ACCADDE OGGI – 10/02/2019

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10 Febbraio 2019 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per BORIS PASTERNAK10/02/1890 – Nasce a Mosca il poeta e scrittore russo Boris Leonidovic Pasternak. Il futuro scrittore nasce da una famiglia di intellettuali di origine ebrea. Il padre Leonid era pittore di fama e amico di Tolstoj, la madre Rozalija Kaufman concertista. Boris studiò inizialmente composizione al conservatorio e filologia all’università di Mosca ma poi si laureò in Filosofia, sempre nella medesima università. Segui poi a Marburgo le lezioni del filosofo neokantiano Cohen. Esordì in campo letterario nel 1914 con una raccolta di poesie dal titolo “Il gemello delle nuvole”, per poi dar vita ad altre importanti sillogi, come “Oltre le barriere”, “Mia sorella vita”, “Temi e variazione” e “Seconda nascita”, in cui sembrò ricercare una scarna semplicità del verso e una misura classica, ben lontana dalle coeve esperienze futuristiche a cui lo scrittore fu inizialmente vicino. Si distaccò infatti dal futurismo sia per indole caratteriale (i futuristi, e le loro versioni russe erano artisti molto aggressivi), sia per inclinazioni artistiche, preferendo atmosfere intime, domestiche, quasi immemori della storia in cui il poeta si muoveva. Nei poemi “L’anno 1905” (1927) e in “Il luogotenente Schmidt” (1927) Pasternak affrontò tuttavia il tema storico alla ricostruzione della rivoluzione del 1905, proiettata però in una lontananza fiabesca, a cui si sovrappongono ricordi di infanzia e atmosfere delicate. Le successive raccolte, invece, come “Sui treni mattinali”, 1943, o “La vastità terrestre (1945), riflettono più da vicino e con modi più semplici la nuova realtà e le generose lotte del popolo sovietico.

Autore anche di splendide prose, in parte autobiografiche, in molta della sua produzione si riconosce l’influenza della composizione musicale.  Sul piano politico, dopo aver partecipato al fervido clima intellettuale degli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione, aderì alla rivoluzione russa, cercando di essere sempre leale con il regime pur senza nascondere le atrocità che questi commetteva. Dopo gli sconvolgimenti della rivoluzione Pasternak decise dunque di restare in patria, dove aveva un posto preminente tra i poeti contemporanei, ma cominciò a sognare un’altra Russia oltre quella sovietica, a vagheggiare cioè una Russia dello spirito, una Russia dall’anima, europea, universale. Contrastando il regime, prese posizione contro le terribili condizioni dei contadini collettivizzati e si premurò di intercedere presso Bucharin per salvare Osip Mandel’stam che aveva scritto un’ode contro Stalin. Mantenne inoltre costanti contatti con esuli e internati. L’anno del distacco definitivo dalla politica culturale del partito avviene nel 1946, quando prende corpo il violento attacco contro gli intellettuali “deviazionisti e borghesi”.

In quello stesso anno, ironia della sorte, comincia la stesura del suo capolavoro “Il dottor Zivago”, che gli procurò sicuramente un’improvvisa e vastissima notorietà mondiale ma anche moltissime grane. Basti ricordare che il dattiloscritto, pur non essendo un’opera anticomunista, venne rifiutato dall’Unione degli Scrittori e non poté esser pubblicato in Russia, tacciato come “libello” antisovietico. Fortunatamente lo pubblicò in Italia Feltrinelli nel 1957 dopo varie e complesse traversìe editoriali (l’opera venne incredibilmente rifiutata da Calvino, lettore e consulente per Einaudi!). La critica occidentale accolse il libro trionfalmente, tanto che nel 1958 a Pasternak venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura. La notizia fu considerata in Russia come un insulto alla rivoluzione e Pasternak accusato di tradimento, minacciato di espulsione. Il regime lo costrinse a rinunciare al Nobel che senz’altro, come riconoscimento, aveva una timbratura anti-sovietica, ma da quel momento in poi lo scrittore si chiuse in un amaro silenzio, rifugiandosi nell’esilio della sua dacia a Peredelkino, nei pressi di Mosca. Il romanzo, sviluppando in un grandioso impianto narrativo apparentemente convenzionale il tema della fragilità dell’individuo e quello della solitudine dell’intellettuale nell’oscura violenza della storia, presenta una trama che si snoda nell’arco di mezzo secolo: inizia alla vigilia della prima rivoluzione del 1905 e si conclude con la fine della seconda guerra mondiale.

Inevitabilmente tutta la vita dell’autore vi si rispecchia, anche se Pasternak negò sempre di aver fatto con Zivago un ritratto di se stesso. Vero è che il romanzo rappresentava la realtà del suo tempo dove agiscono una miriade di personaggi coi loro incontri e i loro scontri, una realtà ben attenta al quotidiano e che comprende come detto la prima guerra mondiale, la rivoluzione, la guerra civile. Una vicenda così complessa che risulta di difficilissima sintetizzazione. Inoltre, nel libro, Pasternak inserì come “poesie di Zivago” alcuni fra i suoi componimenti lirici più maturi.  Insomma, il romanzo offre una ricostruzione della storia russo-sovietica dei primi tre decenni del secolo senza proporre giudizi, ma suggerendo un’alternativa spiritualistica, nutrita di sensibilità cristiana, alla versione univocamente eroico-materialistica offerta dalla letteratura ufficiale. Non va dimenticato che Pasternak è stato anche autore di mirabili traduzioni di Goethe, Verlaine, di molti poeti georgiani e di Shakespeare, nonché di un’autobiografia, pubblicata nel 1957.

Boris Pasternak visse gli ultimi anni rigidamente controllato dal regime e morì nel suo ritiro di Peredelkino il 30 maggio 1960. Osteggiato in vita e profondamente incompreso nel suo Paese, l’opera poetica di questo grande scrittore ha però indubbiamente esercitato un notevole influsso sui poeti russi meno conformisti delle generazioni successive.

 

Risultati immagini per BERTOLT BRECHT10/02/1898 – Nasce ad Augusta, in Germania, il drammaturgo, poeta, regista teatrale e saggista tedesco, naturalizzato austriaco, Berthold Brecht.

Nato da famiglia benestante (è il figlio, infatti, dell’amministratore delegato di un’importante impresa industriale), Brecht compie a Monaco le prime esperienze teatrali, esibendosi come autore-attore: il suo esordio è fortemente influenzato dall’Espressionismo. Presto aderisce allo schieramento marxista e sviluppa la teoria del “teatro epico” secondo cui lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione, ma deve cercare di mantenere una distanza critica, allo scopo di riflettere su quello che vede in scena. Da parte dell’autore, invece, canzoni, elementi parodistici e una sceneggiatura molto ben studiata devono essere utilizzate per creare un effetto di straniamento, un distacco critico. Nel 1928 Bertolt Brecht raggiunge un grande successo con la rappresentazione della ”Opera da tre soldi”, rifacimento del celebre dramma popolare inglese del ‘700 di J. Gay (la cosiddetta “Beggar’s Opera”). I personaggi principali sono il re dei mendicanti che ne organizza il “lavoro” come un affare qualsiasi (e da cui ricava notevoli compensi), il criminale senza scrupoli Mackie Messer, che in fondo è un esempio di rispettabilità borghese, e il capo di polizia, un tipo marcio e corrotto. Brecht inscena qui una rappresentazione spettacolare, ricca di colpi di scena, con bellissime e graffianti canzoni e ballate scritte da Kurt Weill (che diventeranno tra le più celebri della sua eclettica produzione di compositore). In quest’opera, la differenza tra criminali e persone rispettabili sparisce del tutto, i soldi rendono tutti uguali, cioè corrotti.

Critico nei confronti della società del tempo, Brecht aderisce come detto al marxismo e nel 1933, quando sale al potere il nazismo, è costretto a lasciare la Germania. Peregrina per 15 anni attraverso molti paesi ma dopo il 1941 si stabilisce negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, diventato sospetto alle autorità americane per le sue polemiche politiche e sociali, lascia gli Stati Uniti e si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, a Berlino, dove fonda la compagnia teatrale del ”Berliner Ensemble”, tentativo concreto di realizzare le sue idee. In seguito, l'”ensemble” diventerà una delle più affermate compagnie teatrali. Nonostante le sue convinzioni marxiste, comunque, è spesso in contrasto con le autorità della Germania dell’est. Brecht è autore di numerose poesie che possono considerarsi tra le più toccanti della lirica tedesca novecentesca. La sua scrittura poetica è diretta, vuole essere utile, non ci porta in nessun mondo fantastico o enigmatico. Eppure ha un fascino, una bellezza a cui è difficile sottrarsi.

Bertolt Brecht muore a Berlino il 14 agosto 1956 all’età di 58 anni a causa di un infarto cardiaco.

 

Risultati immagini per GIOVANNI PALATUCCI10/02/1945 – Muore nel campo di concentramento tedesco di Dachau il poliziotto italiano Giovanni Palatucci.

Nato a Montella, in provincia di Avellino, il 31 maggio 1909, nel 1932, a ventitré anni, si laurea in giurisprudenza presso l’Università di Torino e nel 1936 si arruola come volontario nel ruolo di Vice Commissario di Pubblica Sicurezza a Genova. Alla fine del 1937 viene trasferito alla Questura di Fiume come responsabile. Negli anni successivi avrà incarichi di Commissario e di Questore-reggente dell’ufficio stranieri, ruolo che lo mette a contatto diretto con la dura realtà della condizione degli ebrei. Non si allontana da Fiume neanche quando il Ministero ne dispone, nell’aprile del 1939, il trasferimento a Caserta. Rodolfo Grani, ebreo fiumano che conobbe personalmente Palatucci, lo ricorda come “nobilissimo giovane cattolico” e cita un suo primo grande intervento di salvataggio del marzo 1939. Si trattava di 800 fuggiaschi che dovevano entro poche ore essere consegnati alla Gestapo. Palatucci avvisa tempestivamente Grani, il quale ottiene l’intervento del Vescovo Isidoro Sain che, a sua volta, nasconde temporaneamente i profughi nella vicina località di Abbazia sotto la protezione del Vescovado.

Da allora svolse con gran rischio personale un’intelligente attività a favore di ebrei italiani e stranieri. È stato calcolato che, distruggendo archivi e procurando documenti falsi, abbia, nel giro di sei anni, salvato dalla deportazione (anche con la collaborazione di uno zio, vescovo della Diocesi di Campagna) almeno cinquemila persone. Scoperto dalla Gestapo, la polizia segreta tedesca, il 13 settembre 1944 il funzionario di polizia viene arrestato dal tenente colonnello Kappler delle SS e tradotto nel carcere di Trieste, da cui, il 22 ottobre, è trasferito nel campo di sterminio di Dachau, dove muore il 10 febbraio 1945, pochi giorni prima della Liberazione, a soli 36 anni.

Nel 1990 lo Yad Vashem di Gerusalemme lo giudica “Giusto tra le Nazioni” e nel 1995 lo Stato italiano gli attribuisce la Medaglia d’Oro al Merito Civile. Il 21 marzo 2000 il Vicariato di Roma emana un Editto per l’apertura del processo di beatificazione del “Servo di Dio Giovanni Palatucci”, avvenuta il 9 ottobre 2002. Inoltre, in occasione della cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo annovera tra i martiri del XX Secolo.