insieme a Miró e di contribuire, con il disegno delle scene, al film di Alfred Hitchcock “Io ti salverò”. Al termine del soggiorno statunitense rientra in Europa insieme a Gala. Nel 1949 prosegue l’attività scenografica per il cinema collaborando con Luchino Visconti. Nel decennio successivo espone in Italia, a Roma e Venezia, e a Washington. Nel 1961 viene messo in scena a Venezia il Ballet de Gala, con coreografie di Maurice Béjart. Sono molte le esposizioni negli anni successivi, a New York, Parigi, Londra, sino all’importante antologica a Madrid e Barcellona nel 1983. Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato membro dell’Accadémie des Beaux-Artes di Parigi. L’ anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi alla Tate Gallery di Londra. Il 10 giugno 1982 muore Gala e nel luglio dello stesso anno gli viene conferito il titolo di “marchese di Pùbol” Nel maggio del 1983 dipinge “La coda di rondine”, suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi ustioni a causa dell’incendio della sua camera al castello di Pùbol, dove ormai risiede stabilmente.

Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989 nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico. In rispetto alle sue volontà viene sepolto nella cripta del Teatro-Museo Dalí a Figueras. Nel suo testamento lascia allo Stato spagnolo tutte le opere e le sue proprietà. Viene organizzata una grande retrospettiva postuma nella Staatsgalerie di Stoccarda, trasferita poi alla Kunsthaus Zurich.