di Lucio Fierro

Caro Direttore,
condivido in gran parte il fondo sul “masterplan” renziano: un bel vestito, anche di sartoria, ma “sotto il vestito: niente”!
Il punto vero però, mi permetta di sottolinearglielo, lei lo richiama solo di sfuggita, quando parla di un “chiaro … riconoscimento che l’economia italiana nel suo insieme non cresce se non cresce il Mezzogiorno”. Questa, me lo consenta, può essere una frase di circostanza o il fulcro di un’analisi economica che rappresenterebbe una critica atroce delle politiche economiche portate avanti oramai da troppo tempo dalle classi dirigenti di questo paese.
La crisi economica, questa che viviamo e che è ben lontana di essere alle nostre spalle, non fa altro che portare sotto gli occhi di tutti i punti di forza ed i punti di debolezza di un sistema economico per cui la diversa velocità con la quale i diversi sistema-Paese affrontano e fuoriescono dalle temperie della crisi non dipende solo dalla capacità o dalla preveggenza delle classi dirigenti ma da quanto siano strutturali gli elementi di arretratezza ed altrettanto strutturali quelli di modernità. Se volessimo semplificare, starebbero qua le ragioni di fondo per le quali la stessa crisi impatta in un modo sull’economia tedesca e su quella inglese (per citarne due, peraltro profondamente diverse l’una dall’altra) e sulle economie mediterranee (Grecia, Spagna e Italia), con la Francia mediana tra i due gruppi.
Senza portarla per le lunghe e tediarla, è in crisi da noi più che la capacità di tenuta sui mercati mondiali delle posizioni delle nostre esportazioni, la capacità di consumo interno, il tutto aggravato dallo scompenso qualitativo nella composizione di ciò che importiamo rispetto a quello che esportiamo. E’ il risultato di una scelta fallimentare, quella di de-strutturare tutte le nostre potenzialità come grande paese industriale nei settori “avanzati” che fa si che in comparti decisivi, dove l’incidenza del costo del lavoro è del tutto irrisoria ma in cui la competitività si misura sul valore aggiunto della ricerca e delle nuove tecnologie, siamo oramai al fanalino di coda.
A questo si aggiunga il peso del debito pubblico e dell’inefficienza della macchina amministrativa su cui, per la verità, gli effetti del renzismo sono ben lontani dal mostrare un qualche risultato apprezzabile. Ne deriva un Paese condannato alla stagnazione o alla “crescita lenta”, non in grado di corrispondere ai bisogni espansivi necessari per dare collocazione alle nuove generazioni.
Mi dirà: ma il Sud, in questo contesto che c’entra? Ed è domanda legittima, e dire che c’entra e come serve a collocare la crisi del Sud non come un atavico elemento di arretratezza, il frutto originale delle sue tare e dei suoi limiti, ma come aspetto della crisi generale del Paese.
Saviano, scrivendo “Gomorra” ha illuminato la scena, mostrando come la camorra campana sia perfettamente funzionale allo sviluppo del Pese quale lo conosciamo. Basta rileggersi le pagine sui laboratori nascosti in cui a costi stracciati, per le grandi firme del nord e non per i mercatini rionali, si realizzano prodotti che il mondo individua come “segni” dell’ingegno e dell’inventiva italiana. Vada, chi vuole, a farsi i conti di come lo scarico nelle cave abbandonate dei rifiuti tossici delle industria del Nord sia un contributo non irrilevante alla loro capacità di reggere la concorrenza, e, facendolo, capirà meglio come “tutto si tenga”.
Venendo a noi allora il punto non è cosa ci sia scritto nel Masterplan: peggio ancora se c’è roba trita e ritrita imbellettata e ammannita come se fosse nuova.
Il punto è che non c’è un “masterplan” per l’Italia, che rovesci le antiche certezze e riesca a definire -persino in due tempi, prima le emergenze, poi la prospettiva- una ridefinizione della mission economica dell’Italia fondata sull’unica grande risorsa che per fortuna non manca: la materia celebrale.
E aver il Sud centrale in questo masterplan per fare dell’Italia un paese europeo per davvero, significa, almeno per me, che si parta di qua: dalle università e dai centri di ricerca meridionali, dalla sua sanità, dalla possibilità di fare dei punti di attività economica avanzate, esistenti ma di nicchia, realtà trainanti di ben altra consistenza, dall’avere un progetto infrastrutturale non basato sulle esigenze clientelari di Alfano come quelle di Del Basso De Caro, ma strettamente finalizzato agli obiettivi generali da darsi.
E proprio perché è chiaro che si tratta di un impegno di lunga lena, diventa centrale la capacità di dare qui ed ora al Sud una forte iniezione di investimenti pubblici che siano in condizione di distribuire in giorni e non in anni commesse alle aziende meridionali, piccole e piccolissime e salari a chi vi lavora.
Io cito sempre le perdite delle reti idriche: perché è esemplare. Spendere oggi per il rifacimento degli acquedotti per recuperare la metà dell’acqua che si perde non è una spesa assistenziale, e lo si capisce subito. Ha il vantaggio, cosa che sfugge ai grillini, di distribuire reddito risolvendo un problema che impoverisce il Sud. Così è anche per le opere di difesa del suolo, della sicurezza degli edifici pubblici, di rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, e chi più ne ha più ne metta.
Ma Renzi non può: berlusconianamente e demagogicamente abbassa le tasse sulla casa persino ai ricchi, riducendo gli spazi di manovra alla spesa ordinaria.
Un nuovo meridionalismo richiede coraggio e capacità di seminare per frutti che possono anche richiedere tempo, volontà di sradicare foreste di parassitismo e di illegalità diffusa che alimentano le clientele politiche e soffocano l’economia sana: richiedono una politica alta non traguardata al prossimo turno elettorale. Ad una politica del consenso immediato bastano gli spot ed i twett; e su questo Renzi è maestro.

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