ACCADDE OGGI – 18/01/2019

ACCADDE OGGI – 18/01/2019

18 Gennaio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per OLIVER HARDY18/01/1892 – Nasce ad Harlem, negli Stati Uniti, l’attore e comico statunitense Oliver Hardy.

Oliver Norvell Hardy, Illie o Babe per gli amici, è l’ultimo figlio di una famiglia del tutto estranea al mondo dello spettacolo. Il padre, avvocato, morì troppo presto per essere di aiuto alla nutrita famiglia (tre maschi e due femmine) e soprattutto al figlio minore. La madre, Emily Norvell, donna energica, decise di trasferirsi da Harlem a Madison dove, lavorando come direttrice di un albergo abbastanza signorile, poteva mantenere la famiglia. Da ragazzo i suoi lo iscrivono dapprima all’accademia militare della Georgia, in seguito al conservatorio di Atlanta dove ottiene buoni risultati. Senonché le difficoltà economiche in cui versa la sua famiglia gli impediscono di proseguire la carriera di cantante.

Dopo i 18 anni attirato inesorabilmente dal cinema e dallo spettacolo, si adatta a fare qualunque cosa pur di stare in quel mondo che adora. Nel 1913 Oliver Hardy si presenta alla Lubin Motion Picture e ottiene un contratto come attore a Jacksonville. Farà il cattivo, per cinque dollari la settimana. Nel 1915 Oliver recita il suo primo film comico da protagonista, dal titolo “L’aiutante attacchino”. In California, dove si sta concentrando la produzione cinematografica, Oliver Hardy viene assunto dalla casa di produzione Vitagraph. Proprio in California incontra per la prima volta Stan Laurel (che diverrà in seguito il celeberrimo Stanlio), ma è una collaborazione fuggevole, per un solo film: “Lucky Dog” (“Cane fortunato”). Stan è il protagonista e Oliver fa la parte di un rapinatore che non riesce a essere abbastanza truce perché in lui prevale già la vena comica. Siamo nel 1926, l’anno del grande incontro con Hal Roach, produttore cinematografico che in quel periodo aveva affidato, guarda caso proprio a Stan Laurel, la regia del film “Love’em and weep” (“Amale e piangi”). Per la parte comica viene appunto ingaggiato Oliver Hardy. Una domenica però mentre Oliver armeggia fra i fornelli per preparare qualcosa agli amici, si ustiona seriamente un braccio, tanto da non potersi trovare sul set l’indomani. A questo punto la parte viene sdoppiata per dare a Stan la possibilità di sostituire Oliver per i primi giorni. Alla fine i due si ritrovano ancora una volta insieme per puro caso. Da qui il sodalizio che si consolida pian piano fino ad arrivare al grande successo.

Negli “anni d’oro”, quelli degli Hal Roach’s Studios, dal 1926 al 1940, Stan Laurel e Oliver Hardy producono 89 film, di cui 30 cortometraggi muti e 43 cortometraggi sonori. Il declino della carriera, a questo punto, sembra per forza di cose dietro l’angolo. Dopo tanto successo è inevitabile che la parabola discendente si affacci. Stan si ammala durante la lavorazione del loro ultimo film “Atollo K”, l’unico girato in Europa, lontano dagli studi di Hollywood dove hanno consumato tutta la loro esperienza cinematografica. Anche la salute di Oliver è pessima: in questa circostanza lo assiste la terza moglie Lucille, conosciuta sul set di “The flying deuces” (I diavoli volanti, 1939) e che gli è stata fedele per diciassette lunghi anni.

Il 7 agosto 1957 Oliver Hardy si spegne definitivamente. Laurel gli sopravvive invece di otto anni, morendo il 23 febbraio 1965. Quel giorno la morte di Stanlio mette la parola fine a due storie parallele iniziate settant’anni prima ai lati estremi dell’Oceano per poi avvicinarsi fino a coincidere perfettamente e dare vita a una delle più straordinarie coppie comiche di tutti i tempi. Il doppiaggio italiano di Oliver Hardy, quella particolare voce riconoscibile tra mille, appartiene a un vero mito del cinema di casa nostra, il grandissimo Alberto Sordi.

 

Risultati immagini per CARY GRANT18/01/1904 – Nasce a Bristol, nel Regno Unito, l’attore britannico naturalizzato statunitense Archibald Alexander Leach, meglio noto con lo pseudonimo di Cary Grant.

Artista raffinato e versatile, capace di passare, con estrema maestria ed eleganza, dal registro recitativo brillante a quello drammatico, conservando sempre l’accattivante aplomb che lo contraddistingueva, non trascorre una prima parte della sua infanzia molto serena: la madre viene ricoverata in una clinica per malattie mentali quando egli ha solo nove anni; il fatto però gli verrà tenuto nascosto ed egli la rivedrà solo dopo molto tempo. Il giovane Archibald sviluppa un carattere ribelle e caparbio, e a quindici anni abbandona la scuola, per unirsi alla compagnia di saltimbanchi di Bob Pender, falsificando la firma del padre per l’autorizzazione.

La compagnia gira l’Inghilterra, e il giovane Archie ha l’occasione di apprendere i primi rudimenti della recitazione, sviluppando contemporaneamente una buona capacità di acrobata e funambolo. Sempre con la compagnia di Pender, nel 1920 parte per l’America al fine di partecipare ad uno spettacolo, intitolato “Good Times”, a Broadway. Grazie alla sua recitazione briosa e raffinata, e al suo prestante aspetto fisico, ottiene un buon successo; decide così di rimanere in America e, per mantenersi, si adatta a svolgere i più svariati mestieri. Dopo tre anni torna in Inghilterra per poi ripartire definitivamente qualche mese dopo per gli Stati Uniti. Qui si esibisce sui palcoscenici americani ballando, cantando e recitando fino ai primi anni ’30 quando entra a far parte, come caratterista e factotum, della casa di produzione cinematografica Paramount. È qui che il suo nome viene cambiato in Cary Grant. Il suo primo film è del 1932 e si intitola “This is the night”, ma si tratta solo di una particina. Comincia a farsi notare in rilievo in “Venere bionda” (Blonde Venus, 1932) di Josef von Sternberg, nel ruolo di un raffinato e brillante milionario che fa la corte a Marlene Dietrich.

L’anno seguente Mae West, procace e attraente attrice specializzata in parti di vamp cinica e sarcastica, lo vuole accanto a lei in due film di grande successo, “Lady Lou – La donna fatale” (She done him wrong) di Lowell Sherman e “Non sono un angelo” (I’m no angel) di Wesley Ruggles. Il ruolo è sempre quello dell’azzimato e affascinante damerino, figura questa che lo metterà in mostra agli occhi del regista George Cukor, il quale decide di mettere in risalto il suo notevole talento di attore brillante, affidandogli il personaggio dell’eccentrico e truffaldino Jimmy “Monk” Monkley nel film “Il diavolo è femmina” (Sylvia Scarlett, 1935), accanto ad un’altrettanto vivace e spigliata Katharine Hepburn. È grazie a Cukor quindi che Cary Grant esce finalmente da quei ruoli sentimentali un po’ stereotipati, dimostrando così una spumeggiante quanto raffinata verve, e un fascino decisamente accattivante, che egli stesso non prenderà mai sul serio, prendendosi talvolta, proprio per questo, mirabilmente in giro. Grande sintonia e affetto si instaureranno tra l’attore e Katharine Hepburn, sua compagna in diversi film successivi e carissima amica nella vita. Con lei Cary Grant condivide lo stesso sottile ed elegante senso dell’umorismo, nonché il medesimo talento nel genere della commedia brillante.

Oltre che con Cukor (che dirigerà Grant in altri due capolavori della sophisticated comedy, quali “Incantesimo”, Holiday, del 1938, e “Scandalo a Filadelfia”, The Philadelphia Story, del 1940), Grant stabilirà un lungo e profondo legame con un altri due importantissimi registi, quali Howard Hawks e Alfred Hitchcock. Hawks mette ancor più in risalto la sua straordinaria vena comica in esilaranti commedie come “Susanna” (Bringing up baby, 1938), in cui impersona un timido e impacciato paleontologo la cui vita tranquilla viene stravolta da una bizzarra e stralunata ereditiera (interpretata da Katharine Hepburn) e dal suo leopardo, e “La signora del venerdì” (His girl friday, 1940), che lo vede nelle vesti del sarcastico e dispotico direttore di un grande quotidiano, il quale fa di tutto per riconquistare l’amore della sua avvenente e scapigliata ex moglie (impersonata da Rosalind Russell); ma ha saputo sfruttare anche l’aspetto sensibile e drammatico della sua recitazione in “Avventurieri dell’aria” (Only angels have wings, 1939). Anche George Stevens si è servito del forte temperamento drammatico di Cary Grant per il difficile ruolo del sergente Archibald Cutter in un capolavoro del genere dei film d’avventura, quale “Gunga Din” (Gunga Din, 1939).

Alfred Hitchcock invece trascina Cary Grant in un genere del tutto nuovo per lui: il thriller. Sarà capace di sfruttare appieno le sue abilità recitative, per renderlo sullo schermo un personaggio ambiguo e tenebroso, in alcuni dei suoi film migliori, quali “Il sospetto” (Suspicion, 1941), “Notorious – L’amante perduta” (Notorious, 1946), al fianco dell’incantevole Ingrid Bergman, “Caccia al ladro” (To catch a thief, 1955) e “Intrigo internazionale” (North by Northwest, 1959). In quest’ultimo film l’attore impersona mirabilmente un attempato pubblicitario il quale, scambiato per un agente federale, viene rapito da un’organizzazione spionistica che tenta di ucciderlo, e nonostante riesca a fuggire nessuno poi vorrà credere alla sua storia. Nel 1944 arriva un altro straordinario successo con l’interpretazione di “Arsenico e vecchi merletti” (Arsenic and Old Lace), diretto da Frank Capra, un’esilarante commedia nera tratta dall’omonima opera di Joseph Kesselring. Qui Cary Grant è al massimo delle sue capacità, furoreggiante e spassoso come non mai, nella parte di un critico teatrale il quale scopre che le sue due buone e cordiali ziette, in realtà ammazzano col veleno vecchi soli e tristi, pensando di liberarli così dalle pene della vita. Il film è una delle migliori commedie mai realizzate in assoluto, e senz’altro la migliore prova di Grant. Come non ricordarlo poi diretto da Leo McCarey nel romantico “Un amore splendido” (An affair to remember, 1957) oppure, disincantato e brillante, in “Il magnifico scherzo” (Monkey Business, 1952) di Howard Hawks, “Operazione sottoveste” (Operation Petticoat, 1959) di Blake Edwards, “L’erba del vicino è sempre più verde” (The grass is greener, 1960) e “Sciarada” (Charade, 1963), entrambi di Stanley Donen. Per quanto riguarda la sua vita privata, Cary Grant si è sposato ben cinque volte.

Dalla quarta moglie, Dyan Cannon ha avuto una figlia, Jennifer. Con la sua quinta moglie, Barbara Harris, rimarrà per gli ultimi cinque anni della sua vita. Nel 1966, dopo la sua gustosa interpretazione di “Cammina, non correre” (Walk don’t run) di Charles Walters, Cary Grant decide di ritirarsi, convinto, ormai da tempo, di non essere mai stato veramente apprezzato. Nel 1970 gli viene assegnato il premio Oscar alla carriera, meritatissimo riconoscimento di una fantastica carriera, che lo ha visto decine di volte sullo schermo, sempre in eccellenti interpretazioni. Conclusa la sua attività cinematografica, l’attore si dedica alla gestione di una nota fabbrica di cosmetici, la Fabergé. Ma il richiamo dell’arte è più forte di lui, così Cary Grant torna in teatro, il suo primo amore: ma sarà proprio sul palcoscenico dell’Adler Theater di Davenport, nell’Iowa, durante la rappresentazione di “An evening with Cary Grant”, che un attacco di cuore stroncherà la sua vita. E’ il 29 novembre 1986. Quel giorno è scomparso per sempre un grande artista e un grande uomo, che per il suo charme, la sua ironia, la sua eleganza e la sua generosità, rimarrà per sempre nel cuore e nel firmamento del cinema hollywoodiano.

 

Risultati immagini per partito popolare italiano18/01/1919 – Don Luigi Sturzo fonda a Roma il Partito Popolare Italiano.

L’idea di Romolo Murri di costituire una formazione operante in campo politico aveva trovato ostilità da parte del Vaticano: il suo mancato accoglimento poteva riferirsi a una contrapposizione dottrinale che investiva più il campo religioso che quello politico. Così, diversi democratici cristiani subirono la condanna insieme ai modernisti. In seguito il clima cominciò a cambiare e in questo contesto don Sturzo diede vita al PPI. Nel PPI confluirono le varie componenti del variegato mondo cattolico italiano:

  • i conservatori nazionali di Stefano Cavazzoni, Carlo Santucci e Stefano Jacini;
  • i clerico-moderati di Alcide De Gasperi, già segretario del Partito Popolare Trentino (sciolto nel 1920);
  • i giovani democratici cristiani di Romolo Murri;
  • i cattolici sindacalisti di Achille Grandi, Giovanni Gronchi e Guido Miglioli (a cui era legato, tra gli altri, anche Riccardo Lombardi).

Tra novembre e dicembre 1918 don Sturzo riunì a Roma, in via dell’Umiltà 36, un gruppo di amici per alcune riunioni preparatorie. Le direttive programmatiche del nascente partito furono esposte nell′Appello ai liberi e forti. L’Appello accettava ed esaltava il ruolo della Società delle Nazioni, difendeva “le libertà religiose contro ogni attentato di setta”, il ruolo della famiglia, la libertà d’insegnamento, il ruolo dei sindacati. I proponenti ponevano particolare attenzione a riforme democratiche come l’ampliamento del suffragio elettorale (compreso il voto alle donne) ed esaltavano il ruolo del decentramento amministrativo e della piccola proprietà rurale contro il latifondismo.

Il PPI, però, secondo l’espressa volontà di Sturzo, era apertamente interconfessionale (partito di cattolici ma non cattolico), interclassista, che traeva la sua ispirazione dalla dottrina sociale cristiana, ma che non voleva dipendere dalla gerarchia cattolica. Questa iniziale confusione del ruolo del partito non contribuì a farne comprendere la vera natura, forse troppo moderna per l’Italia di quegli anni. Sturzo, infatti, faticò molto a mantenere l’autonomia del partito dalle gerarchie, anche perché il partito aveva raccolto anime tenute spesso insieme solo dalla comune ispirazione religiosa. L’emblema scelto dal partito, conservato, poi, dalla Democrazia Cristiana, fu lo Scudo Crociato con il motto Libertas, rappresentante da un lato la difesa dei valori cristiani dall’altro il legame con i Liberi Comuni medievali italiani, da qui il forte impegno per il decentramento amministrativo ed uno Stato più snello.

Il partito, grazie alla buona diffusione dell’Azione Cattolica al Nord, delle leghe dei contadini in Italia centrale, delle società di mutuo soccorso al Sud e del Confederazione italiana dei lavoratori in tutto il paese, conobbe una rapida diffusione organizzativa. A questo si aggiunse il favore di molti sacerdoti che lo videro come il “partito cattolico” e per questo vicino alle posizioni del Vaticano. Appena fondato, il PPI poté contare in Parlamento su 19 deputati, eletti in precedenza con il cosiddetto Patto Gentiloni. Alle elezioni del 16 novembre 1919 (le prime dopo la riforma elettorale in senso proporzionale) raccolse il 20,5% dei voti, cioè 1.167.354 preferenze, e 100 deputati, dimostrando di essere una forza indispensabile per la formazione di qualsiasi governo.