di Franco Genzale

EDITORIALE copiaLa crisi politico-amministrativa al Comune di Avellino è nata, si è sviluppata ed è degenerata tutta all’interno del Partito Democratico. Del Pd e solo del Pd, infatti, sono i protagonisti e le comparse di questa vicenda: dal sindaco Foti ai suoi riferimenti politici nel partito irpino, ovvero il segretario di fatto De Luca ed il segretario di nome De Blasio; dai vari sottogruppi del gruppo consiliare ai capi delle diverse anime del partito che portano i nomi di D’Amelio, Famiglietti, Todisco (cioè Fierro-Paris) e Ricciardi. E’ una crisi concepita e cresciuta in una famiglia assai ampia, dunque, e perciò stesso complessa e difficile da governare, come accade in tutte le famiglie numerose specie quando vengono a mancare i genitori e si presenta il problema di dividere l’eredità.

Complessità e mancanza di leader carismatici in famiglia (ai tempi di De Mita, di Mancino e di Michele D’Ambrosio, certe “iacovelle” non avrebbero trovato spazio) spiegano perchè è stato giocoforza necessario investire i livelli superiori del Pd – ovvero la segretaria regionale Tartaglione e la responsabile nazionale Enti Locali, Paris – per tentare un percorso che eviti lo scioglimento anticipato del Consiglio comunale.

Riusciranno le nostre due eroine a trovare la soluzione giusta, ovvero salvare Foti ma anche metterlo in condizione di amministrare senza le continue fibrillazioni del gruppo consiliare? Difficile dirlo. Appare piuttosto facile, invece, rilevare quattro circostanze oggettive di cui i vertici del Pd impegnati nell’ardua impresa di salvare Foti e la consiliatura non possono non tener conto se si vogliono evitare altri pasticci per il partito e, soprattutto, altri intollerabili danni per la città.

  1. Nei due anni e mezzo, decorsi il sindaco ha cambiato tre giunte, sempre rivendicando – come ancora oggi ripete – la piena autonomia rispetto al suo stesso partito. Se per la terza volta in 30 mesi il suo governo è di nuovo in crisi, delle due l’una: o il sindaco non è riuscito a gestire al meglio la sua autonomia oppure, nei fatti, non è stato autonomo. Nell’un caso e nell’altro, il principale responsabile del fallimento politico-amministrativo è innanzitutto lui. C’è di più. Quest’ultima crisi è stata aperta direttamente dal sindaco, che ha ritenuto di dover rassegnare il proprio mandato nelle mani del partito. Un gesto che può avere soltanto un significato: l’estrema richiesta di aiuto al partito in presenza di una situazione politica – ancora tutta interna al Pd – che il sindaco non riusciva più a gestire. Volontariamente, e non con la pistola alla tempia, dunque, il sindaco ha rinunciato alla sua declamata autonomia: se il suo partito gli risolve la crisi, mettendo in riga il gruppo consiliare, il sindaco dovrà cedere parte della sua sovranità al Pd, nel senso che non potrà sottrarsi alle indicazioni del partito nella composizione del suo quarto governo cittadino.
  2. Sarebbe fuorviante sostenere che la responsabilità del fallimento politico-amministrativo dei governi Foti, dal primo al terzo, sia soltanto del sindaco. Le cronache hanno restituito in questi due anni e mezzo una costanza di atteggiamenti irresponsabili e schizofrenici del gruppo consiliare Pd. L’opposizione preconcetta al sindaco è puntualmente arrivata proprio da frange consiliari del Partito Democratico. L’impressione che se ne è ricavata è che diversi consiglieri democratici abbiano creato problemi al sindaco ed alle tre giunte che si sono susseguite al solo fine di poter poi affermare che c’erano dei problemi. Mentre l’opposizione propriamente detta ha fatto il suo mestiere osteggiando ma soprattutto proponendo visioni e soluzioni alternative ai problemi cittadini, il “fuoco amico” delle frange consiliari Pd è stato sparato essenzialmente per “ferire” il sindaco. Il quale, il più delle volte, ha reagito come reagiscono gli animali, appunto, feriti: cioè con una ferocia che ha sortito il solo effetto di aggiungere danni a danni. Insomma, se i vertici del Pd regionale e nazionale – cui il sindaco si è rivolto – hanno ben ragione di limitare la “sovranità” del sindaco indicando il percorso di composizione della nuova giunta, magari utilizzando il Cencelli; allo stesso modo non possono sottrarsi al dovere di dare un preciso ultimatum ai singoli consiglieri del gruppo Pd ed ai capi e capetti dei sottogruppi: o vi allineate alle indicazioni del partito o state fuori dal partito.
  3. Gli alleati del Partito Democratico – quelli che fin dalle elezioni, primo e secondo turno, hanno sostenuto il sindaco – hanno costantemente mantenuto un comportamento di grande correttezza e coerenza, mettendoci la faccia anche quando – rispetto all’opinione pubblica avellinese – sarebbe stato politicamente più comodo ed utile abbandonare il sindaco ed il Pd ai loro infausti destini. Scordarsi del passato, come pure si vocifera in questi giorni, per meglio soddisfare gli appetiti famelici del gruppo consiliare democrat, significherebbe certificare l’assoluta mancanza di etica politica del Partito Democratico irpino e, insieme, servirebbe a mettere in fibrillazione molte altre amministrazioni locali ed enti di servizio che già operano in un quadro di centrosinistra caratterizzato da equilibri numerici precari.
  4. Quarta ed ultima riflessione. Tartaglione e Paris hanno un compito estremamente delicato e difficile. La patologia di cui soffre il Pd irpino, al Comune capoluogo ma non solo, non si risolve con l’aspirina ma nemmeno le amputazioni politiche più o meno artigianali. Serve, allo stato delle cose, un lavoro esperto e certosino di microchirurgia. Se le nostre due eroine ritengono di non avere le mani abbastanza sicure per manovrare il bisturi in un tessuto politico già abbondantemente lacerato, farebbero meglio a rinunciare all’impresa: i danni derivanti dall’imperizia si rivelerebbero grandi ed irreparabili, per la città di Avellino ma anche per il Pd.

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