ACCADDE OGGI – 16/01/2019

ACCADDE OGGI – 16/01/2019

16 Gennaio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per VITTORIO ALFIERI16/01/1749 – Nasce ad Asti il drammaturgo, poeta, scrittore e autore teatrale Vittorio Amedeo Alfieri.

Considerato il maggiore poeta tragico del Settecento italiano, Vittorio Alfieri ebbe una vita piuttosto avventurosa, diretta conseguenza del suo carattere tormentato che lo rese, in qualche modo, precursore delle inquietudini romantiche. Rimasto orfano di padre a meno di un anno, a nove anni entrò nella Reale Accademia di Torino, ma, insofferente della rigida disciplina militare, ne uscì nel 1766. A conclusione degli studi viene nominato alfiere dell’esercito regio ed è assegnato al reggimento provinciale di Asti. Da quel momento, però, viaggia a lungo per tutta l’Europa, spesso precipitosamente, per dare sfogo ad un’inquietudine interiore che difficilmente si placa. Disadattato e riottoso, era profondamente disgustato dagli ambienti cortigiani di Parigi, Vienna e Pietroburgo, mentre, viceversa, lo attiravano le solitudini dei paesaggi scandinavi o di quelli spagnoli. Nei numerosi viaggi effettuati in quel periodo, sull’onda di quella sensibilità sensibile e onnivora, visitò paesi importanti come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda e il Portogallo. Pur non avendo ancora focalizzato con precisione il centro dei suoi interessi, a quel periodo risalgono anche alcune delle sue più intense letture, che spaziavano in modo disordinato dagli illuministi francesi a Machiavelli fino a Plutarco.

Tornato a Torino nel 1773, seguirono per lui anni di operoso isolamento e di lucido ripensamento su di sé e sull’ambiente che lo circondava. Di tale processo di crescita intellettuale e morale sono documento i “Giornali”, scritti per una prima parte in francese (anni 1774-75) e ripresi qualche tempo dopo in italiano (1777). Intanto, in solitudine, dalla sua penna sgorgavano centinaia di pagine di alta letteratura. Il suo talento drammaturgico andava così finalmente delineandosi. Nel 1775 riuscì a far rappresentare la sua prima tragedia, “Cleopatra”, che gli procurò un discreto successo e che gli aprì le porte dei teatri italiani, confermandolo nella sua vocazione. Basti pensare che negli anni successivi arrivò a scrivere qualcosa come venti tragedie, fra cui, per citarne alcune, “Filippo”, “Polinice”, “Antigone”, “Virginia”, “Agamennone”, “Oreste”, “La congiura de’ Pazzi”, “Don Garzia”, “Maria Stuarda”, “Rosmunda”, “Alceste seconda”, oltre all'”Abele”, da lui stesso definito “tramelogedia”, cioè “tragedia mista di melodia e di mirabile”.

Tra il 1775 e il 1790, fuggendo ogni distrazione mondana, si diede a un lavoro tenacissimo: tradusse numerosi testi latini, lesse accanitamente i classici italiani da Dante a Tasso, s’impegnò nello studio della grammatica, mirando a impadronirsi dei modi toscani. Nel 1778, non sopportando di esser legato a un monarca da vincoli di sudditanza, lasciò alla sorella tutti i propri beni e, riservata per sé una pensione vitalizia, abbandonò il Piemonte e andò a vivere in Toscana, a Siena e a Firenze; fu anche a Roma (1781-83), e successivamente seguì in Alsazia (a Colmar) e a Parigi Luisa Stolberg contessa d’Albany, da lui conosciuta nel 1777, la quale, separatasi dal marito Carlo Edoardo Stuart (pretendente al trono d’Inghilterra), divenne la compagna della sua vita e la dedicataria della maggior parte delle “Rime”. Nasce un rapporto che Alfieri manterrà sino alla morte e che mette fine alle sue irrequietezze amorose. Egli ripercorse il suo cammino formativo in un’autobiografia intitolata Vita che cominciò a scrivere intorno al 1790 (l’autobiografia era un genere di moda nel diciassettesimo secolo, valgano gli esempi delle “Mémoires” di Goldoni o delle “Memorie” del Casanova), anche se quest’opera non va considerata come una “riscrittura” a posteriori delle propria esperienza esistenziale, dove quindi la realtà viene a volte forzata per conformarsi al pensiero dell’Alfieri ormai poeta maturo.

Tornato a Firenze, dedica gli ultimi anni della sua vita alla composizione delle “Satire”, di sei commedie, della seconda parte della “Vita” e di traduzioni dal latino e dal greco. Nel 1803, a soli 54 anni, muore a Firenze il giorno 8 ottobre, assistito da Luisa Stolberg. La salma si trova nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

 

Risultati immagini per ARTURO TOSCANINI16/01/1957 – Muore a New York il direttore d’orchestra italiano Arturo Toscanini.

Nato a Parma il 25 marzo del 1867, suo padre Claudio combatte accanto a Giuseppe Garibaldi nella famosa giornata di Aspromonte. La sua partecipazione a questa battaglia gli costa la condanna a morte, poi commutata in una pena detentiva di tre anni. La mamma di Arturo, Paola, fa la sarta e si occupa di portare avanti l’economia famigliare, perché il marito, piuttosto che lavorare, preferisce intrattenersi con gli amici davanti ad un buon bicchiere di vino. Arturo cresce tra silenzi e liti, sviluppando una forte passione per la musica, alimentata anche dalle arie del “Rigoletto” e de “La Traviata” che il padre suole cantare. In famiglia non si accorgono della sua passione. Se ne rende conto però la maestra Vernoni, che gli offre gratuitamente lezioni di solfeggio e pianoforte. A nove anni ottiene una borsa di studio per la classe di violoncello del professor Carini al conservatorio di Parma. Ma la sua passione resta il pianoforte, che, nonostante le punizioni, corre a suonare appena può. La sua bravura gli procura il soprannome di genio e forbicione.

Arturo si diploma nel 1885 e parte quasi immediatamente per una tournée in Sud America. Durante una rappresentazione, il direttore d’orchestra Leopoldo Miguez abbandona il podio per protesta contro l’indisciplina degli orchestrali italiani. Il sostituto, Carlo Superti, viene a tal punto contestato, che non riesce a proseguire. Su consiglio di alcuni colleghi, Arturo Toscanini prende la bacchetta per dirigere l’orchestra a soli diciannove anni, ed è un trionfo.  Tornato in Italia, riesce a farsi scritturare come secondo violoncello alla rappresentazione scaligera dell'”Otello” di Giuseppe Verdi. Il grande compositore mostra della simpatia per il serio e rigido violoncellista, ma non il direttore d’orchestra che lo multa svariate volte. Arturo finisce per non ritirare neppure la paga, nel timore che le multe possano essere più salate della paga stessa. Nel 1892 dirige la prima di “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo al Teatro Dal Verme di Milano. Viene nominato direttore artistico del Teatro Regio di Torino nel 1895 e inaugura la stagione con “La Bohéme” di Giacomo Puccini.

Dopo tre anni a Torino, sposa Carla De Martini. Avrebbe voluto sposarsi in segreto in una villa a Conegliano Veneto, ma trova ad aspettarlo alla stazione la banda del paese con il sindaco. Questa sarà una delle tante occasioni in cui le sue sfuriate rimarranno celebri. Dirige la prima messa in scena italiana delle opere di Richard Wagner “Il crepuscolo degli dei e “Tristano e Isotta”. A soli trentuno anni, nel 1898, diventa direttore del Teatro alla Scala di Milano, dove impone una rivoluzione dei costumi che prevede niente richiesta del bis, ingresso vietato ai ritardatari e niente cappello in sala per le signore. Le sue innovazioni, volte a mettere al centro la musica e non le esigenze del pubblico borghese, gli valgono l’appellativo di campagnolo, ma risulteranno poi fondamentali per apprezzare l’opera. Diventa presto un direttore di fama internazionale, e, dal 1908 al 1914, dirige il Metropolitan di New York, dove vengono messe in scena il “Falstaff e la “Traviata” di Giuseppe Verdi, e “La fanciulla del West” di Giacomo Puccini, interpretata da Enrico Caruso. Allo scoppio della prima guerra mondiale, assume la posizione di interventista e si spinge quasi in prima linea. Nel 1928 viene nominato direttore della Philarmonica di New York, dove rimane fino al 1936.

Si oppone al regime fascista sin dagli inizi e, grazie al prestigio internazionale che ha acquisito, riesce a mantenere la perfetta autonomia dell’orchestra della Scala. Nonostante l’amicizia che lo lega a Giacomo Puccini, si rifiuta persino di dirigere la “Turandot” con la presenza in sala di Benito Mussolini. Nel 1931 dirige un concerto al tetro Comunale di Bologna: in sala è presente il ministro Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano), ma Arturo Toscanini si rifiuta di eseguire “Giovinezza” così un fascista lo schiaffeggia vicino agli ingressi laterali del teatro. A causa di questa aggressione, rifiuta di dirigere altre orchestre italiane fino a quando ci sarà al potere il regime fascista. Abbandona così l’Italia per gli Stati Uniti, dove viene fondata la NBC Symphony Orchestra che dirige fino al 1954. Durante la seconda guerra mondiale organizza molte raccolte fondi per i militari statunitensi e modifica l'”Inno delle Nazioni” di Giuseppe Verdi in chiave antifascista. Torna in Italia nel dopoguerra per riassumere la direzione del Teatro alla Scala ricostruito dopo i bombardamenti, e vi dirige il “Nabucco”, e il “Te deum” di Giuseppe Verdi, ma la sua casa rimarranno gli Stati Uniti dove vive con la moglie. Nell’ultimo periodo comincia a interessarsi anche alla musica sinfonica. La sua vera passione rimane tuttavia l’opera lirica, come testimonia anche la registrazione del “Falstaff”, che realizza nel 1950 a New York all’età di 83 anni. Il 5 dicembre 1949 viene nominato il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita per meriti artistici, ma Arturo Toscanini decide di rinunciare alla carica il giorno successivo. Si ritira dalle scene all’età di 87 dirigendo un concerto dedicato a Richard Wagner.

Arturo Toscanini muore nella sua casa di Riverdale nel Bronx (New York City), il 16 gennaio 1957. Toscanini e la moglie Carla De Martini hanno avuto quattro figli: Walter, nato il 19 marzo 1898, Wally, nata il 16 gennaio del 1900 (che nel corso della seconda guerra mondiale è stato elemento importante della resistenza), Giorgio, nato nel settembre 1901 ma morto di difterite 5 anni più tardi, e Wanda, nata nel 1906 e diventata celebre per avere sposato il pianista russo-ukraino e amico di famiglia Vladimir Horowitz.

 

Risultati immagini per LEGGE ANTIFUMO16/01/2003 – Viene varata la legge anti-fumo dal parlamento italiano.

La legge impedisce di fumare negli spazi pubblici. In Italia la legge 16 gennaio 2003 n. 3 art. 51 ha stabilito che “è vietato fumare nei locali chiusi, ad eccezione di quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico;” e a eccezione di apposite sale fumatori, nelle quali può anche essere servito cibo. La legge antifumo attualmente in vigore è anche detta Legge Sirchia, in quanto fortemente voluta dall’allora Ministro della Sanità del governo Berlusconi Girolamo Sirchia. In seguito a una sentenza del TAR del Lazio del 1º agosto 2005, confermata dal Consiglio di Stato il 7 ottobre 2009, non sono più previste sanzioni per il gestore che non segnala alla forza pubblica gli avventori in contravvenzione. Una modifica del 2013 aggiunge il divieto anche alle aree all’aperto di pertinenza delle istituzioni scolastiche. La legge Sirchia prescrive tutta una serie di norme specifiche per le sale fumatori: devono essere ventilate separatamente, con specifici valori circa il tasso di ricambio dell’aria; la pressione atmosferica in tali sale deve essere costantemente più bassa di quella delle sale adiacenti; devono essere munite di porte a chiusura automatica.

Attualmente in Italia è consentito fumare liberamente solo nei luoghi aperti (compresi parchi, stadi e spiagge) e o in quelli parzialmente aperti (dehors, portici,…) oltre che ovviamente nelle residenze private e nelle già citate sale fumatori. Da più parti vi sono pressioni per ampliare il divieto anche agli stadi ed esistono già movimenti di opinione che chiedono di proibire il fumo anche nei giardini pubblici. Esistono tuttavia alcuni, limitati, casi di spiagge italiane che nel loro regolamento hanno inserito il divieto di fumo. A partire dal novembre 2013, voluto dal ministro della salute Beatrice Lorenzin nonostante le proteste, è in vigore il divieto totale di fumare nelle scuole, anche nei cortili durante l’intervallo.

Dal 2 febbraio 2016 l’Italia ha legiferato recependo la direttiva 2014/40/UE sul ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri relative alla lavorazione, alla presentazione e alla vendita dei prodotti del tabacco e dei prodotti correlati. In tal ottica ha legiferato ponendo ulteriori limiti antifumo, in particolare non è più concesso fumare in auto in presenza di minori o donne incinte, non è più consentito fumare presso le cliniche ospedaliere e i centri di ricerca, verrà multato chi sorpreso a gettare mozziconi di sigaretta a terra, inoltre vengono inasprite le pene per coloro che vendono tabacco ai minori. Questo decreto legislativo ha messo al bando i pacchetti contenenti 10 sigarette e ha imposto il limite massimo di 30 grammi per i pacchi di tabacco sfuso. Il decreto ha imposto inoltre delle serie limitazioni alla pubblicizzazione delle sigarette elettroniche. Infine è stato disposto che almeno il 65% dei pacchetti di sigarette venduti debbano essere rivestiti da immagini shock che propongano gli effetti dannosi del fumo.