ACCADDE OGGI – 04/12/2018

ACCADDE OGGI – 04/12/2018

4 Dicembre 2018 0 Di Delfino Sgrosso

Risultati immagini per lino lacedelli04/12/1925 – Nasce a Cortina d’Ampezzo la guida alpina e scalatore italiano Lino Lacedelli.

Nato ai piedi delle Dolomiti bellunesi, dalle montagne rimane subito affascinato, e all’età di 14 anni si avventura per la sua prima scalata sulle Cinque Torri, le vette che si innalzano proprio dietro casa. Scala in libera, senza usare alcuna corda e con le scarpe chiodate.  Innumerevoli le salite per cui viene ricordato, anche se quella per cui è diventato famoso in tutto il mondo, uscendo dalla nicchia alpinistica ed entrando nei libri di storia, è la conquista del K2 del 1954, dove arrivò in vetta insieme ad Achille Compagnoni. Lacedelli a 29 anni diventava il primo uomo a mettere piede sulla seconda vetta della terra, la montagna degli italiani.

Quando fu convocato da Ardito Desio per questa straordinaria avventura, Lacedelli era giovane e scapolo, lavorava come idraulico, guida alpina e maestro di sci, con un’intensa attività alpinistica in Dolomiti, specialmente sulle Torri di Lavaredo, Tofane, Marmolada e Civetta, ma anche sul Grand Capucin, e sul Badile. Già un ottimo curriculum quindi, anche se la vera svolta non poteva cha arrivare con la salita del 1954. Lacedelli ricordava il capo spedizione Desio come “un capo molto accorto ma anche molto duro, penso che fosse anche per la situazione difficile in cui ci trovavamo. Quando scendevamo dai campi alti, stanchi e dopo molti su e giù, capitava che ci rimproverasse per una dimenticanza o un’imprecisione. Sono tensioni, però, che si vivono in tutte le spedizioni. Devo dire che era sempre attento all’organizzazione ma anche alle nostre esigenze: ci ha sempre aiutati anche moralmente, e questo è stato molto importante per la riuscita della spedizione”.

Per il cinquantenario di quella salita l’alpinista di Cortina tornò al K2, dove sono state fatte alcune delle foto che trovate qui sotto nella galleria, scattate dalla spedizione K2 2004.  Il 2 dicembre dello stesso anno fu nominato Cavaliere di Gran Croce, Ordine al Merito della Repubblica Italiana, dal Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, e gli fu consegnata la Medaglia d’oro al valor civile. Tante altre poi le vie che portano la sua firma e le salite importanti, soprattutto sulle Alpi. La scalata della parete sud-ovest della Tofana di Rozes nel 1947, la difficile via sulla Cima Scotoni aperta nel 1952 con Luigi Ghedina e Guido Lorenzi. L’anno dopo la prima salita invernale sulla Croda Rossa, mentre nel 1959 scala il terribile spigolo nord-ovest della Cima Ovest di Lavaredo, detto poi Spigolo Scoiattoli”. E poi ancora molte altre prime salite ed eccezionali ripetizioni. Così tante che è impossibile ricordarle tutte e forse non è neanche importante farlo.

Quello che invece è importante ricordare è il volto e l’esperienza di vita di uno straordinario scalatore, che ha fatto la storia dell’alpinismo italiano e mondiale. Muore a Cortina d’Ampezzo il 20 Novembre 2009.

 

Risultati immagini per AVVENIRE04/12/1968 – Viene fondato a Milano il quotidiano “Avvenire”.

Nato dalla fusione di due quotidiani cattolici: L’Italia di Milano e L’Avvenire d’Italia di Bologna (da cui ha mutuato il nome), tra i quotidiani italiani si piazza al sesto posto nelle classifiche di diffusione. Il quotidiano si muove nel rispetto della dottrina della Chiesa cattolica ma in piena autonomia dalla gerarchia: infatti può prendere una sua posizione “per difendere e sostenere valori sulla base di motivazioni umane, morali, solide e profonde”. Si autodefinisce «quotidiano di ispirazione cattolica» nel senso che è un giornale fatto da cattolici, ma che vuole essere interessante anche per coloro che non sono credenti.

L’idea di una testata d’ispirazione cattolica che si rivolgesse a tutti gli italiani venne alla metà degli anni sessanta a papa Paolo VI. Il pontefice, prevedendo l’evolversi dei tempi, giudicava ormai “indispensabile” uno “strumento di evangelizzazione, di dialogo con il mondo moderno e quindi di missione”. Paolo VI pensò ad uno strumento culturale comune per i cattolici italiani, un giornale nazionale che desse un’idea dell’Italia non come mera unità geografica, ma come comunità dotata di una coscienza unitaria. Negli anni sessanta esistevano in Italia diversi quotidiani cattolici regionali o locali. I principali erano L’Italia, che si pubblicava a Milano e L’Avvenire d’Italia, di Bologna. Paolo VI chiese ai vescovi di chiudere i loro giornali per unire le forze in un nuovo giornale nazionale. Il progetto fu esaminato da una specifica commissione “Italia-Avvenire”, che si riunì tra l’autunno e l’inverno del 1966.

Nel 1967 si procedette alla fusione delle due società editrici, l’ITL di Milano e l’I.Ce.Fi. di Bologna, che diventarono le componenti, in quote uguali, di una nuova società editoriale, la Nuova Editoriale Italiana (NEI), con sede a Milano. Nel novembre di quell’anno la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) si pronunciò a favore della fusione delle due storiche testate e si accinse a predisporre le linee d’indirizzo del nuovo giornale.

 

Risultati immagini per hannah arendt04/12/1975 – Muore a New York la filosofa, storica e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt.

La Arendt nasce il 14 ottobre 1906 a Linden, un sobborgo di Hannover.  La sua famiglia, appartenente alla borghesia ebraica e decisamente benestante, non aveva legami particolari con il movimento e con le idee sioniste. Pur non avendo ricevuto un’educazione religiosa di tipo tradizionale, comunque, la Arendt non negò mai la propria identità ebraica, professando sempre (ma in modo niente affatto convenzionale) la propria fede in Dio. Questo quadro di riferimento è estremamente importante, perché Hannah Arendt dedicò tutta la vita allo sforzo di comprendere il destino del popolo ebraico e si identificò totalmente con le sue vicissitudini. Allieva di Heidegger a Marburg e di Husserl a Friburgo, nel 1929 si laureò in filosofia ad Heidelberg sotto la guida di Karl Jaspers con una dissertazione su “Il concetto di amore in Agostino”. A proposito del suo rapporto con Heidegger, grazie a lettere e carteggi venuti alla luce fortunosamente, solo di recente si è scoperto che furono amanti. Nel 1929, trasferitasi a Berlino, ottiene una borsa di studio per una ricerca sul romanticismo dedicata alla figura di Rahel Varnhagen (“Rahel Varnahagen. Storia di un’ebrea”). Nello stesso anno sposa Günther Stern, un filosofo conosciuto anni prima a Marburg.

Dopo l’avvento al potere del nazionalsocialismo e l’inizio delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche, La Arendt abbandona la Germania nel 1933 attraversando il cosiddetto “confine verde” delle foreste della Erz. Passando per Praga, Genova e Ginevra giunge a Parigi, dove conosce e frequenta, tra gli altri, lo scrittore Walter Benjamin e il filosofo e storico della scienza Alexander Koiré.  Fino al 1951, anno in cui le verrà concessa la cittadinanza statunitense, rimane priva di diritti politici. Nella capitale francese collabora presso istituzioni finalizzate alla preparazione di giovani ad una vita come operai o agricoltori in Palestina (l’Agricolture et Artisan e la Yugend-Aliyah) e diventa, per alcuni mesi, segretaria personale della baronessa Germaine de Rothschild. Nel 1940 si sposa per la seconda volta, con Heinrich Blücher. Ma gli sviluppi storici del secondo conflitto mondiale portano Hannah Arendt a doversi allontanare anche dal suolo francese. Internata nel campo di Gurs dal governo Vichy in quanto “straniera sospetta” e poi rilasciata, dopo varie peripezie riesce a salpare dal porto di Lisbona alla volta di New York, che raggiunge insieme al coniuge nel maggio 1941.

Dal 1957 comincia la carriera accademica vera e propria: ottiene insegnamenti presso le Università di Berkeley, Columbia, Princeton e, dal 1967 fino alla morte, anche alla New School for Social Research di New York. Non bisogna dimenticare l’impegno costante nella sua lotta ai regimi totalitari e alla loro condanna, concretizzatisi da una parte con il libro-inchiesta su Adolf Eichmann e il nazismo: “La banalità del male” e, nel 1951, con il fondamentale “Le origini del totalitarismo”, frutto di una accurata indagine storica e filosofica. Nel saggio, emergono giudizi negativi sia sulla Rivoluzione francese che su quella russa.

In “La banalità del male” l’attenzione della Arendt si concentra sulla figura di Adolf Eichmann (ufficiale nazista tra i maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei, n.d.r), seduto nella cabina di vetro e interrogato da un accusatore israeliano. Quando gli fu chiesto il motivo delle sue azioni, Eichmann rispose di volta in volta in modo diverso, ora dicendo che si era limitato a eseguire degli ordini, ora che aveva ritenuto disonesto non eseguire il lavoro che gli era stato affidato, ora che la sua coscienza gli imponeva di essere leale con i suoi superiori. In fondo, tutte le sue risposte si riducevano ad una sola: “Ho fatto quello che ho fatto”. Da ciò Hannah Arendt concluse che Eichmann diceva la verità, che non era un uomo malvagio, un crudele o un paranoico. E la cosa orribile era proprio questa, che si trattava di una persona comune, ordinaria, il più delle volte incapace di pensare, come la maggior parte di noi. Per la Arendt, tutti noi siamo per lo più incapaci di soffermarci a pensare e a dire a noi stessi cosa stiamo facendo, di qualunque cosa si tratti. Eichmann non pensava, ed in ciò era come siamo tutti noi il più delle volte: creature soggette o all’abitudine o all’impulso meccanico. Si comprende, allora, perché il male venga definito “banale”: esso non ha profondità, non ha nessuna essenza corrispondente ai suoi effetti. Tuttavia, secondo l’autrice, questa interpretazione psicologica di Eichmann non può essere estesa ai capi del nazismo, a Hitler, a Goering, a Himmler. Costoro avevano un certo spessore psicologico, erano ideologicamente impegnati. Eichmann, al contrario, era soltanto un funzionario: è questa la “banalità del male”.

Ancora, è da ricordare la sua strenue difesa dei diritti dei lavoratori e delle associazioni durante la guerra del Vietnam e gli episodi di disobbedienza civile (gli scritti concernenti questa fase si trovano in “La disobbedienza civile”). Nel 1972 viene invitata a tenere le Gifford Lectures all’Università scozzese di Aberdeen, che già in passato aveva ospitato pensatori di prestigio come Bergson, Gilson e Marcel. Due anni più tardi, durante il secondo ciclo delle “Gifford”, subisce il primo infarto. Altre opere significative di questo periodo sono “Vita activa. La condizione umana” e il volume teoretico “La vita della mente”, uscito postumo nel 1978, attraverso il quale la Arendt, sulla falsa riga degli autori greci tanto amati (un amore “inoculato” da Heidegger), riporta al centro dell’esistenza umana la “meraviglia” (il thaumàzein).

Hannah Arendt si spegne il 4 Dicembre 1975 a causa di un secondo arresto cardiaco, nel suo appartamento di Riverside Drive a New York.