ACCADDE OGGI – 17/01/2019

ACCADDE OGGI – 17/01/2019

17 Gennaio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per la monaca di monza17/01/1650 – Muore a Milano la religiosa italiana Marianna de Leyva, divenuta Suor Virginia Maria, meglio nota come la “Monaca di Monza”.

La Monaca di Monza appartiene alle grandi figure femminili della letteratura, alla lunga teoria di eroine che comprende, tra le altre, la Medea di Euripide e di Seneca, la Didone virgiliana, la Francesca da Rimini immortalata da Dante. Proprio il personaggio dantesco può, a buon diritto, essere considerato la sorella maggiore della Monaca di Monza. Entrambe le donne furono costrette a compiere un passo non desiderato, dal momento che Francesca era convinta di sposare Paolo, così come Gertrude non sentiva la vocazione della monacazione. Entrambe le donne si lasciano andare alla passione, che viene, però, opportunamente taciuta e sottointesa da una frase lapidaria: l’endecasillabo dantesco «Quel giorno più non vi leggemmo avante» è sostituito dall’ottonario manzoniano «La sventurata rispose». Le tragedie si compiono e si concludono in un istante, da quell’istante può dipendere tutto, salvezza e dannazione, miseria e riscatto.

Marianna, nata nel 1575, figlia di don Martino de Leyva, principe d’Ascoli e conte di Monza, rimase orfana di madre, entrò come educanda nel convento di Santa Margherita a Monza, ove pronunciò i voti solenni a sedici anni col nome di Virginia Maria. Una vocazione certamente non sentita, subita, vissuta nei primi anni lontano dalla obbedienza e dalla verginità. La monaca conobbe nel 1598 Giampaolo Osio, giovane scapestrato, già autore di delitti. Dalla relazione nacque Alma Francesca Margherita. La storia d’amore fu scoperta da una conversa Caterina da Meda, che venne uccisa (1606). Le indagini condotte con dovizia, grazie anche all’intervento dell’Arcivescovo Cardinal Federico Borromeo, condussero a individuare il colpevole. Condannato a morte nel 1608, Osio non venne in realtà mai catturato, ma morì ucciso da un amico. La Monaca di Monza riconobbe le sue colpe. Rinchiusa nella Pia Casa delle Convertite di Milano, vi rimase fino al 1622. Scarcerata, visse penitente fino 1650 e morì in odore di santità.

Nel Fermo e Lucia Manzoni dedica addirittura sei capitoli alla donna, soffermandosi anche sull’amore che la lega ad Egidio e sull’omicidio della conversa. Queste scene vengono tolte da I promessi sposi perché sentite come eccessivamente passionali e morbose. Manzoni non vuole rappresentare il fascino e la seduzione del male, vuole evitare di indurre in tentazione con le pagine da lui scritte, così come fecero tanti autori nel passato, così come è accaduto a Paolo e Francesca che hanno scoperto la reciproca passione mentre leggevano il Lancillotto o il cavaliere della carretta di Chrétien de Troyes. «Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse». Per le stesse ragioni Manzoni eliminerà da I promessi sposi anche il racconto dell’omicidio di Caterina de Meda. Nel Fermo e Lucia altre due suore erano complici della tresca della Monaca con Egidio e sono coinvolte nell’assassinio. Gertrude (che nella prima versione è Geltrude) non vuole essere coinvolta nel truce delitto e nel nascondimento del cadavere, come se volesse prendere le distanze da quanto accaduto. Egidio produce un foro nel muro di cinta del monastero cosicché tutti possano pensare che la suora è fuggita altrove.

Il sospetto della fuga è presente anche ne I promessi sposi. Il racconto complessivo viene, però, ridotto da sei capitoli a due (IX e X). Mentre Renzo giunge a Milano, Lucia e Agnese si trasferiscono a Monza da un padre cappuccino, amico di fra Cristoforo. Questi accompagnerà le due donne nel luogo che ritiene più sicuro, il convento dove risiede la Monaca di Monza.

 

Risultati immagini per david lloyd george17/01/1863 – Nasce nell’attuale Manchester, nel Regno Unito, il politico britannico David Lloyd George.

George è stato uno dei più celebri radicali del XX secolo. Nonostante fosse nato a Manchester è stato il primo ed unico gallese a divenire primo ministro del governo britannico (sarà soprannominato “The Welsh Wizard“, il Mago gallese). Figura di passaggio fra il progressismo liberale di tradizione ottocentesca e quello laburista moderno, darà impulso alle riforme sociali in Gran Bretagna e insieme a Woodrow Wilson e Georges Clémenceau, sarà responsabile dell’assetto mondiale dopo la Prima guerra mondiale. Primo figlio maschio e terzo di quattro figli, trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel Caernarvonshire sotto la tutela dello zio, di professione calzolaio. La sua formazione è in parte autodidatta: eccelle negli studi alla scuola del villaggio, dove impara prima il latino poi, per poter accedere allo studio della legge, la lingua francese. Viene eletto per la prima volta deputato liberale per il collegio di Caernarvon nel 1890, all’età di 27 anni. Nel suo primo intervento al Parlamento, il 13 giugno 1890, sostiene la riforma contro l’alcolismo. La sua arguzia mordace lo farà conoscere come un duro oppositore, temuto e allo stesso tempo rispettato nel Parlamento.

David Lloyd George è anche ricordato come un uomo di grande energia e decisamente anticonformista, sia come carattere che di vedute politiche. Nel 1906 viene nominato Ministro del Commercio. In seguito il primo ministro Herbert Henry Asquith lo promuove Ministro delle Finanze; viene poi nominato “Cancelliere dello Scacchiere”, divenendo il massimo responsabile della politica economica britannica. Lloyd George introduce per la prima volta nella storia la pensione statale, seguendo una politica di aperta guerra alla povertà. Per far fronte alle spese necessarie per l’attuazione di riforme sociali di ampia portata, oltre all’espansione della Marina militare, propone di imporre tasse sui terreni, decisione che risulta alquanto controversa. Alle conseguenti vigorose proteste, rispose denunciando con forza i proprietari terrieri e gli aristocratici. Il suo bilancio per le riforme verrà approvato solamente dopo che il Decreto legge del 1911 sul Parlamento avrà indebolito di molto il potere dei Lord di bloccare la legislazione proposta dalla Camera dei Comuni. Durante la guerra si dedica anima e corpo nell’incarico di Ministro dei Rifornimenti militari, organizzando ed ispirando gli sforzi bellici. In seguito si dimetterà in segno di protesta contro la condotta della guerra. Dopo le successive dimissioni di Asquith, nel dicembre 1916 Lloyd George accetta l’invito a formare un nuovo governo. Nonostante il suo successo nel centralizzare la macchina del governo, i suoi sforzi di riforma non riusciranno a raggiungere l’esercito. A guerra finita, nel 1918, nel Giorno dell’Armistizio, dichiara: “Questo non è il momento per le parole. I nostri cuori sono troppo colmi di una gratitudine che nessuna lingua può esprimere adeguatamente“. Lloyd George viene acclamato come “l’uomo che ha vinto la guerra” (“The man who won the war”); nelle elezioni del 1918 – le prime in cui possono votare tutte le donne – la sua coalizione vince con una maggioranza schiacciante.

Nel 1919 Lloyd George firma il Trattato di Versailles, con cui viene istituita la “Lega delle Nazioni” e negoziati i risarcimenti di guerra. Vi sono tuttavia gravi problemi nazionali che lo assillano: con riluttanza concorda l’indipendenza dell’Irlanda del Sud; deve inoltre fronteggiare un periodo di depressione, disoccupazione e scioperi. Si temeva inoltre che Lloyd George fomentasse la guerra in Turchia: giravano gravi accuse che avesse venduto a tal proposito titoli onorifici. A seguito dei molti scandali in cui si troverà implicato, la sua popolarità lentamente svanirà. Quando i conservatori rompono la coalizione, Lloyd George rassegna le dimissioni. Trascurando quasi completamente i problemi che stava affrontando il partito, preferiva lavorare per se stesso. Il partito liberale non sarebbe mai più salito al governo, il suo sarebbe stato l’ultimo governo liberale britannico e le successive elezioni avrebbero decretato lo sgretolamento storico del suo partito assieme all’avvento del laburismo. In seguito Lloyd George accelera la caduta di Neville Chamberlain attaccandolo per il fallimento in Norvegia durante la guerra del 1940. Nel frattempo aveva trascorso gli anni ’30 dedicandosi al giornalismo, ai viaggi ed alla redazione delle sue memorie.

Nel 1944 viene nominato Conte Lloyd-George di Dwyfor; muore l’anno seguente, il 26 marzo 1945, all’età di 82 anni. La sua salma è sepolta sulle rive del fiume Dwyfor. Si sposò due volte ed ebbe sei figli, due maschi e quattro femmine. Durante la Prima Guerra mondiale la prima moglie, Margaret Owen, raccolse milioni di sterline per distribuzione in opere di beneficenza, e nel 1920 ricevette il titolo onorifico di Dama. Fu anche la prima donna nel Galles a ricoprire la carica di giudice di pace, nel 1928. La seconda moglie, Frances Stevenson, fu segretaria personale di Lloyd George dal 1913 fino all’anno del loro matrimonio, nel 1943. Il figlio Gwilym e la figlia Megan seguirono la carriera del padre e furono entrambi eletti deputati.

 

Risultati immagini per Dalida17/01/1933 – Nasce a Il Cairo (Egitto) la cantante e attrice italo-francese Iolanda Cristina Gigliotti, meglio nota con lo pseudonimo di Dalida.

Nata da genitori emigrati dall’Italia (Serrastretta, Catanzaro) in Egitto, la sua infanzia è turbata da un disturbo agli occhi che la costringe ad indossare gli occhiali e che la renderà leggermente strabica. Inizia a farsi notare per il suo bell’aspetto già a 17 anni vincendo il concorso di bellezza “Miss Ondine”. Poi viene eletta Miss Egitto: la vittoria le offre l’opportunità di iniziare a farsi strada nel mondo del cinema. Si trasferisce successivamente a Parigi. È il 1956 quando, ispirandosi al film “Sansone e Dalila”, decide di adottare il nome d’arte Dalila; sarà Fred Machard, scenarista della “Villa d’Este”, a consigliarle di sostituire la seconda ‘L’ con la ‘D’, di Dio Padre, e lei accetta: sarà per sempre Dalida, un nome che vuole indicare il ballo, la gioia e il divertimento. Nello stesso anno registra il primo 45 giri con “Madona”, versione francese di “Barco negro”, successo della portoghese Amalia Rodriguez. Registra anche “Bambino” (traduzione della canzone napoletana “Guaglione”), lanciata da “Radio Europe 1”, e dal suo direttore Lucien Morisse, di cui Dalida si innamora. In due anni sono più di 500.000 le copie dei dischi di Dalida vendute in Francia. Canta la versione italo-francese di “Come prima”, “Piove”, successo di Domenico Modugno, e “Gli zingari” (“Les Gitans”), rifacimento di una canzone spagnola. Dalida si fa conoscere in Italia cantando “Gli zingari” durante il “Musichiere”, trasmissione tv condotta da Mario Riva; incide “La canzone di Orfeo” e Milord, poi portata al successo, in italiano, da Milva.

Nel 1959 ottiene l’Oscar della canzone (ex-aequo con Tino Rossi). Un anno dopo riceve l’Oscar di Radio Monte Carlo come vedette preferita dagli ascoltatori; riceve inoltre il Gran Premio della canzone per l’interpretazione in francese di “Romantica”, dal Festival di Sanremo 1960. Incide “Les enfants du Pirée” (incisa in italiano come “Uno a me uno a te”), “O’ sole mio” (motivo tradizionale napoletano), “L’arlecchino gitano”, “T’aimer follement” (in italiano “T’amerò dolcemente”), “Garde-moi la derniere danse” (in italiano “Chiudi il ballo con me”). L’8 aprile 1961 sposa Lucien Morisse davanti al sindaco del XVI° arrondissement parigino. Pochi mesi dopo incontra a Cannes Jean Sobieski, giovane e bellissimo pittore, di cui si innamora. Dalida lascia Morisse e si trasferisce col nuovo amore a Neuilly. Con Charles Aznavour vince l’Oscar per la canzone 1961, precedendo Gloria Lasso ed Edith Piaf. Tre anni più tardi è la prima donna a vincere il disco di platino per aver venduto più di 10 milioni di dischi. Sempre nel 1964 segue il Tour de France (sarà vinto da Jacques Anquetil), cantando più di 2000 canzoni lungo 29300 km.

Nel 1965 i risultati di un sondaggio nazionale dicono che Dalida è la cantante preferita dai francesi; nello stesso anno recita in “Menage all’italiana” (con Ugo Tognazzi, Romina Power e Paola Borboni, musiche di Ennio Morricone), incide “La danse de Zorba” (in italiano “La danza di Zorba”), su un base di sirtaki, “Amore scusami” (cover di un successo di John Foster), “Cominciamo ad amarci” e “La vie en rose”, storico cavallo di battaglia di Edith Piaf, scomparsa due anni prima. Dopo una storia di tre anni con Christian de la Mazière, nel 1966 instaura una relazione con l’italiano Luigi Tenco.

Il Festival di Sanremo, che l’aveva corteggiata negli anni precedenti, nel 1967 ospita Dalida che canta insieme a Luigi Tenco “Ciao amore ciao”, scritta dallo stesso Tenco: Dalida inciderà la canzone anche in francese, mantenendo stesso titolo. Colpita dalla bellezza della canzone, pare sia stata la stessa Dalida a convincere il cantautore piemontese a partecipare alla manifestazione; addirittura gli organizzatori, che l’avevano esclusa in prima battuta, la fecero poi partecipare al Festival perché Dalida minacciava di non prendervi più parte. La giuria poi elimina “Ciao amore ciao” e il 26 gennaio Luigi Tenco si suicida con un colpo alla tempia. E’ Dalida che entrando nella stanza d’albergo di Tenco lo trova rivolto per terra. La cantante, che chiedeva di fermare il Festival, lascia Sanremo per volontà degli organizzatori.

Il 26 febbraio Dalida tenta di togliersi la vita a Parigi in maniera molto lucida: finge di recarsi all’aereoporto di Orly per depistare il suo staff, affitta la camera 410 all’hotel “Principe di Galles”, utilizzando il suo nome Yolanda Gigliotti, appende sulla porta il biglietto su cui è scritto “Si prega di non disturbare” e ingerisce molti farmaci dopo aver scritto tre lettere: una all’ex marito, una alla madre in cui le dice di non disperarsi, ed una al pubblico che adorava. Una cameriera, insospettita dal fatto che una luce accesa filtrava dalla porta della stanza, non riordinata da 48 ore, avverte il direttore che entra da un’altra stanza e trova Dalida in coma. Dopo cinque giorni la cantante esce dal coma e si salva.

Un anno dopo partecipa a “Partitissima” (ex “Canzonissima”) e vince con “Dan dan dan”. Ritirando il premio, Dalida dice “Lassù qualcuno è contento” riferendosi evidentemente a Luigi Tenco. E’ una vittoria chiacchierata e sofferta: chiacchierata perché considerata “politica”, dovuta più all’enorme pubblicità che il tentato suicidio le ha procurato che a meriti effettivi; sofferta su un piano personale, perché Dalida proprio in questo periodo sta decidendo se tenere o meno il bimbo che porta in grembo, frutto di un’effimera avventura. Decide di non portare a termine la gravidanza perchè le sue condizioni emotive non glielo consentono. Nello stesso anno recita in Italia recita in “Io ti amo”, film di Antonio Margheriti con Alberto Lupo. Il 18 giugno 1968 ottiene il titolo di “Commendatore delle Arti, delle Scienze e delle Lettere”, conferitole dal presidente francese Charles De Gaulle, e il 5 dicembre è la prima donna a ricevere la medaglia della Presidenza della Repubblica. Nel 1969 Dalida si innamora di un ragazzo italiano di 22 anni di nome Lucio, ma le pressioni del suo staff – che teme uno scandalo – la inducono presto a desistere dal continuare la storia. Un anno dopo Dalida va in Nepal e soggiorna in un ashram per studiare la religione indù, e dedicarsi intensamente alla ricerca interiore.

Nel 1975 il Quebec nomina Dalida “personaggio più popolare”, dopo Elvis Presley, e “donna dell’anno” insieme a Jackie Kennedy. La carriera è sempre più trionfale, ma il male di vivere si ripresenta nel 1977 e spinge nuovamente Dalida a tentare il suicidio. Nel 1981 Dalida festeggia i 25 anni di carriera con la consegna di un disco di diamante per aver venduto 86 milioni di dischi in tutto il mondo e per aver interpretato ben 38 dischi d’oro in 7 lingue. All’inizio del 1986 Dalida parte per l’Egitto, dove recita nel film “Le Sixième Jour” (Il sesto giorno, di Youssef Chahine): è la prima volta che Dalida recita un ruolo principale. Torna a Parigi e dichiara che, dopo aver rivisto i luoghi della sua infanzia, è stanca e incapace di riprendere la vita e i ritmi di sempre.

Approfittando del lungo ponte in occasione della festa dei lavoratori, Dalida architetta un piano lucido e disarmante: sabato 2 maggio 1987 chiama il fratello-manager Orlando che le annuncia di aver rinviato un previsto servizio fotografico a causa del freddo; la sera, la cantante dice alla cameriera che farà tardi perché ha intenzione di recarsi a teatro e le chiede di svegliarla verso le 5 pomeridiane del giorno successivo. In realtà, con la macchina fa il giro dell’isolato, per poi barricarsi nella sua villa della rue d’Orchamps ed ingerire un cocktail di barbiturici. A Montmartre, il 3 maggio 1987, Dalida si toglie la vita, a vent’anni dal primo tentativo e a dieci dal secondo.

Accanto al corpo lascia appena un biglietto: “La vita mi è insopportabile. Perdonatemi.”. Tra i primi a scoprire la tragedia vi è il fratello Orlando, nominato erede universale ed oggi custode intransigente dell’immagine di Dalida. La morte di Dalida lascia sotto shock la Francia intera; ai funerali, lo storico Claude Manceron (ufficialmente in nome del Presidente François-Marie Mitterrand, in realtà parlando per l’intera nazione) la saluta dicendo: “Yolanda arrivederci. Dalida grazie.”. Dalida riposa nel cimitero di Montmartre a Parigi.