di Franco Genzale

EDITORIALE copia

Totò avrebbe commentato con la sua proverbiale pernacchia le sortite anti-Bassolino della Serracchiani e di Guerini. E poi, imbracciato il megafono, vi avrebbe aggiunto e ripetuto un “Votantonio, Votantonio, Votantonio!” solidale e convinto: anche perché – chiamiamo le cose per come oggettivamente sono – al confronto con il duo Serracchiani-Guerini, Bassolino è un palmo più alto d’un gigante. Esattamente come De Luca, qualche mese fa, aveva dato prova d’essere un Togliatti o un De Gasperi al cospetto dei “personaggetti” – così li chiama lui – che popolano la scena politica nazionale.
Al Pd del giglio magico, insomma, non è bastata la lezione dell’ex sindaco di Salerno. Si cominciò così, come oggi con Bassolino, anche con chi poi sarebbe diventato il futuro Governatore della Campania: dimostrazione incontrovertibile, dati delle urne alla mano, che il popolo Pd, almeno in Campania, si riconosceva in De Luca e non negli angeli del Nazareno. Del resto, il “no” del Pd duro e puro a De Luca non nasceva dalla circostanza d’una condanna in primo grado per abuso d’ufficio e quindi dalla consapevolezza delle conseguenze indotte dalla Severino. Questa spiegazione, peraltro soltanto balbettata, si rivelò subito una trasparente foglia di fico che lasciava vedere in modo chiaro e netto cosa effettivamente c’era dietro: non il giudizio morale, che nella dimensione etica della politica sarebbe stato legittimo e tanto più; ma soltanto il pregiudizio dell’anagrafe politica, la presunzione dell’infallibilità del principio della rottamazione. Come se storia, talento, competenza e passione d’una certa razza politica purosangue potessero essere condannati inappellabilmente all’oblio dal tribunale abusivo di pochi presunti Unti dal Signore.
Se di qualcosa sono unti, questi ragazzi che poi ragazzi non sono già da un pezzo, quella qualcosa è la superbia: una superbia, addirittura ostentata, che giorno dopo giorno va sempre più configurandosi come delirio d’onnipotenza. Roba di fronte alla quale perfino Berlusconi – autosistematosi appena un gradino sotto il Padreterno – proverebbe qualche disagio.
Le regole, che dovrebbero essere uguali per tutti, ancora una volta in questa vicenda vengono manipolate ed applicate a seconda della qualifica dell’interlocutore: se è gradito al Capo, vale l’opzione A della regola; se è sgradito, avanti l’opzione B. Regole ad organetto, l’organetto della tarantella , la tarantella d’un Pd che ormai suona ad orecchio e balla inciampando ad ogni passo ed anche se sta fermo.
Le regole preannunciate dal duo Serracchiani-Guerini. “Se già sei stato sindaco non puoi ricandidarti a sindaco”: Bassolino fuori a Napoli. “Ma se sei sindaco ancora in carica puoi ricandidarti a sindaco”: Fassino dentro a Torino. Quale sia la logica politica, etica od anche semplicemente del buon senso comune o del comune senso del pudore alla base d’una simile banale bestialità, è difficile comprendere. Non c’è logica di buona politica e non c’è logica democratica. C’è un misto di furbesco e approssimato machiavellismo: perché il fine è tutt’altro che nobile ed utile sia per il Pd che per Napoli, e per di più non giustifica i mezzucci cui si fa ricorso per fregare Bassolino, ovvero per negargli il diritto alle Primarie.
Con ogni probabilità, la classe dirigente generata dalle rottamazioni renziane riuscirebbe nell’impresa di spiegare il senso ed il valore della rappresentanza democratica soltanto se adagiata sul lettino di Freud: certi lapsus non possono che avere origine nel retaggio ancestrale dei propri “atti (politici) mancati”.

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